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«Non ci saranno più elezioni in Nicaragua»: parole del presidente Daniel Ortega

«Non ci saranno più elezioni in Nicaragua»: parole del presidente Daniel Ortega

«Qui non ci saranno più elezioni che permettano a loro (all’opposizione, ndr) di tentare di impadronirsi del governo, di prendere il potere». Lo ha dichiarato ai suoi sostenitori il presidente (dal 2007) del Nicaragua Daniel Ortega durante un evento a Managua per commemorare il 47° anniversario della rivoluzione sandinista (19 luglio 1984) e ha annunciato che farà approvare leggi per bloccare qualsiasi tentativo dell'opposizione di governare.

Il leader “sandinista” ha affermato che l'opposizione in esilio è «in agguato» per vincere le elezioni e arricchirsi. «Ma che se ne dimentichino» gli oppositori «nascosti»: «qui non ci saranno più elezioni per tentare di impadronirsi del governo, di prendere il potere», ha dunque detto, affermando che «lavoreremo con l'Assemblea Nazionale e con le organizzazioni competenti su leggi che erigeranno un muro, un blocco, contro i golpisti, i traditori, in modo che, per quanto denaro gli yankee (USA) gli diano, non ci riusciranno».

Ha anche sostenuto che il sangue versato durante le proteste del 2018 era il risultato di una lotta condotta dalla polizia di Ortega, dai giovani e dai volontari «per impedire un colpo di Stato».

Sandinista chi?

Abbiamo appositamente messo fra virgolette l’aggettivo “sandinista”, perché il sandinismo fu tutt’altra storia, di liberazione dal dittarore Somoza e di rivoluzione atttuata da un popolo oppresso. E tentativo di liberazione furono le sollevazioni del 2018 di una cittadinanza stanca di privazioni e povertà che incontrò la risposta governativa più dura.

Giustizia per le vittime di Ortega e Murillo” (v. Adista Documenti n. 26/2018), scriveva nel giugno di quell’anno Ernesto Cardenal – il sacerdote, teologo, poeta e oppositore della dittatura di Somoza che fu ministro della Cultura dopo la vittoria della rivoluzione sandinista (1979) nel governo del primo Daniel Ortega e venne per questo pubblicamente redarguito da papa Wojtyla – in una lettera a Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay (dal 2010 al 2015), «difensore dei diritti umani, della lotta per la dignità e fonte di ispirazione per tutta l’America Latina», perché unisse la sua «voce alla nostra causa che è degna e giusta».

«Il mondo deve sapere e pronunciarsi – era l’incipit della lettera – su ciò che sta avvenendo in Nicaragua: una vera crisi dei diritti umani e terrorismo di Stato (…). «Da aprile 2018 – i giovani nicaraguensi sono tornati nelle strade per chiedere democrazia e libertà. Hanno rispettato la profezia di uno dei principali artefici della crociata nazionale di alfabetizzazione in Nicaragua, padre Fernando Cardenal, che mai si stancò di affermare che così sarebbe accaduto. Deplorevolmente, all’energia e alla determinazione della gioventù si è risposto con la più violenta repressione governativa che questo Paese abbia visto nella sua storia».

«Il 19 aprile, due mesi fa – riferiva Ernesto Cardenal – il governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo si è preso la vita di più di 180 nicaraguensi, nella loro maggioranza giovani e anche bambini. Ci sono più di 1.500 feriti, molti scomparsi e prigionieri politici. Questi numeri aumentano ogni giorno che Ortega trascorre al potere».

«Sabato 16 giugno – proseguiva la lettera – una famiglia completa è stata bruciata in un incendio provocato per rappresaglia dagli squadroni della morte del regime poiché non avevano permesso che dei franchi tiratori entrassero nella loro casa per uccidere da lì coloro che protestavano in strada». Ma «nonostante la repressione, la mobilitazione cittadina si è mantenuta ferma, obbligando Daniel Ortega e Rosario Murillo a sedersi a un dialogo nazionale con interlocutori al di là del grande capitale. Per la prima volta, in undici anni, hanno dovuto sedersi con studenti universitari, movimento contadino e società civile».

Con quale risultato? «La strategia del regime orteghista – precisava Cardenal – è stata di sospendere il dialogo per scatenare la propria strategia del terrore nelle strade. Ancora è incerto se il dialogo potrà dare una risposta alla protesta popolare che chiede che se ne vadano immediatamente dal potere e che ci sia giustizia».

Da allora, la “democrazia” nicaraguense ha continuato a perdere pezzi di libertà e di garanzie. La repressione si accanì in particolare sulla Chiesa cattolica (v. Adista Notizie n. 10/23), rea di solidarizzare quanti osavano protestare, furono esiliati preti e vescovi (mons. Rolando Álvarez fu arrestato, condannato, carcerato e poi cacciato dal Paese, v. Adista Notizie n. 7/23), e la situazione a seguire non è migliorata.

Il 22 novembre del 2024, poi, l’Assemblea nazionale ha approvato all’unanimità in soli due giorni la riforma costituzionale che ha visto la moglie di Ortega, Rosario Murillo designata co-presidente insieme al marito con un mandato per entrambi di 6 anni (da cinque che era).

Alla coppia presidenziale la riforma ha conferito il controllo assoluto dei poteri statali, stabilendo che i co-presidenti coordinano «gli organi legislativi, giudiziari, elettorali, di controllo e supervisione, regionali e municipali», che in precedenza la Costituzione riconosceva come indipendenti. Alla coppia è riconosciuto il controllo della stampa e della Chiesa affinché non rispondano a «interessi stranieri» e la revoca della cittadinanza nicaraguense a coloro che sono considerati «traditori della patria», atto che abbondantemente applicato nei confronti di critici e oppositori.

Infine il sugello di ieri alla dittatura: non si terranno più elezioni.

*Foto ritagliata di Cubadebate tratta da Flickr

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