Rapporto sinodale sulle formazione dei preti. I Sacerdoti sposati contestano al papa: "questi i presupposti teologici per un celibato opzionale"
Composto di nove membri di vari Continenti e di diversa esperienza ecclesiale, il Gruppo di studio n. 4 – “La revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (2016, ndr) in prospettiva sinodale missionaria” – ha pubblicato il 3 marzo il “Rapporto finale” sulla sua riflessione, avendo portato a termine la «verifica della formazione al ministero ordinato e a una revisione della Ratio Fundamentalis nella prospettiva della Chiesa sinodale missionaria, a servizio delle Conferenze Episcopali».
Il Gruppo n. 4 – uno dei 10 gruppi di lavoro che papa Francesco individuò (e che Leone XIV ha volentieri ereditato) durante il processo sinodale iniziato nel 2024 per affrontare questioni particolarmente complesse e controverse, bisognose di ulteriore approfondimento – riguarda la riforma dei seminari e la formazione dei sacerdoti ordinati. Per i quali è obbligatoria l’accettazione del celibato, istituzione non divina ma disciplina ecclesiastica, tanto è in vigore per la Chiesa cattolica latina ma non per le Chiese cattoliche di rito orientale.
La parola celibato compare una sola volta nel Rapporto finale, lì dove si dice che, nel segno della comunione e della sinodalità, «è bene sviluppare percorsi verso il presbiterato nei quali il “Seminario” non risulti la struttura unica ed esaustiva per la formazione. Certamente si dovrà garantire il tempo e lo spazio necessari (“venite in disparte”) per approfondire e verificare la chiamata al ministero sacerdotale e, per la Chiesa latina, il carisma del celibato in un’intensa vita spirituale marcata da ritmi custoditi e guidati. Al contempo, però, il Seminario non dovrà risultare un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio. Pare necessario prevedere lungo il percorso anche altri moduli formativi, non alternativi ma complementari al «luogo/tempo» del Seminario che garantiscano ai candidati un reale abitare la condizione umana ordinaria e l’immersione stabile nel vissuto della comunità cristiana, capaci di assicurare una solida maturazione integrale: evitando così condizioni di separatezza dove più facilmente si covano irresponsabilità, dissimulazioni e infantilismi clericali».
Il Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati, informato del Rapporto finale, ha indirizzato una “Lettera Aperta al Sommo Pontefice e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali» perché si prenda in considerazione «la rielaborazione del celibato ecclesiastico da obbligo giuridico a carisma opzionale». Di seguito il testo:
Santità, Eccellenze Reverendissime,
la recente riflessione sulla revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, come riportato dalle cronache ecclesiali (cfr. AgenSIR, 10 marzo 2026), pone al centro della missione presbiterale il concetto di "comunione". Si auspica una formazione che non sia autoreferenziale, ma innestata nel tessuto vivo del Popolo di Dio.
Tuttavia, come membra vive di questo stesso Popolo, avvertiamo l'urgenza di sottoporre alla Vostra paterna attenzione una questione che non può più essere elusa se vogliamo che tale "comunione" sia autentica e non solo procedurale: la rielaborazione del celibato ecclesiastico da obbligo giuridico a carisma opzionale.
Sosteniamo questa istanza basandoci su solidi presupposti teologici e pastorali:
1. La Distinzione tra Sacerdozio e Celibato
Teologicamente, è necessario ribadire che non sussiste un legame ontologico intrinseco tra il sacramento dell'Ordine e il celibato. Mentre l'Ordine è di istituzione divina, il celibato nella Chiesa Latina è una disciplina ecclesiastica (can. 277 §1 CIC). Come ricordato dal Concilio Vaticano II nel decreto Presbyterorum Ordinis (n. 16), il celibato «non è certamente richiesto dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente dalla prassi della Chiesa primitiva e dalla tradizione delle Chiese orientali». Chiediamo che questa distinzione dogmatica diventi prassi pastorale.
2. La Famiglia come "Chiesa Domestica" e il Ministero
La teologia post-conciliare ha riscoperto la famiglia come Ecclesia domestica (Lumen Gentium, n. 11). Se il presbitero è chiamato a essere guida della comunità, l'esperienza del sacramento del Matrimonio non è un ostacolo, ma un'integrazione sacramentale. Un presbiterato uxorato esprimerebbe una sintesi mirabile tra la carità pastorale e la santificazione della vita familiare, offrendo modelli di leadership più vicini alla realtà vissuta dai fedeli.
3. Il Diritto dei Fedeli all'Eucaristia (Can. 213)
Il Codice di Diritto Canonico sancisce il diritto dei fedeli a ricevere i beni spirituali della Chiesa, in primis l'Eucaristia. La persistente carenza di clero, dovuta in parte all'obbligatorietà del celibato, sta portando a una "carestia sacramentale" in intere regioni. La riammissione al ministero dei sacerdoti sposati (cfr. sacerdotisposati.altervista.org) e l'ordinazione di viri probati non sono concessioni alla modernità, ma atti di giustizia verso il Popolo di Dio che soffre per la mancanza di pastori.
4. Per una "Sinfonia dei Carismi"
Un rinnovamento autentico richiede il superamento del clericalismo denunciato da Vostra Santità. Riconoscere il carisma del sacerdozio in uomini sposati significa onorare la libertà dello Spirito, che chiama chi vuole, come vuole. La Chiesa non può permettersi di "disperdere" le vocazioni di chi, pur avendo risposto alla chiamata presbiterale, vive con pienezza e fedeltà la vocazione matrimoniale.
Santità, Fratelli Vescovi, Vi chiediamo di avere il coraggio apostolico di tradurre la "Ratio" in una realtà inclusiva. Il rinnovamento della Chiesa passa per una comunione che non teme l'amore umano, ma lo eleva a segno della presenza di Dio nel mondo.
Con filiale devozione e speranza sinodale,
Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati
*Immagine tratta da Pexels
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