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Lasciare aperta la porta santa della misericordia

Lasciare aperta la porta santa della misericordia

Tratto da: Adista Notizie n° 43 del 12/12/2015

Il giubileo biblico, quello da celebrare ogni 50 anni nell’antico Israele per ridonare libertà agli schiavi, restituire le terre agli antichi proprietari, e far riposare la terra lasciandola incolta, pare non sia mai stato bandito. Il grande Jobel rimasto silenzioso divenne però nei secoli successivi soggetto di profezia di tempi nuovi. Ne parlò il tardo Isaia nel travaglio della ricostruzione dopo l’esilio e il suo annuncio rimbalzò nel tempo fino alla piccola sinagoga di Nazareth, quando un falegname leggendolo lo attualizzò dicendo: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi udite». Il tempo della liberazione era cominciato. Gesù Cristo stesso divenne il giubileo da annunciare al mondo. L’autorità e la dolcezza della sua parola, il racconto della sua morte trasformata da condanna in salvezza, lo stupore sorto dal pianto alla domanda «Perché cercate il Vivente fra i morti?» è verità giubilare per ogni tempo, per tutte le generazioni. 

Se il Giubileo cattolico che sta per iniziare ha l’intento di far risuonare più forte nella Chiesa e fuori, l’annuncio della misericordia di Cristo, che questo tempo divenga strumento di trasformazione. Se invece servirà per celebrare una Chiesa e il suo massimo rappresentante come mediatori di salvezza, allora anche questo giubileo presenterà il suo tributo all’ambiguità come è avvenuto per tutti i precedenti.

Ho letto la bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia. Si tratta nella sua essenza di uno scritto profondamente radicato nella rivelazione biblica con forte caratterizzazione pastorale. In questo documento diviso in 25 paragrafi viene declinata la misericordia come il cuore pulsante della rivelazione di Dio e della sua incarnazione. C’è lo struggente dissidio del profeta Osea fra giustizia e grazia e c’è l’incoraggiamento ad andare al Dio che rivela «il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio ritrovato». Ma c’è anche il richiamo a corrispondere alla misericordia del Padre e ad astenersi dalla tentazione del giudizio. 

È anche rilanciato il sacramento della riconciliazione dicendo che non ci si improvvisa confessori, che «nessuno è padrone del sacramento» e che «non si porranno domande impertinenti!». E in un paragrafo, il 22, si parla anche di indulgenze ma, a dire il vero, si stenta a riconoscere nella prosa di quel paragrafo echi chiari della dottrina che fu.

Il paragrafo 4 collega strettamente la scelta della data d’inizio del giubileo al 50° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, tempo in cui si percepì forte «il vero soffio dello Spirito». Come dire, di là si ricomincia.

Ma come leggere la decisione di Francesco di indire un anno giubilare a ridosso del 500° anniversario della Riforma protestante? Difficile dirlo. Nella Bolla non vi è alcun accenno alla Riforma. Tuttavia voglio pensare che un anno di richiamo alla fede nel perdono incondizionato di Dio in Cristo possa essere proposto, anche, come la maniera migliore per prepararsi ad una celebrazione ecumenica della Riforma, una maniera implicita di riconoscere il primato del Vangelo della grazia che i riformatori rivolevano al centro della vita della Chiesa. 

Se l’apertura delle porte non solo a Roma, ma ovunque nel mondo, segnerà l’inizio di un tempo intenso di annuncio di tutto il Vangelo, un tempo di conversione in cui aprire «i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità», allora quelle porte della misericordia non dovrebbero più essere chiuse. Mai più.

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