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Per il verso giusto. Poesia e geografia

Per il verso giusto. Poesia e geografia

Alla memoria della professoressa Daniela Bettella 

A Saverio Cardin

Salmo

Oh, come sono permeabili le frontiere umane!

quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,

quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,

quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui

con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano

che si posano sulla sbarra abbassata?

Foss’anche un passero - la sua coda è già all’estero,

benché il becco sia ancora in patria. E per giunta, quanto si agita!

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,

che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere

non si sente tenuta a rispondere alle domande “Da dove?” e “Dove?” 

(...) E chi se non la piovra, con le lunghe braccia sfrontate,

viola i sacri limiti delle acque territoriali?

(...)

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.

Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.

Wislawa Szymborska

Guardo con una certa tristezza e preoccupazione il progressivo sparire dalle scuole, dai licei, ad esempio, della geografia. Per chi da bambino non poteva permettersi di fare grandi viaggi come me, i libri di geografia e soprattutto gli atlanti erano spazi di immaginazione straordinari. Il mio concittadino veronese Emilio Salgari ci raccontò un mondo di oceani, deserti, terre di elefanti e di leoni, senza mai andarci. La geografia è stata la sua grande maestra. C’è però una preoccupazione più seria: eliminare o decurtare la geografia è una grave limitazione della lettura critica dei nostri ragazzi. La geografia politica ad esempio rivela dove siano nati spesso i confini, disegnati a matita dai generali, e poi separati dal filo spinato. Una difesa del “territorio” che ha finito per declinare la stessa radice di “terrore”. La paura del nemico, del diverso. La geografia mostra il discutibile, talvolta profondamente ingiusto, modo di dividere e accaparrarsi il mondo. In Europa il muro di Berlino ha costituito dopo la seconda guerra mondiale il simbolo di un'ideologia violenta che divide con una cortina di ferro la città a metà, affetto da affetto, corpo da corpo. Così il muro che oggi divide Gerusalemme è l’emblema dell’arroganza, una torre di Babele allungata e armata, che disperde le lingue e crea il mito di una nazione più "uguale" di tutte le altre. La geografia ci racconta che siamo nati da migrazioni, nonostante restiamo poi così ostinati in un ingannevole, puro, bugiardo concetto di identità. La poesia che abbiamo scelto affronta il tema con una sublime leggerezza e ironia di cui Wislawa Szymborska  è insuperabile maestra. «Come sono permeabili le frontiere umane!». Inizia cosi la sua poesia “Salmo”. Un titolo davvero curioso, che penso voglia evocare come un cantico biblico, la corale partecipazione di tutte le creature: piante, animali, nuvole e stelle.

Le nuvole, la sabbia del deserto «passano da un paese all’altro», senza fermarsi davanti ai “sacri confini”. E così la formica, e perfino «la piovra, con le lunghe braccia sfrontate, viola i sacri limiti delle acqua territoriali…».

Per non parlare del passero, «la sua coda è già all’estero, benché il becco sia ancora in patria…», continua la nostra poeta polacca.

Il finale si fa di una ironia amara, una stilettata nei confronti di un antropocentrico che sembra totalmente insensibile al resto della creazione.

Sembra dirci forse la Szymborska che dovremmo imparare dalle nuvole, o dalla sabbia, dagli uccelli e perfino dalle formiche la vera lezione di geografia. «Solo ciò che è umano può essere davvero straniero»: ecco il punto critico, la pietra d'inciampo che ci fa rotolare in un delirio di onnipotenza. Al reciproco riconoscimento, che rispetta l’altro, i luoghi, la lingua, la natura e la cultura, subentra poi il potere, il dominio, la pretesa di cancellare l’altro, di impadronirsi della terra inventandosi l’ennesima stupida guerra.

Daniela è stata una professoressa di geografia. Ha insegnato a guardare la terra non come un possesso, ma come un regalo. Ha insegnato ai suoi studenti come spesso i confini sono stati fatti dalla prepotenza, imposti con il terrore e con le armi. Lei credeva in quel senso di “fraternità” come destino del mondo, come lo intendeva il grande centenario appena scomparso, il filosofo Edgar Morin. Una fraternità che può fallire nella storia ma, proprio per questo, non deve mai smettere di rigenerarsi, di rinascere. Daniela aveva una versione tutta padovana dell'ironia della Szymborska, con cui educare i suoi studenti a guardare il mondo. La vita la portò a sperimentare poi una speciale geografia nella cui crosta terrestre sapeva leggere l’inciso celeste. Quando morì a 24 anni suo figlio Alberto Cardin, studioso della storia delle Religioni e mistico, la professoressa di geografia scoprì, credo, come il confine tra visibile e invisibile fosse molto prossimo, talora impercettibile. Abbatte i muri e passa come la nuvola, la sabbia del deserto, il passero, la formica, sulle frontiere inaccessibili. Ho sognato notti fa una luce “granda” e una luce “piccola”: Daniela e suo figlio Alberto. Oltre le barriere della morte, oltre tutti i muri, i confini, in una sublime geografia di luce…

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