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Luisa Muraro e la libertà fondativa delle donne

Luisa Muraro e la libertà fondativa delle donne

«Le donne si prendono con Dio una libertà che gli uomini neanche si sognano». Questa frase di Luisa Muraro, in apertura del suo libro più discusso e forse più noto, Il Dio delle donne, contiene già il nucleo del suo pensiero su religione, autorità e differenza femminile. Nessun atteggiamento consolatorio, nessuna postura apologetica: è una coraggiosa dichiarazione di indipendenza. E indica con precisione l'angolatura da cui Muraro - filosofa, figura centrale del pensiero della differenza sessuale in Italia, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e anima dell'associazione “Diotima” di Verona - ha sempre osservato il rapporto tra le donne e l'istituzione ecclesiastica: non dall'interno delle sue regole, ma da un luogo terzo, libero, che le donne - soprattutto le mistiche - hanno saputo costruirsi nel corso dei secoli senza chiedere il permesso a nessuno. Oggi, nel giorno della sua morte, a poche ore dal suo ottantaseiesimo compleanno, questa affermazione forte di libertà appare come uno dei suoi lasciti più preziosi, in una fase storica in cui dalla base cattolica si fa sentire sempre più prorompente la frustrazione femminile per la discriminazione delle donne da parte della Chiesa, violazione di un diritto umano sotto mentite spoglie.


La libertà prima dell'istituzione

Il Dio delle donne attraversava tutta la storia del misticismo femminile occidentale - da Margherita Porete a Giuliana di Norwich, da Angela da Foligno a Simone Weil ed Etty Hillesum - non con l'obiettivo di ricostruire una genealogia edificante, ma per mostrare qualcosa che risulta quanto mai indigesto alla teologia “ufficiale”: queste donne, cioè, hanno avuto una relazione intima con il divino, un legame di "lingua materna" che la gerarchia non è mai riuscita a produrre né a controllare del tutto. È quella che Muraro chiama «teologia in lingua materna»: un sapere su Dio che nasce dall'esperienza diretta, dall'accesso libero alla Scrittura, da un rapporto personale che precede - e per certi versi eccede - qualsiasi mediazione clericale.

Questo non significa che Muraro si facesse portavoce di una istanza di uscita dalla Chiesa, e nemmeno di una riforma dall'interno in senso classico: più ruoli, più rappresentanza, il miraggio del ministero ordinato. La sua posizione era più radicale, ma allo stesso tempo più paziente e più a lungo termine: la libertà delle donne con Dio esiste già, è un fatto storico attestato e documentabile, e il problema non è conquistarla ma darle riconoscimento, restituirle la visibilità che le spetta, smettere di considerarla una "eccezione mistica", e dunque ai margini, e trattarla invece come ciò che è già: un'altra via, praticata, di pensare il sacro.

In questo senso il significato politico del suo pensiero era, e si spera che continui a essere, uno scandalo per chi custodisce i sacri poteri maschili. Non aveva bisogno, Luisa Muraro, di farne una polemica anticlericale, perché ha dimostrato che l'autorità spirituale femminile non ha mai avuto davvero bisogno di quell'autorizzazione che le è stata sistematicamente negata.

Certamente, Muraro non ha mai negato che le istituzioni religiose di tipo gerarchico, come quella cattolica, abbiano opposto e continuino a opporre resistenze strutturali al pensiero delle donne, a partire dall'esclusione dal sacerdozio. Ma non ha nemmeno ceduto a un atteggiamento di vittimizzazione o di rimozione del problema: sono resistenze analoghe, ha scritto, a quelle che oppongono altri tipi di società. Il conflitto è quindi inevitabile e persino opportuno, purché non si trasformi in una difesa di privilegi o in paura reciproca.

Di qui la sua proposta semplice ma impegnativa: un invito ai preti a conoscere e riconoscere il femminismo, alle suore di alzarsi in piedi e farsi sentire, alle femministe di formarsi in teologia per recuperare strumenti di pensiero e di relazione a volte liquidati troppo in fretta come reperti arcaici. Tre inviti, ma a partire da un unico principio, quello della possibilità di un dialogo solo a partire da un riconoscimento reciproco di competenza e di autorità. Non da una concessione dall'alto né da un'opposizione frontale dal basso.

 

L'ordine simbolico della madre e il problema dell'autorità

Questo approdo non sarebbe pensabile senza risalire la corrente del pensiero di Muraro fino al fondamento del suo pensiero: è la figura materna a garantire l'accesso alla lingua e quindi al simbolico. Non è una questione di conquista di spazi da sottrarre al maschile, perché le donne hanno già originariamente un'autorità fondativa, sistematicamente schiacciata e sostituita dalla cultura patriarcale, con il suo ordine del Dio Padre, della Legge, del Nome. La genealogia femminile dell'autorità - madre che dà la lingua, mistica che parla con Dio in prima persona - è già attiva, operante, efficace. La teologia ne ha un disperato bisogno.


Il rapporto con Lia Cigarini

Luisa Muraro muore a due mesi di distanza da un'altra grande madre del femminismo e dell'autocoscienza femminile, Lia Cigarini, avvocata, anche lei tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano nel 1975. Se Muraro ha elaborato la cornice teorica dell'ordine simbolico della madre e dell'autorità femminile come dato originario, Cigarini ha lavorato sulla traduzione politica e relazionale di quel pensiero: la pratica dell'affidamento tra donne, un riconoscimento reciproco di autorità, al di fuori delle piramidi gerarchiche maschili. È così che Luisa Muraro, del resto, guardava alla questione delle donne nella Chiesa: la sua non era la richiesta di inclusione in una gerarchia, ma la costruzione già operante di relazioni di autorità tra donne che non passano necessariamente per il riconoscimento ufficiale. La religiosa che trova il coraggio di parlare, la teologa ascoltata, una mistica medievale che oggi scandalizza ancora sono la generazione laterale di un'autorità che non chiede permessi dall'alto.

Cigarini e Muraro si sono trovate a volte su posizioni lontane su temi specifici, ma hanno condiviso l'idea che la libertà femminile non si misura sulla scala del potere maschile. Una libertà che non deve essere concessa ma riconosciuta.

Per questo, il loro pensiero continua a essere attuale. In un tempo in cui il dibattito su genere, religione e istituzioni è spesso polarizzato, ci accompagna, di Luisa Muraro, l'invito a una forma di pensiero più lenta: non solo cambiare le leggi, ma interrogare le parole con cui il mondo viene raccontato. Per cambiare il mondo.

*Foto di Avvenire da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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