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L’emigrante tra violenza e illegalità. Papa Francesco e papa Leone a Lampedusa

L’emigrante tra violenza e illegalità. Papa Francesco e papa Leone a Lampedusa

Posta quasi al centro del Canale di Sicilia l’isola di Lampedusa, menzionata nelle opere di Strabane e Plinio il Vecchio, raramente è citata per avvenimenti degni d’esser ricordati. Negli ultimi anni quest’isola è stata visitata da due Presidenti della Repubblica (Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella) e da due papi (Francesco e Leone XIV).

La prima visita ufficiale, fuori Roma, è stata quella di papa Bergoglio dell’8 luglio 2013. Si recò a Lampedusa non solo per pregare e a compiere un gesto di vicinanza ma, soprattutto, a «risvegliare le nostre coscienze parchè ciò che è accaduto non si ripeta». Nel commentare la parabola del Buon Samaritano aggiungeva: «La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza… Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affar nostro!». Rientrato lo stesso giorno in Vaticano, il papa ha cenato presso la Casa Santa Marta.

Il primo viaggio internazionale che Leone XIV ha compiuto, quello del del 27-11-2025, è stato in Turchia per commemorare il 1700° anniversario del Concilio di Nicea. A distanza di ben otto mesi si è recato a Lampedusa. Nel denunciare come il sistema economico mondiale genera povertà, ha attribuito a una inidonea legislazione la mancata elaborazione di politiche organiche e condivise.

Rientrando a Roma, si è recato alla residenza dell’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede per partecipare a una cena in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti.

In odium migrantium

Il nuovo regolamento in materia di rimpatrio approvato dal Parlamento Europeo, se letto con attenzione, è un coacervo di norme e disposizioni amministrative il cui numero eguaglierebbe un codice settoriale di media lunghezza. Contiene dieci atti normativi composti da settecento articoli che, se trascritti, occuperebbero ben oltre settecento pagine. A una lettura attenta non si può che concludere, scontata la farraginosità del dettato, che quelle disposizioni sono principalmente dirette a rendere la vita dell’emigrante ancora più difficile e al limite della disperazione. Sono veri e propri gravami finalizzati a spezzare la resistenza dell’odiato intruso col costringerlo a subire umiliazioni d’ogni genere. Il primo commento negativo lo desumo dalla dichiarazione della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) a firma del suo presidente, mons. Mariano Crociata, sintetica ma fortemente preoccupata per l’esistenza di alcune disposizioni che, di fatto, limitano i diritti personali. Tra esse: 1) l’ampliamento del ricorso alla detenzione; 2) le limitazioni dei ricorsi ai rimedi effettivi; 3) la esternalizzazione delle responsabilità verso Paesi terzi.

Come sfiancare chi chiede il riconoscimento della protezione internazionale?

Riporto sinteticamente la procedura vigente a Roma, un gioiello di burocrazia, asfissiante e paralizzante. L’ufficio immigrazione riceve soltanto venti persone al giorno in tal modo generando il fenomeno del “mercato nero delle file”. La formalizzazione della richiesta è preceduta da un appuntamento differito e, se del caso, da una ulteriore comunicazione. Ultimate le procedure, vi è un periodo di attesa per cui l’emigrante non può accedere al lavoro, alle cure mediche e alla formazione. L’attestato che approva la richiesta è rilasciato senza data di scadenza per cui gli si impedisce, tra le altre necessità, di aprire un conto bancario o firmare un contratto di lavoro. Non bisogna dimenticare dell’esistenza di una notevole quantità di circolari ministeriali la cui interpretazione ed esecuzione è affidata a obbedienti funzionari.

Per rendergli la vita ancora più amara il nuovo Patto prevede che la domanda d’asilo è anche scrutinabile nei centri di rimpatri, i cosiddetti Return Hub, che sono, come nel caso Italia, centri di detenzione per criminali e delinquenti comuni. Sembra che con questa disposizione l’utilizzo, da parte dell’Italia, del centro situato in Albania potrebbe essere considerato legittimo. I sostenitori cantano vittoria, ma forte perplessità sorgono sulla loro utilizzazione. Queste procedure di asilo sono compatibili con il diritto europeo di trasferire un richiedente in Albania per svolgere la procedura? È fin troppo evidente che lo scopo perseguito dallo Stato italiano è quello di esternizzare in maniera massiccia la gestione dei flussi migratori provenienti dalla costa nordafricana.In ogni caso non si può che osservare che non solo le norme della nostra Carta Costituzionale in tema di diritti della persona, ma anche quelli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea considerano inderogabili e di particolare cogenza il rispetto della dignità umana, il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, il divieto di discriminazione, la tutela del diritto del minore e il diritto a un ricorso al giudice per ottenere quanto gli spetta. Ma fondamentale l’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: «Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza alcuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l'origine nazionale o sociale, l'appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione».

Remigrazione o accoglienza?

Il 13 agosto del 2025, di novantasette richiedenti asilo partiti da Zawiya, in Tripolitania (Libia), solo ventisette sono stati tratti in salvo. Questa ulteriore tragedia è stata variamente commentata. La presidente del Consiglio ha detto che quel doloroso evento fa sorgere un sentimento di sgomento e compassione; ma Francesca Saccomandi, operatrice a Lampedusa di Mediterranean Hope, ha invece affermato: «Non sono tragedie ma morti annunciate, frutto di politiche di respingimento di cui i governi europei sono responsabili».

Sono state osservate anche parte delle quelle poche norme sopra citate?

«Dio, Patria, Famiglia» è un capace recipiente che iuxta modum operandi ha come fine quello di legittimare la “remigrazione”, un nuovo accattivante neologismo il cui fine è quello di promuovere una “forzata deportazione di massa” non dissimile dalla “pulizia etnica”. La paura dell’Altro spinge chi al momento domina la scena, a rimandare a casa il nuovo arrivato. È la stessa paura che, nel XIII secolo a.C. spinse gli Egiziani ad espellere gli ingombranti ebrei.

In alternativa: come e in che cosa deve impegnarsi chi veramente vuole imitare quel samaritano che non ebbe alcun timore reverenziale nel soccorrere l’uomo spogliato, percosso e ridotto in fin di vita dai briganti?

Guardando lo scoglio di Lampedusa, Luca Di Sciullo ha scritto: «In 10 anni sono finiti sepolti 31mila morti e dispersi accertati. E se è vero che almeno altrettanti sono quelli annegati senza che alcuno ne avesse contezza, allora c’è una seconda Gaza che giace oggi, sul fondo di quell’acqua in cui d’estate, ci rilassiamo con bagni e nuotate».


Immagine di Paolo Cuttitta, tratta dal sito Flickr, licenza, immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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