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Perché Dio conviene alla destra. Il nazionalismo religioso nel nuovo libro di Iacopo Scaramuzzi

Perché Dio conviene alla destra. Il nazionalismo religioso nel nuovo libro di Iacopo Scaramuzzi

Tratto da: Adista Notizie n° 29 del 25/07/2020

40354 ROMA-ADISTA. Nicholas Gruner è un prete canadese, direttore del Fatima center di Montreal. Qualche anno fa, insieme agli eurodeputati leghisti Mario Borghezio e Lorenzo Fontana, fedelissimi di Matteo Salvini, tentò un blitz: portare una statua della Madonna di Fatima dalla cattedrale di Strasburgo alla sede del Parlamento Europeo, per consacrare al Cuore immacolato di Maria l’empia Europa, dimentica delle proprie radici giudaico- cristiane. L’operazione però non riuscì: la Madonna partita da Montreal si perse nello scalo ad Amsterdam, perlomeno così spiegarono gli addetti della compagnia aerea olandese Klm.

È solo uno dei tanti episodi raccontati da Iacopo Scaramuzzi, vaticanista di Askanews e collaboratore di Jesus, nel volume Dio? In fondo a destra. Perché i populisti sfruttano il cristianesimo, pubblicato dalla Emi, casa editrice di riferimento del mondo missionario italiano (prefazione di Gad Lerner, pp. 144, euro 13, da acquistare anche presso Adista: tel. 066868692; e-mail: abbonamenti@adista.it). Il libro spiega e analizza – anche con l’ausilio di alcuni osservatori, come mons. Claude Hollerich, p. Timothy Radcliffe, p. Dario Bossi, Massimo Faggioli – quello che può essere sintetizzato con l’espressione «nazionalismo religioso».

Si tratta di quel sottile filo nero, simile alla corona di un rosario, che unisce Trump, Bolsonaro, Le Pen, Salvini, Orban e Putin. È l’ossimoro di un cristianesimo integralista svuotato dal Vangelo e trasformato in una religione civile nazionale, anzi nazionalista, che non proclama la fraternità e la liberazione annunciata da Gesù di Nazareth, ma urla le parole d’ordine Dio, Patria e Famiglia come cemento identitario in tempi di globalizzazione, migrazioni e multiculturalismo.

Un programma politico-culturale, con un armamentario di simboli (crocefissi, rosari, statue mariane), che accomuna i leader della destra populista attualmente sulla cresta dell’onda, in un progetto di reconquista profumato di incenso ma privo di fede. Una strategia transnazionale figlia dello spirito del tempo più che di un reale coordinamento, sebbene ci siano ideologi itineranti fra l’Atlantico le capitali europee che agiscono dietro le quinte, gerarchi ecclesiastici che però, all’interno dei sacri palazzi, devono fare i conti con un pontefice, Francesco – a sua volta talora etichettato come populista, soprattutto in riferimento al suo passato peronista –, il cui magistero sociale e la cui prassi pastorale remano di direzione opposta. Il viaggio inizia nel 1917, anno delle apparizioni di Fatima, negli anni ‘30 trasformata in Madonna “anticomunista” (la Russia sovietica «si convertirà»), vittoriosa grazie alla consacrazione al suo «cuore immacolato». E in questa veste è utilizzata ancora oggi: da Salvini – ma il suggeritore è l’ultracattolico senatore Fontana, ex ministro della famiglia nel governo Conte tinto di gialloverde –, che non si separa mai, perlomeno a favore di telecamere, dal proprio rosario tascabile e più volte ha affidato se stesso e l’Italia tutta al «Cuore immacolato di Maria»; da Bolsonaro, che un anno fa ha consacrato pure lui il Brasile al «Cuore immacolato di Maria», non la Madonna nera di Aparecida (patrona nazionale) bensì quella di Fatima, bianca e soprattutto anticomunista. Anche se poi, lo stesso Bolsonaro, partecipa anche ai riti degli evangelicali (nel maggio 2016 si è fatto battezzare nel Giordano da un pastore pentecostale), sempre più numerosi e influenti in Brasile, portatori di un programma rigidamente conservatore (no aborto, no nozze gay, no gender); da Orban, che insieme ad altri leader della destra internazionale e al card. Zen (acerrimo nemico degli accordi Cina-Vaticano), nel settembre 2019 si è recato a Fatima per un pellegrinaggio organizzato dall’International catholic legislator network, una sorta di «Internazionale integralista» (v. Adista online, 26/8/19).

Al di là dell’Atlantico, lato nord, c’è Trump e, perlomeno fino al suo allontanamento dalla Casa Bianca, il suo ideologo teocon di fiducia, Steve Bannon, quello coinvolto nell’operazione di installare alla certosa di Trisulti in Ciociaria (Fr) l’Accademia dell’Occidente giudaico-cristiano, «una scuola di gladiatori di destra, i soldati delle prossime guerre culturali che dovranno difendere l’Occidente», secondo la definizione dello stesso Bannon, amico anche di Salvini, Orban e delle Le Pen. «Trump – scrive Scaramuzzi – intercetta le ansie della destra cristiana», che prima sosteneva il Tea party, e ora vota in blocco Trump, considerato l’ultima possibilità di invertire la tendenza del cambiamento culturale ed economico del Paese dopo gli anni di Obama. E l’unico capace di ricostruire quella America bianca e cristiana, cara a buona parte dell’episcopato cattolico Usa ma anche ai molti pastori protestanti, in una sorta di «ecumenismo dell’odio», come hanno ben sintetizzato sulla Civiltà Cattolica il gesuita Spadaro e il presbiteriano Figueroa.

L’amico-nemico Putin non è da meno. A Mosca l’ideologo di fiducia si chiama Alexander Dugin (due anni fa ospite romano dei fascisti di Casa Pound per parlare dello scontro apocalittico fra globalismo e populismo), e la Chiesa non è quella cattolica, ma quella ortodossa del patriarca Kirill, informatore del Kgb ai tempi in cui Putin lo guidava, e oggi, insieme al presidente russo, difensore dei valori tradizionali contro i nuovi diritti civili, a cominciare da quelli rivendicati dai gay.

«Da Roma a Washington, da Mosca a Parigi, da Budapest a Brasilia… il modus operandi è lo stesso, la narrativa è la stessa, ricorrono gli stessi nemici, le stesse contrapposizioni», scrive Scaramuzzi. E i nuovi populisti di destra, insieme ai loro sacerdoti, «attingendo nel gran calderone della storia della Chiesa, dove abbondano guerre di religione e crociate, condanne agli infedeli e scomuniche agli eretici, controllo sociale e conservatorismo, usano il sacro per marcare territori, distinguere nemici, sradicare le diversità».

L’antidoto possibile? Secondo Scaramuzzi è proprio il papa che, soprattutto dopo l’elezione di Trump, ha intensificato la sua azione con parole e gesti per una contronarrazione antipopulista, perché Francesco «non sottovaluta i populismi, non li demonizza, non li snobba», ma li usa «per spiegare cosa il cristianesimo non è». O meglio: cosa non dovrebbe essere. 

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