Oxfam: il divieto di commercio con gli insediamenti illegali israeliani è «un obbligo giuridico»
Ieri 13 giugno, il Consiglio Affari Esteri (FAC) dell’Unione Europea ha discusso sul divieto di commercio con gli insediamenti israeliani illegali nel Territorio Palestinese Occupato e sulle opzioni presentate dalla Commissione europea per limitare l’importazione di merci.
La maggioranza degli Stati membri, riferisce la rete televisiva e agenzia internazionale di informazione Euronews (13/6), «ha sostenuto l’idea di qualificare le misure come strumento di politica commerciale, e non di politica estera. In questo modo si eviterebbe la necessità di un sostegno unanime da parte di tutti i governi dell’UE», basterebbe l’appoggio di 15 Stati membri che rappresentino il 65% della popolazione dell’UE, la cosiddetta maggioranza qualificata, «una soglia che molti ritengono raggiungibile».
I sostenitori del divieto commerciale – tra cui Belgio, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia – avevano contestato la Commissione europea proprio perché, leggiamo sull’agenzia, «sosteneva che qualsiasi misura dovesse essere inquadrata come strumento di politica estera e richiedere quindi l’appoggio unanime di tutti gli Stati membri». Il prossimo incontro è previsto a ottobre, poche settimane prima delle elezioni legislative in Israele. In molti diplomatici serpeggia il timore che «questa tempistica delicata possa bloccare ulteriormente qualsiasi avanzamento».
A conclusione del Consiglio FAC, Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, ha rilasciato un commento contestando in particolare la dichiarazione sulla riunione Ue del nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani. «C’è da chiedersi – scrive Pezzati – perché si arrivi a questa discussione soltanto ora. L’obbligo giuridico – derivante da quanto specificato dalla Corte Internazionale di Giustizia 2 anni fa nel suo Parere Consultivo del 19 luglio 2024 – è chiaro sia per l’Unione europea, che per i singoli Stati: devono essere vietati al più presto gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani illegali, compresi i servizi e gli investimenti. Non si tratta di una scelta politica, che richiederebbe l’unanimità, come dichiarato dal Ministro Tajani nell’intervista a margine del Consiglio. Bensì si tratta di una misura commerciale, che può essere adottata a maggioranza qualificata come affermato dall’ufficio legale del Consiglio Europeo. Il proseguimento di questi scambi calpesta i diritti umani e l’esistenza di migliaia di persone: è una palese, smaccata, violazione del diritto internazionale. Qualsiasi misura che non sia un divieto è una misura debole e suscettibile di essere aggirata. Su questo punto le parole del Ministro Tajani sono preoccupanti, in quanto non si capisce di quali approfondimenti necessiti ancora l’Italia».
«Non possiamo rischiare un altro anno di dibattiti e di rinvii, mentre il commercio con gli insediamenti illegali e l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele continuano – allerta Pezzati –. A meno che la strategia italiana non sia quella di far arrivare la discussione a livello europeo, fino alla vigilia delle elezioni israeliane per poi chiedere una ulteriore rinvio, con la scusa di non influenzare gli esiti elettorali o il lavoro del nuovo governo. – continua Pezzati - Non c’è tempo da perdere, anzi, l’Italia e l’Europa sono già in gravissimo ritardo. Il cessate il fuoco a Gaza è solo nominale e la sopravvivenza per la popolazione sempre più difficile, mentre prosegue l’espansione degli insediamenti israeliani illegali. Alle organizzazioni umanitarie, inoltre, è di fatto impedito di operare».
Infine Pezzati ricorda che «sul tema abbiamo rilanciato proprio oggi un appello urgente al Governo italiano per l’adozione quanto prima della proposta di legge – elaborata da Oxfam con il sostegno di una coalizione italiana di organizzazioni – che ha come primi firmatari Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Elly Schlein. Una richiesta contenuta nella nostra campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati, lanciata per ribadire che i diritti del popolo palestinese sono inalienabili, universali e protetti dal diritto internazionale. Non sono favori o concessioni da negoziare».
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