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Responsabilità delle aziende UE su ambiente e diritti umani: passi avanti e passi indietro

Responsabilità delle aziende UE su ambiente e diritti umani: passi avanti e passi indietro

ROMA-ADISTA. Un’occasione per le multinazionali dell’Unione Europea di assumersi la piena responsabilità degli impatti negativi provocati dai loro business e anche da quelli dei subfornitori esteri, in particolare sui diritti umani (sfruttamento del lavoro minorile, lavoro forzato, violenze, abusi, repressione, ecc.) e ambientali (deforestazione, inquinamento, consumo eccessivo di risorse, ecc.). Uno strumento per evitare, in definitiva, che grandi multinazionali europee o che operano nel mercato europeo possano trarre vantaggio da contesti di povertà estrema, degrado ambientale, conflitto, crisi umanitaria, assenza di democrazia, ecc.

La responsabilità delle imprese europee nel mondo

Dopo anni di mobilitazioni, entrerà gradualmente in vigore la Direttiva UE 2024/1760 sulla due diligence di sostenibilità aziendale (anche nota come CSDDD-Corporate Sustainability Due Diligence Directive), che impone alle grandi imprese UE, ma anche a quelle extra-UE che operano sul mercato europeo, di individuare, prevenire e porre fine agli impatti negativi sui diritti delle comunità, dei lavoratori, e dell'ambiente.

Un passaggio cruciale nell’attuazione concreta della Direttiva è lo sviluppo, da parte della Commissione Europea, di linee guida ufficiali che possano aiutare imprese, autorità di vigilanza e parti interessate ad applicare in modo chiaro i nuovi obblighi e stabilire standard e metodologie di valutazione condivise degli impatti dell’operato aziendale. Per la stesura delle linee guida la Commissione ha avviato la consultazione pubblica “Corporate sustainability due diligence. Development of guidelines” che, tra il 12 luglio e il 14 agosto, intende raccogliere il parere di ong, mondo accademico, società civile, sindacati e aziende sulla materia.

Il caso dell’oro sudanese che finanzia la guerra

Alla consultazione pubblica ha partecipato anche la Fondazione Nigrizia ETS – organizzazione veronese creata dai missionari comboniani che unisce impegno concreto di solidarietà, informazione critica e messaggio evangelico – portando «all’attenzione della Commissione il caso del Sudan, evidenziando il legame tra la guerra in corso, la gravissima crisi umanitaria e il commercio illecito dell’oro» (v. Nigrizia). Spiega la Fondazione che «l’oro rappresenta oggi la principale fonte di finanziamento delle parti in guerra». L’oro viene perlopiù commercializzato in reti opache quando non di contrabbando, viene spesso “ripulito” negli Emirati Arabi Uniti e, solo alla fine, viene immesso sul mercato internazionale. «In queste condizioni – ha spiegato la Fondazione Nigrizia alla Commissione – limitare gli obblighi di verifica ai fornitori diretti risulta del tutto insufficiente. Le filiere dell’oro proveniente da contesti di conflitto sono infatti caratterizzate da molteplici passaggi commerciali, intermediari e hub di raffinazione che rendono estremamente difficile risalire all’origine del minerale».

Alla Commissione Europea, che si appresta a redigere le linee guida, la Fondazione Nigrizia chiede alcune cose precise: riconoscere come «aree ad alto rischio» non solo i Paesi in guerra, ma anche i Paesi di transito, raffinazione e commercializzazione dell’oro (per esempio Emirati Arabi Uniti, Turchia, India e Hong Kong); considerare come fattori di alto rischio la discrepanze tra import ed export, l’assenza di trasparenza e tracciabilità, dogane deboli, l’uso del contante; commercio d’oro per finanziare gruppi militari; corruzione delle autorità.

La Fondazione Nigrizia ricorda infine che l’Europa dovrebbe dotarsi di un regime separato per la due diligence dell’oro, perché il suo commercio si comporta diversamente da quello di altri minerali critici, e le criticità principali non si rintracciano nella fase dell’estrazione ma in quella della raffinazione e del riciclaggio.

Un passo avanti, due indietro

Intanto l’Europa, per non scontentare nessuno, con una mano dà e con l’altra toglie. Se, da un lato, la Direttiva CSDDD del 2024 intendeva rendere le aziende legalmente responsabili del monitoraggio delle proprie filiere per prevenire abusi sui diritti umani e danni ambientali, dall’altro il pacchetto di modifiche legislative Omnibus I – recepito nella Direttiva UE 2026/470 e proposto dalla stessa Commissione in nome della sburocratizzazione e della competitività – ne ha ridotto pesantemente la portata e il perimetro d’applicazione. In che modo? Riducendo di circa l’80% la platea delle aziende direttamente coinvolte (l'obbligo non riguarda più le imprese con oltre mille dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato, ma si limita ai soli colossi industriali con più di 5mila lavoratori e oltre 1,5 miliardi di fatturato netto). Tutelando i piccoli fornitori con una clausola di salvaguardia, che impone un tetto massimo alle informazioni che le multinazionali possono esigere dai piccoli partner commerciali con meno di mille dipendenti, evitando che l'onere dei controlli venga scaricato lungo la filiera ma perdendo al contempo molte informazioni utili. Allentando i controlli lungo la filiera lasciando il monitoraggio approfondito prevalentemente ai fornitori diretti (di primo livello). Allungando i tempi di verifica periodica e rendicontazione da un anno a cinque anni. Depotenziando le conseguenze legali e riducendo le sanzioni economiche in caso di inadempienza. Ciliegina sulla torta, rimuovendo l’obbligo per le aziende di attuare Piani di Transizione Climatica conformi all’Accordo di Parigi del 2015, slegando tali obiettivi ambientali dalla remunerazione dei manager.

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