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Il centrodestra apre al suicidio assistito. E tra intransigenza e distinguo la Chiesa si posiziona

Il centrodestra apre al suicidio assistito. E tra intransigenza e distinguo la Chiesa si posiziona

Tratto da: Adista Notizie n° 31 del 19/09/2026

42707 ROMA-ADISTA. In principio c’è una sentenza della Corte Costituzionale, la 242/2019, che dichiara illegittimo punire chi aiuta un malato a porre termine alla propria vita (ai sensi dell’art. 580 del Codice Penale) qualora affetto da una malattia irreversibile, lamenti sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, sia tenuto in vita con trattamenti appositi. E se infine, ovviamente, sia in grado di prendere decisioni libere e consapevoli.

La Corte affermava allora che il suicidio assistito sarebbe dovuto rimanere un'eccezione e non un diritto, ed esortava a riempire il vuoto legislativo. Finora però il Parlamento (già sollecitato da un’altra sentenza della Corte, la n. 66/2025, per la quale, prima ancora del diritto a interrompere i trattamenti sanitari, il malato ha il diritto di rifiutare ab origine l’attivazione dei medesimi trattamenti) non ha voluto interventire su questo tema, anche perché esso è fonte di conflitto con la Chiesa cattolica e di scontro trasversale all’interno delle forze politiche, specie a destra.

Ci hanno pensato nel frattempo alcune Regioni, a cui compete l'organizzazione e la programmazione dei servizi sanitari territoriali. A muoversi in questi anni sono state soprattutto Regioni amministrate da maggioranze di centrosinistra, in Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il 2 settembre scorso, però, anche il Veneto, governato da una coalizione formata da Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia, ha approvato una legge sul suicidio assistito (con 32 voti favorevoli, 5 astenuti e 14 contrari in Consiglio regionale, con tutti i consiglieri presenti), che definisce «procedure e tempi per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito» sulla base dei principi stabiliti dalla Corte Costituzionale. La legge era stata voluta e sostenuta dal precedente presidente della Regione, il leghista Luca Zaia (attuale presidente del Consiglio regionale), poi (seppure in maniera più cauta) dal suo successore, Alberto Stefani, anche lui leghista.

Il centro-destra si fa laico

E anche nell’Assemblea Regionale Siciliana, a maggioranza centrodestra, qualcosa si sta muovendo, perché Salvo Tomarchio e Stefano Pellegrino, deputati regionali di Forza Italia, hanno depositato il 6 settembre scorso un disegno di legge per dare – come in Veneto – attuazione alle sentenze della Corte Costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. «Capiamo perfettamente come il tema possa apparire divisivo – dicono i due firmatari –, come tocchi in modo profondo la coscienza di tutti. Riguarda ciò che ciascuno di noi pensa del dolore, del limite, della libertà di disporre di sé, del modo in cui vive la propria fede. Ma la politica è prima di tutto impegno per i diritti e, quando i diritti possono apparire contrastanti, lavorare per il loro bilanciamento. Per questo, il rispetto di quelle convinzioni è parte del testo che proponiamo: nessun professionista sanitario è obbligato a partecipare alla procedura, la partecipazione avviene su base volontaria. Nessuna persona malata viene sospinta verso alcuna direzione: l'informazione sulle cure palliative e sul diritto di rifiutare o interrompere qualunque trattamento precede ogni altro passaggio. Un diritto che pone dilemmi umani, etici e personali resta un diritto. La presenza del dilemma è una buona ragione per circondarne l'esercizio di garanzie e di tempi di riflessione. Non è una ragione per lasciarlo senza attuazione».

Veneto e Sicilia hanno quindi riaperto un dibattito che in Italia va avanti da anni. Suscitando però anche reazioni contrariate da parte della gerarchia cattolica. Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, dopo l’approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito ha espresso la sua «amarezza» perché, si legge in una nota del Patriarcato, «si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile». «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La più grande preoccupazione è per «le persone fragili e sole», ossia «per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo». Secondo Moraglia, infatti, «in alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l'inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come insopportabile».

Il “dono” della vita

Corrado Augias, su Repubblica, il 6 settembre riprende la notizia della legge veneta per chiedere che in tutta Italia le persone gravemente malate possano decidere se continuare o meno a vivere. «Il Parlamento non decide perché non ha il coraggio di farlo, perché sono tutti alle prese con leggi di immediata convenienza, perché privi, nella maggioranza dei casi, di quella tenuta etica necessaria per maneggiare temi di questa delicatezza. I cattolici (non tutti, per fortuna) si rifugiano dietro la formuletta che la vita è un dono di Dio, quindi indisponibile per la volontà dei singoli. C’è una contraddizione logica in questa misera risposta. Quando si dona qualcosa, il donatore si spoglia di una proprietà che da quel momento obbedisce alla volontà del donatario. Formuletta che non vale niente anche per un’altra ragione: il principio vale per chi osserva certi principi religiosi, perché mai dovrebbe valere anche per chi obbedisce ad altri principi, per esempio quelli dell’umana misericordia? Al netto di tutte le profonde diversità, qui accantonate per comodità di ragionamento, vale la regola già dibattuta nel 1974 ai tempi del divorzio: l’istituto del divorzio non obbliga nessuno a divorziare; concede solo di farlo a chi lo desideri. Perché tu, in base a certi tuoi principi, vuoi togliere a me quella possibilità?».

