Enzo Bianchi: il monaco che insegnò l’ecumenismo, ma che divise la sua comunità
Tratto da: Adista Notizie n° 30 del 12/09/2026
42704 ALBIANO DI IVREA (TO)-ADISTA. È stato un personaggio divisivo, ma ha certamente lasciato un segno nella Chiesa post conciliare: la vicenda umana e spirituale di fratel Enzo Bianchi, morto il 1.mo settembre scorso a 83 anni all’ospedale Molinette di Torino, in seguito a uno scompenso renale, che l'ha condotto al coma metabolico e poi alla morte, è indissolubilmente legata a quella della Comunità monastica di Bose (frazione di Magnano, in provincia di Biella). Proprio lì, alla fine del 1965 Bianchi, allora studente di economia a Torino, si trasferì in una cascina, per iniziare un’esperienza comunitaria ispirata alla tradizione del monachesimo occidentale. Venne raggiunto da altri giovani e nacque così la comunità monastica di Bose, ispirata alla spiritualità di Benedetto da Norcia. Da quel momento, e per decenni, Bose è stata il riferimento di generazioni di cattolici formatisi nello spirito del Concilio, che trovavano nella comunità, ecumenica e inclusiva, sempre pronta all’accoglienza di singoli e gruppi, un luogo di incontro e dialogo aperto a diverse confessioni religiose, a donne e uomini di cultura e formazione e credi diversi.
All’inizio (1967), per la verità, l’allora vescovo di Biella, mons. Carlo Rossi, emanò nei confronti di Bose un interdetto (si tratta di una pena prevista dal Diritto canonico che impedisce a chi ne è colpito di partecipare e di svolgere funzioni religiose, di ricevere i sacramenti, ad eccezione del sacramento della penitenza) a causa della presenza di non cattolici nella comunità. L’anno dopo però, il card. Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, intercesse affinché l’interdetto fosse rimosso. La comunità crebbe nei numeri e nella fama, anche internazionale, e nel 2000 venne riconosciuta dalla Santa Sede come «associazione privata di fedeli», aprendo nuove sedi (a Ostuni, Assisi e Civitella San Paolo, in provincia di Roma) e diversificando le attività: alla preghiera e al lavoro agricolo – capisaldi della regola benedettina dell’ora et labora – si affiancarono la produzione di icone e candele e, dal 1983, la casa editrice Qiqajon, che pubblica testi di ricerca biblica, patristica, ecumenismo, spiritualità.
Ascesa e caduta (in piedi)
Bianchi nel frattempo era divenuto un personaggio pubblico, sempre attento al proprio ruolo, anche mediatico, e a mantenere buone relazioni con l’establishment laico e cattolico. Abbastanza progressista e avanzato quando si trattava di intervenire su temi di spiritualità, di ecumenismo, dialogo interreligioso, si è mantenuto piuttosto prudente su questioni di più scottante attualità, intra ed extra ecclesiale (con qualche eccezione: ad esempio sul tema della guerra Bianchi è sempre stato netto, dalla condanna di quella in Iraq nel 2003 fino al sostegno della linea del papa sull’Ucraina). Anche per questo ha potuto scrivere e intervenire su tutti i media cattolici istituzionali (ma anche su alcune testate laiche, come La Stampa e Repubblica), pubblicare decine e decine di libri, intervenire in ogni ambito ecclesiale, diocesano, nazionale e non di rado internazionale. È stato stimato e sostenuto da molti pontefici: Giovanni Paolo II lo inviò nel 2024 a Mosca assieme a una delegazione incaricata di restituire l’icona della Madre di Dio di Kazan, nel tentativo di agevolare il dialogo tra cattolici e ortodossi; Ratzinger lo volle come esperto alle assemblee generali del Sinodo dei vescovi; Bergoglio lo nominò consultore del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani.
