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Settimana sociale Rigenerare la democrazia

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 78 del 16/10/2010

La prossima Settimana sociale cade in un momento di evidenti e inedite criticità per il nostro Paese. Solo una riduttiva interpretazione potrebbe far risalire la crisi che l’attanaglia alla lunga e incompiuta transizione politica, giacché, in realtà, si tratta di una crisi culturale, che ha rivelato le contraddizioni di un sistema che propone la ricerca del benessere, la felicità, il consumo, la sicurezza, l’ambizione del potere, l’attesa del successo e della considerazione sociale quali massime di affermazione dell’individuo: un sistema radicalmente incompatibile con il modello di vita proposto dal cristianesimo.

L’Italia degli ultimi decenni è scivolata nell’attuale grave crisi perché, anche attraverso interessate ma temerarie scelte politiche, ha adottato tale sistema, insidioso quanto illusorio. In questi anni, è avvenuta una silenziosa ma profonda rivoluzione culturale, quasi una mutazione antropologica che, attraverso la televisione e, in modo sistematico dai canali di Mediaset, ha imposto una nuova mentalità e una nuova morale, basate sul culto dell’apparire, su un permissivismo felice, sulla trasgressione impunita, su un vitalismo edonistico, sull’esibizionismo sessuale... Di questo modello culturale, l’attuale governo è, insieme, la rappresentazione politica e la legittimazione ideologica.

Tutto questo è avvenuto con la complicità, più o meno consapevole, di parte del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica. Sicché, questa mentalità si è insinuata anche nella comunità ecclesiale, fino a legittimarne una prassi di compatibilità con la vita cristiana. Già nel 1994, Giuseppe Dossetti ricordava ai cattolici che la “notte” sarebbe stata lunga e che non sarebbe stato possibile uscirne senza “un giudizio severo nei confronti dell’attuale governo (era il Berlusconi 1, ndr), in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (per esempio la politica familiare e la politica scolastica)”. Il “giudizio severo” è mancato da parte dei tanti cattolici che, con la benedizione ecclesiastica, si sono accomodati nella “casa berlusconiana” e dei vertici ecclesiastici che, anzi, continuano a praticare lo scambio temuto da Dossetti.

La costruzione di una nuova “civiltà della politica”, finalizzata a risanare il tessuto sociale e ad aprire una nuova stagione dei doveri, ricentrando l’asse culturale del Paese sul primato del bene comune, non è impresa a breve termine. E, soprattutto, riteniamo che richieda altre mani, che non siano quelle dell’attuale maggioranza di governo, poiché questa, con la concezione proprietaria delle istituzioni pubbliche, con la violazione sistematica delle regole, con la delegittimazione degli organismi costituzionali, con l’uso intimidatorio dell’informazione, è all’origine del “sistema gelatinoso” che ha corrotto la rete produttiva e amministrativa del Paese.

L’assemblea di Reggio Calabria si prefigge di aprire l’Italia ad un futuro di speranza. Ma tale alta aspirazione non può prescindere da una presa di coscienza (una “purificazione della memoria”) anche da parte cattolica, delle collusioni e delle complicità che hanno alimentato e legittimato il sistema. Non solo il Paese ha bisogno di voltare pagina ma anche la Chiesa cattolica, perché si liberi da ogni tentazione temporalista e da ogni commistione politica e, fedele alla lezione del Concilio, si incarni nella comune vicenda dei nostri giorni, quale “segno e strumento” di unione divina e di fraternità umana. Aprire il Paese alla speranza vuol dire riappropriarsi del desiderio di futuro e rinnovare la volontà di perseguire il bene comune, valorizzando il potenziale di risorse di cui l’Italia ancora dispone. Noi riteniamo che la prima risorsa sia la Costituzione, carta di regole e di valori, fondativa di un’ordinata convivenza sociale. Dalla Costituzione vanno attinte le indicazioni utili per affrontare la “questione nazionale” che, opportunamente, il documento preparatorio della Settimana pone in relazione con il “bene comune globale”.

Riteniamo che la “questione nazionale”, la saldatura unitaria del Paese in un’unica alta speranza, vadano declinate come “questione democratica”, impegno prioritario dei cattolici a rigenerare ed educare la democrazia, da intendere non solo come forma del governo politico e presidio delle libertà, ma anche come sistema delle relazioni sociali e promozione dell’uguaglianza. La “questione cattolica”, oggi, non è più la rivendicazione di spazi politici da parte dei cattolici ma la partecipazione convinta all’opera plurale di rigenerazione della democrazia.

Nel rinnovare tale impegno, siamo consapevoli che il bene comune non coincide con il bene dei cattolici, anche se sono maggioranza, ma, come ci ricorda l’insegnamento sociale della Chiesa, è il bene di tutti e di ciascuno. In questa prospettiva, anche gli immigrati, che hanno diritto di sedersi alla mensa dei nostri beni, sono una risorsa del nostro Paese e, mentre usufruiscono dei beni, sono chiamati a contribuire alla realizzazione del bene comune. È necessario, però, che si sentano accolti e non respinti o diffidati e sospettati non solo dal governo ma anche da alcune realtà ecclesiali. Tuttavia, riconosciamo e apprezziamo la linea ufficiale sviluppata, in materia, dalla Santa Sede e dalla Chiesa italiana.

Ma la cura di questa e altre questioni politiche non può essere lasciata o riservata ai vescovi. Riteniamo che sia in atto nella comunità dei cristiani una sorta di “fuga dalla laicità”, dovuta, da una parte al protagonismo politico di alcuni ecclesiastici e alla tentazione della gerarchia di gestire il rapporto con la politica; dall’altra alla scarsa coscienza della condizione laicale di tutta la Chiesa e alla sottovalutazione della mediazione, quale esercizio laicale proprio dell’agire politico “da cristiani”. Vincolata all’etica della laicità, la mediazione è principio di distinzione e non di separazione, criterio di risoluzione dei conflitti, metodo di composizione delle diversità e strumento di confluenza degli interessi particolari nell’interesse generale che, nel vocabolario del cattolicesimo politico, prende l’impegnativo nome di “bene comune”.

 

* Un contributo del Coordinamento di cattolici democratici in occasione della Settimana sociale, (Reggio Calabria, 14- 17 ottobre)

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