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Oxfam: “71 miliardi per ricostruire Gaza, 7 volte più che in passato”

Oxfam: “71 miliardi per ricostruire Gaza, 7 volte più che in passato”

«Ricostruire Gaza costerà 71,4 miliardi di dollari, ovvero 7 volte il costo totale di tutte le ricostruzioni successive a ogni grande offensiva militare sulla Striscia degli ultimi 20 anni. Una cifra record che riflette solo una parte dell’impatto reale del conflitto scoppiato nel 2023, perché la ricostruzione del tessuto sociale richiederà generazioni. Basti pensare che il livello di sviluppo umano in meno di 3 anni è stato riportato indietro di ben 77 anni». È l’inizio di un comunicato stampa di Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni non profit per la riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo) diffuso stamattina.

Quei dati sono tratti da un nuovo report (datato questo luglio), realizzato da Oxfam Italia in collaborazione con il Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e il Palestine Trade Centre (PalTrade). Lungo 127 pagine e corredato di ulteriori 9 pagine di note, denuncia «le conseguenze della guerra e i costi record di una ricostruzione che durerà per generazioni».

Secondo le stime contenute nel report, basate sui dati di Nazioni Unite (v. p. es. qui), Unione europea e Banca Mondiale, Gaza, afferma il comunicato, «ha subìto danni e perdite economiche per un totale di 57,9 miliardi di dollari, ma sarà necessario stanziarne oltre 71 per sostenerne la ripresa e la ricostruzione nell’arco dei prossimi 10 anni. In meno di 3 anni sono stati uccisi 73 mila palestinesi, i feriti sono 173 mila e 1,9 milioni di persone sono state ripetutamente sfollate. Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza».

«Questi dati presentano un quadro che non è frutto del destino – dice Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia –, sono l’occupazione e il blocco illegali da parte di Israele, insieme all’impunità di cui gode, a produrre lo stesso risultato, guerra dopo guerra. Gli Stati, inclusa l’Italia, che hanno armato, coperto direttamente o indirettamente la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno precise responsabilità e devono contribuire alla riparazione dei danni. Il rapporto infine mostra come i costi non siano solo economici, perché questa guerra ha cancellato ciò che nessuna valutazione dei danni può quantificare: il sistema di istruzione e culturale, di assistenza pubblica a qualsiasi livello. Inoltre ha inquinato l’ambiente, ha disgregato qualsiasi legame comunitario e tessuto sociale».

Nel dossier è presente, informa il comunicato, «una proposta per la ricostruzione di Gaza fondata non sulla beneficenza, ma sul riconoscimento della titolarità del popolo palestinese a guidare il processo in termini di visione, priorità e sequenza delle azioni. Nato da una serie estesa di consultazioni che si sono svolte in tutta Gaza, il rapporto fa emergere la richiesta al Board of Peace, presieduto dagli Stati Uniti, e ai leader mondiali di adottare un modello di ricostruzione che non sia guidato dall’esterno».

«Qualsiasi Piano per la ricostruzione di Gaza – spiega Pezzati – è destinato a fallire, indipendentemente dalla cifra che sarà stanziata, se sarà imposto dall’alto, senza un coinvolgimento delle istituzioni locali, della società civile e degli attori economici. Bisognerà anche partire dal riconoscimento delle responsabilità di Israele, imponendo un’autentica inversione di rotta in ambito internazionale. Quanto successo negli ultimi 20 anni è lampante. Il costo della ricostruzione dopo le guerre del 2008-09, del 2014 e del 2021 ammontava a 10 miliardi di dollari in totale (ai valori attuali), ma ogni Piano è stato soffocato e reso vano dal blocco ininterrotto di Israele, dall’insufficienza di donatori e dal susseguirsi di offensive militari: chi aspettava di tornare a casa dopo l’offensiva del 2014, ad esempio, ha visto andare tutto in cenere sotto le bombe dell’ultima guerra».

Per impedire che si ripetano gli stessi errori sarà quindi decisivo il ruolo degli Stati terzi e della comunità internazionale, la pressione che eserciteranno su Israele, dentro e fuori dal Board of Peace. 

«Per questo con la campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati – continua Pezzati – chiediamo con forza al Governo italiano un cambio di linea politica, anche in sede europea, a sostegno di un processo di ricostruzione realmente inclusivo, esteso anche alle aree colpite dal conflitto in Cisgiordania e a Gerusalemme est».

La proposta definisce «un quadro quinquennale per la ripresa e la ricostruzione e parte dal riconoscimento del diritto inalienabile del popolo palestinese di decidere del proprio presente e futuro in ogni fase della ricostruzione, potendo esprimere un’unica visione nazionale che colleghi Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est. In questa direzione è perciò cruciale che non venga imposto dalla comunità internazionale alcun modello che escluda l’autonomia palestinese, frammenti ulteriormente il suo territorio e affidi la gestione di Gaza a un’amministrazione transitoria internazionale. Al contrario chiediamo che venga attutato un processo che – in coordinamento con l’UE, l’Egitto, gli Stati arabi del Golfo, l’ONU e le agenzie internazionali – resti saldamente ancorato al rispetto del diritto internazionale rifuggendo da modelli di ricostruzione meramente orientati al profitto».

In vista dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dei prossimi summit dei Paesi donatori, «l’appello rivolto al Board of Peace e alla comunità internazionale è quindi di:

•  trasferire immediatamente l’amministrazione di Gaza ai palestinesi;

•  smantellare il blocco e le restrizioni che hanno soffocato ogni precedente tentativo di ricostruzione;

•  lavorare per garantire che Israele risponda del genocidio commesso;

•  impegnarsi a favore di un orizzonte politico che ponga fine all’occupazione e garantisca l’autodeterminazione palestinese, attesa da decenni».

«Il report parte dall’ascolto di ciò che la popolazione di Gaza vuole, chiede e si immagina per il proprio futuro. – conclude Pezzati – Un processo che potrà avere successo solo se sarà ascoltato davvero. Tutti noi possiamo mobilitarci e sostenere questo diritto perché sia davvero l’ultima volta che Gaza viene ricostruita».

*Foto ritagliata di EU Civil Protection and Humanitarian Aid tratta da Flickr

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