Ad Augias risponde mons. Vincenzo Paglia, di Sant’Egidio, alla guida della Pontificia Accademia per la Vita dal 2016 al 2025, su Repubblica l’8/9. Paglia replica che «anche per chi non crede, la vita è sempre un “dono”: nessuno “nasce da sé”. Veniamo tutti da “un altro”. Il dono (come tutti i doni) non ci viene fatto per essere semplicemente conservato, e tanto meno per essere buttato via. È un dono che siamo chiamati a far crescere, a moltiplicare, a rendere più umano anche per gli altri»; poi, aprendo all’idea di una legge nazionale: «Che il Parlamento si assuma le proprie responsabilità. Su una materia così delicata non possiamo lasciare che siano soltanto i tribunali, i casi individuali o le emergenze a dettare le regole. Tocca alla politica affrontare il tema con serietà, senza ideologismi e senza scorciatoie».

Nello stesso giorno, mons. Renzo Pegoraro, attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita, conferma in un’intervista ad Avvenire che nella Chiesa esiste una linea, diversa da quella intransigente indicata da Moraglia, legata al principio del “male minore”: «È la Costituzione stessa che “obbliga” lo Stato a prendersi carico del malato, con la proposta della cura adeguata a una situazione personale precisa. Uno Stato laico – afferma Pegoraro – non è affatto uno Stato indifferente al malato. Non esiste alcun diritto all’aiuto al suicidio. Esiste, in Italia, l’obbligo in capo allo Stato di prendersi cura, e anche di rispettare la volontà del singolo di non ricevere trattamenti. Bisognerebbe, inoltre, vigilare sull’eventuale legge nazionale perché non sconfini, superando la strettoia precisa indicata dai criteri stabiliti dalla Corte. Da parte cattolica, si tratta insomma di valutare se saremo in presenza di una “legge imperfetta”, a cui sarebbe comunque morale dare il proprio assenso, in vista del fatto che in Parlamento potrebbero invece essere prontamente approvate leggi più permissive e libertarie, molto più lesive della dignità del malato e del valore della vita». Poi Pegoraro insiste sull’importanza del diritto alle cure palliative: «Riterrei comunque opportuno che l’Italia adottasse l’obbligo di proporre a tutti i cittadini percorsi di cure palliative – come in Veneto – assumendosi l’onere di reperirne fondi e finanziamenti. Una buona legge sulle cure palliative, in Italia, c’è già, e riconosce un esplicito diritto a usufruirne. Ma chi si propone a difensore della vita deve anche trovare i soldi per implementarle. Meno armi e più cure palliative, direi».

E la Chiesa?

Insomma, la prospettiva potrebbe essere quella di una Chiesa (Vaticano e Cei) che sull’eventualità di leggi sul suicidio assistito (locali o meno probabilmente nazionali) assuma una posizione diversa da quella assunta in passato da Wojtyla, Ratzinger e Ruini su fecondazione assisitita, caso Welby e caso Englaro: difendere la vita come “dono” di cui le persone non possono disporre a piacimento, sostenere le cure palliative; insistere (come ha fatto Pegoraro) sulle cure palliative garantite dallo Stato (con l’efficace slogan “meno armi, più cure”); ma al contempo rassegnarsi all’idea che è meglio una legge che delimiti pochi, specifici casi in cui si può aiutare il malato a morire rispetto a una legge complessiva sull’eutanasia, come esiste in diversi Paesi europei (Olanda, Belgio, Spagna, Svizzera, Francia).

Resterà da vedere come si comporterà la destra ecclesiale e papa Leone. La prima attacca, ma non sembra avere risonanza nei media istituzionali. Da parte sua il papa, durante il suo pontificato, ha mostrato sinora un profilo moderatamente conservatore (come del resto anche Francesco), ma non ha mai usato sui temi etici i toni apocalittici di Wojtyla e Ratzinger, convinto forse, come Francesco, che il ruolo della Chiesa nella società contemporanea si giochi ormai soprattutto sul piano della credibilità internazionale, in un contesto di "normalizzazione della guerra" e di sconvolgimenti degli equilibri mondiali. 

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

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