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"Se io fossi un Angelo...". In memoria di don Angelo Casati

Don Angelo è figlio dello Tzimtzum.

Secondo la Cabala ebraica l’Altissimo si sarebbe contratto, ristretto, concentrato per lasciare spazio al mondo.

Angelo Casati si era fatto come un filo d’erba, come uno spago, un ramo di rosmarino per lasciare spazio. In un mondo obeso, pieno di sé e delle sue certezze, Angelo sembrava una controstoria. E quasi “fuori posto” in una chiesa che nel tempo sembrava essersi presa tutto, caricata come un mulo di beni, mentre predicava agli altri la povertà. Angelo era un “segno di contraddizione” dentro l’ingranaggio della struttura, un piccolo tarlo intelligente che rosicchiava l'ipertrofica pancia del potere.

Aveva avuto in dono l’immaginazione. Questo gli ha permesso di “sconfinare” sempre. Si infilava nei Vangeli come un cervo in una foresta, e diventava vangelo. Così lo possiamo immaginare anche noi. Angelo al seguito di Gesù con le donne e gli uomini che condividevano la sua utopia. Le donne, sì. Perché per Angelo le donne erano protagoniste, e lui è da credere avesse capito come stavano le cose, e quanto spazio avessero avuto al seguito di Gesù. Prima che il "Sistema" facesse di tutto per cancellarne le tracce. Possiamo immaginare il Maestro che chiede: “Angelo, come potremmo immaginare questa storia?”. Così immagino sia stata immaginata la parabola del buon samaritano : un “sacerdote” frettoloso e devoto, un uomo della legge che sapeva tutto della geometria del cielo, ma quasi nulla della circonferenza della terra e poi un uomo straniero che aveva un “cuore di donna”, che ebbe compassione di un povero cristo mezzo morto sulla strada e, unico fra i tre, si fermò.

Angelo è stato il discepolo dell’immaginazione. Per questo prediletto.

Angelo era poeta. E tutto partiva dagli occhi. Guardava le persone come si guardano i paesaggi. Si incantava. Indugiava sulle mani, sul profilo del viso, e stava davanti ai tuoi occhi come si sta davanti a un lago in estate.

Ritorna qui la storia del Tzimtzum: aveva tolto tutto… lasciando solo le persone. Ecco la chiesa di don Angelo: due occhi, due mani, un cuore che batte, un respiro…

D’altra parte cosa dice di sé quella voce sul monte davanti ad un Mosè stupito? «Io sono il Dio di… Abramo, di Isacco, di Giacobbe…e di Sara, di Noemi, di Ruth…». Così Angelo aveva indicato la “riforma della Chiesa”.

Che significa la Chiesa dei Diritti, delle differenze, della minoranze.

Anche l’ecumenismo di don Angelo era quello delle persone, prima che dei dogmi.

Lui era “piccolo” di statura e il “suo cardinale” Martini era al confronto un “gigante”, ma erano fatti della “stessa sostanza”: visione, profondità, laicità, amore per gli ultimi. Guardava la città con gli stessi occhi, passando per il carcere di San Vittore, per la stazione e per le periferie.

Non è un caso, possiamo pensare, che sia morto proprio lo stesso giorno del suo arcivescovo, il 31 Agosto di quattordici anni dopo. Sembra ormai che solo in Paradiso i treni passino in orario…

Don Angelo Casati non voleva essere un maestro, ma un amico. Non voleva aprire una sua scuola di discepoli, ma stare in compagnia di amici, di amiche. Una teologia della “compagnia”, la chiamerebbe l’amico teologo Antonio Autiero.

E guardava con un umoristico sospetto a chiunque si voleva appiccicare a lui ed esaltarlo con parole mirabolanti. Non era cosa per lui. Lui voleva stare piccolo. «Era un amico d’infanzia» non cronologico, ma dell’anima. Lo ha scritto Chandra Candiani nella prefazione al libro di don Angelo E non avere occhi spenti. Leggere le parole di Chandra e le poesie di Casati che seguono è entrare un po’ con il piede giusto nel “mistero” di don Angelo.

Era dolce ma aveva una rara resistenza. Era come la vedova del vangelo che bussa alla porta del giudice senza cuore. Angelo ha bussato tutta la vita.

C’era in lui l’acqua che disseta, ma anche il fuoco. E poi molta aria. La stessa che sorreggeva e spingeva avanti la sua poesia.

Era legato a David Maria Turoldo, perdutamente amico. Erano cosi diversi… proprio come “due gocce d’acqua”…

Don Angelo Casati è volato via con grazia, con i suoi 95 anni.

L’ultima volta che l’ho incontrato, pochi mesi fa, era seduto sul suo divano.

E ti guardava come si guarda un paesaggio. Taceva. Poi arrivavano le parole, distillate di bellezza. Di pura compassione.

Si era fatto così piccolo che i suoi occhi sembravano più grandi, ci si specchiava dentro...

Ecco il regalo di Angelo.

Si era fatto così piccolo, che poteva passare tranquillamente dalla cruna di un ago e fare un balzo nel Regno dei Cieli…

Così ci raggiungono ancora le sue parole: Ancora mi accende / desiderio / di sedermi con te / e insieme / perdutamente ringraziare / perdutamente raccontare.

* Foto da Facebook

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