Nessun articolo nel carrello

L’espulsione della coscienza  e il naufragio morale della Chiesa istituzionale

L’espulsione della coscienza e il naufragio morale della Chiesa istituzionale

ROMA-ADISTA. La destituzione di don Massimo Biancalani, il parroco toscano noto come «il prete dei migranti», non è né un episodio isolato né una semplice misura disciplinare interna all’apparato ecclesiastico. È, anzi, un grave sintomo di una Chiesa che sembra aver perso il contatto con il Vangelo e che, nella sua deriva istituzionale, ha scelto di preservare l’ordine anziché incarnare la compassione. La decisione del Vaticano di rimuoverlo e di proibirgli ogni attività pastorale per aver accolto più di 250 migranti non è solo sconcertante: è moralmente inquietante e teologicamente scandalosa.

Biancalani non ha eretto barricate ideologiche né scritto trattati incendiari. Ha aperto le porte della sua parrocchia. Ha fatto ciò che, secondo gli stessi testi evangelici, definisce il nucleo del messaggio di Gesù: dare da mangiare all’affamato, accogliere lo straniero, prendersi cura del senzatetto. «Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Tuttavia, nella logica attuale dell’istituzione, questo gesto radicale di umanità sembra essere diventato un reato punibile. In quale momento la carità non è stata più una virtù ed è diventata un problema amministrativo?

La contraddizione è tanto evidente quanto dolorosa. Mentre nei discorsi ufficiali si insiste sulla necessità di prendersi cura dei migranti e di rispondere con umanità alle crisi nel Mediterraneo, in pratica si castiga chi porta questa consegna fino alle sue estreme conseguenze. Il divario tra le parole e i fatti rivela una profonda frattura all’interno della Chiesa: un abisso tra l’ideale proclamato e la realtà attuata. «Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27), ricordava Gesù a coloro che assolutizzavano la legge al di sopra della vita.

Ma ciò che è più inquietante non è solo la sanzione in sé, ma ciò che essa simboleggia. La destituzione di Biancalani invia un messaggio chiaro e pericoloso: ci sono limiti per la solidarietà e questi limiti sono imposti dall’istituzione, non dalla coscienza o dal Vangelo. Si instaura così una logica perversa in cui l’obbedienza pesa più della misericordia e la disciplina più della giustizia. In questo contesto la figura del prete non è più quella di un pastore e diventa quella di un funzionario dell’ordine religioso. E questo avvertimento risuona con forza: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché caricate gli uomini di pesi e di ingombri, e voi stessi non volete muovere un dito per alleggerirli» (Mt 23,4).

Le parole di Biancalani, secondo cui «la Chiesa dei poveri non è più una priorità», non sono un semplice sfogo. Sono una diagnosi. E forse anche un monito. Perché, quando la Chiesa si allontana dai poveri, non solo tradisce un’opzione pastorale: tradisce la sua stessa ragion d’essere. Il cristianesimo è nato ai margini, tra esclusi, perseguitati e dimenticati. «Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per annunciare la buona novella ai poveri» (Lc 4,18). Trasformare questa radice in un elemento scomodo o secondario è, in termini storici e spirituali, un atto di snaturamento.

A tutto ciò si aggiunge un elemento particolarmente inquietante: la celebrazione pubblica di questa destituzione da parte di settori politici apertamente ostili all’immigrazione. Il fatto che figure come Matteo Salvini plaudano alla caduta di Biancalani dovrebbe far suonare tutti i campanelli d’allarme. Quando i poteri che promuovono il rifiuto e l’esclusione si allineano alle decisioni ecclesiastiche, sta accadendo qualcosa di profondamente problematico. Non si tratta di una semplice coincidenza: è un segno di convergenza che interpella direttamente la credibilità morale dell’istituzione.

In definitiva, ciò che questo caso mette in luce è una questione più ampia e più scomoda: la distanza tra Gesù e la Chiesa che dice di rappresentarlo. Perché, se ci si accosta al Nuovo Testamento senza i filtri di secoli di elaborazione dottrinale, si trova un Gesù che non fonda strutture di potere, che non stabilisce gerarchie rigide o disegna complessi sistemi clericali. Si trova invece qualcuno che vive a partire dalla compassione, che sfida norme quando queste opprimono, che mette le persone al di sopra delle istituzioni. «Chi vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35).

La successiva evoluzione del cristianesimo, soprattutto dopo il suo incontro con il mondo ellenistico e la sua progressiva istituzionalizzazione, ha portato a un sistema dottrinale solido, ma anche rigido. Un sistema che, con il tempo, ha teso a privilegiare l’ortodossia rispetto alla vita, la definizione rispetto all’esperienza e la norma rispetto alla coscienza. In questo processo il messaggio originario si è, in molti casi, annacquato o addirittura distorto.

Non sorprende quindi che oggi molti credenti – e specialmente molti giovani – percepiscano la Chiesa come una struttura lontana, poco credibile e scollegata dalle aspirazioni umane più profonde. Non è il messaggio di Gesù quello che non entusiasma più, ma piuttosto la forma nella quale è stato incapsulato e amministrato. Quando il Vangelo diventa fredda dottrina e la fede un sistema di controllo, perde la sua capacità di trasformare la vita. «La verità vi renderà liberi» (Gv 8,32), ma difficilmente può liberare ciò che si riduce a una rigida struttura di imposizioni.

Il caso di Biancalani è, in questo senso, paradigmatico. Non viene punito per aver tradito il Vangelo, ma per averlo preso troppo sul serio. E ciò rivela una tensione insostenibile: quella che esiste tra una fede vissuta radicalmente e un’istituzione che teme le conseguenze di questa radicalità.

La domanda che resta per aria è inevitabile: Dio ha ancora un posto in una Chiesa che sanziona la compassione? Non è una provocazione retorica, ma una legittima preoccupazione. Perché, se l’esperienza del divino si identifica con l’amore per il prossimo, con la dignità umana e con la giustizia, allora ogni decisione che si discosti da questi valori incide non solo sull’immagine della Chiesa, ma sulla sua stessa essenza. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

La destituzione di Massimo Biancalani non è solo un errore disciplinare. È uno specchio scomodo in cui la Chiesa dovrebbe guardarsi con onestà. E forse, anche, un’opportunità – se resta ancora la volontà – per recuperare ciò che non avrebbe mai dovuto perdere: la centralità dell’essere umano, il primato della compassione e il coraggio di vivere il Vangelo senza timore delle sue conseguenze.

* Articolo pubblicato il 22.8.2026 nel Blog dell’autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.org). Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.