Proprio sotto papa Francesco però la situazione cambiò improvvisamente: con l’avanzare dell’età, ma complici anche le tensioni interne alla comunità per la sua gestione, considerata accentratrice e autoritaria, Bianchi aveva lasciato la guida di Bose nel 2017. Il rapporto con il nuovo priore Luciano Manicardi e con molti dei confratelli e delle consorelle restò però molto teso. A tal punto che il Vaticano inviò a Bose una visita apostolica, all’esito della quale, nel maggio 2020, seguì un decreto particolare della Santa Sede che impose a Bianchi (e ad altri tre membri) di allontanarsi dalla comunità a tempo indeterminato e di non fondare altre comunità religiose. La causa era di «non aver rinunciato effettivamente al governo, interferendo in diversi modi, continuamente e gravemente sulla conduzione della medesima comunità e determinando una grave divisione nella vita fraterna». Bianchi si era «posto al di sopra della regola della comunità e delle esigenze evangeliche da essa richieste, esercitando la propria autorità morale in modo improprio, irrispettoso e sconveniente nei confronti dei fratelli della comunità provocando lo scandalo».
Il divieto fu in parte aggirato perché se dal giugno 2021 Bianchi obbedì, trasferendosi in un luogo distinto da Bose, sempre nel Canavese – in seguito (2023) diede però vita assieme a tanti sostenitori (taluni molto autorevoli, come l’ex sindaco di Torino Valentino Castellani, il manager emiliano Corrado Colli e Mauro Salizzoni, ex chirugo alle Molinette, già di Rifondazione Comunista poi vice presidente della Regione Piemonte per il Pd) – ad Albiano d’Ivrea, solo una decina di km distante da Magnano, alla “Casa della Madia”, un luogo di accoglienza e di condivisione di preghiera, lavoro, ricerca culturale e teologica. Una sorte di Bose2, dove Bianchi ha continuato l’attività di saggista e commentatore biblico. Nel dicembre 2023 aveva in parte ricucito lo “strappo” con il papa, venendo ricevuto in Vaticano. Nelle settimane scorse, consapevole del peggioramento delle proprie condizioni di salute, aveva anche tentato di ricucire con i suoi ex fratelli.
«Dovrò tornare presto in dialisi – aveva scritto all’inizio di agosto all’attuale priore di Bose Sabino Chialà – e ho la consapevolezza che ormai sono alla fine dei miei giorni e che è venuto davvero il tempo di sciogliere le vele… Vorrei proprio in questi ultimi giorni che si trovassero cammini di riconciliazione visibile con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci… Spero che questo avvenga prima che io me ne vada. Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi».
Negli ultimi anni, però, se i rapporti con la Santa Sede e i confratelli si erano rasserenati, diverse sono state le polemiche all’interno del mondo cattolico progressista e conciliare che hanno visto Bianchi protagonista. Da quella sull’interpretazione della figura di don Milani (v. Adista Segni Nuovi n. 23/2017), fino all’ultima, che riguarda un suo articolo (maggio 2026) su Vita pastorale dedicato allo scisma lefebvriano (v. Adista Notizie n. 20/26). Nell'articolo, pur biasimando lo scisma dei lefevbriani e il comportamento della Fraternità di S. Pio X, Bianchi sosteneva che non si poteva chiedere loro di aderire senza riserve a tutti i documenti del Vaticano II «perché non tutti avevano lo stesso valore dottrinale», criticando come sociologicamente "ottimista" la Gaudium et spes e rilevando «la sciatteria con cui vengono celebrate molte messe, la deriva delle liturgie giovanili verso l'happening, funzioni ridotte a semplice cornice delle feste popolari».
L'articolo ha suscitato forte disappunto in una parte del mondo cattolico progressista. Il liturgista Andrea Grillo ha contestato in particolare a Bianchi di aver posto i documenti conciliari in una sorta di gerarchia e di aver descritto la riforma liturgica come una concessione alla narrazione tradizionalista. Tra i due si è messo lo storico del cristianesimo Alberto Melloni e tradizionalmente molto vicino al fondatore di Bose: «Prendersela con Enzo Bianchi perché relativizza l’antagonismo fra il messale conciliare che chiamerei della Tradizione e quello di Pio V che chiamerei della emergenza e della nostalgia non mi pare un granché».
*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza
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