Per il verso giusto. Isman
Angel de Diu sentâ vesin a mí (…)
M’àn dî de la gran lüs e dì caròll
che tí te bàllet cume vèss un vent,
e di splendur m’àn dî, de la passiensa,
e la mesüra che fiada la tua ment,
e m’àn giüntâ del cör, de la cusciensa,
del tò crià, del tò sbrajà, spettà... (…)
Ma fàt sentí, vedè, dàm un tò segn
ché mi me pòdi incorg del tò passà.
Angelo di Dio seduto vicino a me (…)
Mi han detto della gran luce e delle carole
che tu balli come fosse un vento,
e degli splendori mi han detto, della pazienza
e la misura che respira la tua mente,
e mi hanno aggiunto del cuore, della coscienza,
del tuo piangere, del tuo sgridare, aspettare... (…)
Ma fatti sentire, fatti vedere, da’ un tuo segno
ché possa accorgermi del tuo passare.
Franco Loi
È difficile capire se Isman, Prangal, Nakar, siano creature terrestri o celesti. Forse sono creature di confine, o figure di transizione tra il divino e l’umano, un po' come gli angeli nei film di Wim Wenders che manifestano la loro presenza nel soffiare nelle orecchie ai già diventati umani. C’è molto vento, c’è aria, soffio, nella poesia di Loi. È un poeta che ama il vento (lui lo scrisse di Alda Merini in un suo articolo del Sole 24ore). Mi piace Loi per la sua irregolarità: figlio di un sardo e di una emiliana, nasce a Genova nel 1930, ma fa del milanese la sua lingua di elezione e di poesia. Ho sempre pensato alla poesia come “lingua materna” a prescindere dal dialetto. Cioè la parola come dono iniziatico della madre. Tanto più il dialetto, l’ho sempre sentito come la musica materna fatta di suono. Una vera e propria canzone. Mi ha sempre impressionato fin da ragazzo ascoltare “Pierino e il lupo” di Prokofiev, dove le diverse voci sono affidate ai differenti strumenti musicali e solo la voce narrante è affidata al suono della voce umana (tra le molte che si sono prestate preferisco quella di Dario Fo, ma soprattutto quella commovente di Eduardo De Filippo). Franco Loi parla invece del “milanese” come lingua, definendola “musica della città”. Racconta nella bella autobiografia Da bambino, il cielo: «Quando ero bambino o ragazzo (arriva a Milano a sette anni), camminavo per le strade e sentivo il milanese. Forse non avrei mai scritto in milanese, se non ci fosse stata questa simbiosi con la musica della città». Non è la lingua dei buoni salotti milanesi, è quella piuttosto periferica, nelle zone abitate da chi proveniva anche da fuori e la mescolava con qualche parola di italiano, tanto che il nostro poeta parla di uno "straparlare italiano”. Altra bella irregolarità di Loi, nel fare della lingua milanese una koinè inclusiva e non escludente. Una lingua masticata dalle diverse generazioni di immigrazione interne ed esterne ed esibita come un codice comune per intendersi.
In questa poesia Loi parla di un “Angel de Diu” che per l’attacco evoca la devota preghiera dell'«Angelo di Dio che sei il mio custode…» (patrimonio del nostro immaginario infantile). L’angelo però non è nello spazio sacro, ma sentà vesin a mì / dent de la machina. Una sorta di proprio “doppio celeste” che accompagna come un’ombra. Questa presenza apparentemente ordinaria non rinuncia tuttavia alla sua “gran luce” e alle caròll che tí te bàllet (evocando le danze natalizie che si ballano in cerchio prendendosi per mano). Poi Loi scende in profondità e ci fa scoprire dell’Angelo la misura della mente, del cuore, della coscienza. Fino al suo vertice, che sta nel suo piangere e sgridare, ma soprattutto nel suo paziente aspettare. Questo angelo trascendente e proletario sembra non tradire la natura e la cultura del poeta, il suo essere stato un attivista politico, mosso da quel marxismo utopico sincero, puro. Irregolare anche qui nel suo sentire politico, pronto ad abbattere, proprio come don Milani, la cancellata del ricco, per installare la casa del povero e tornando poi indietro per nuove lotte, nuove insurrezioni per i diritti. E irregolare infine nel suo modo di stare davanti al mistero o a ciò che chiamiamo “dio”. Un modo evangelicamente anarchico, quello di Loi, mai asservito al potere della religione e dei suoi dogmi. Scrive: «In quanto alla religione, la natura stessa del poeta è religiosa. Se religio significa, oltre ad altro, “legare insieme”, “avvicinare le cose lontane”, pochi sono più religiosi del poeta».
Franco Loi sente per tutta la vita la “voce” di uno, una, che gli va dettando. L’angelo? Evoca spesso le parole di Dante: I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando (Purgatorio, XXIV 52-54). Forse lo stesso Angel de Diu sentà vesin a mi?
Ho incontrato Franco Loi. Ricordo, era da poco morto mio padre, e lo invitammo a Verona. Parlammo a lungo della morte e dell’Invisibile. Raramente avevo incontrato un uomo per cui il divino era così prossimo, direi nella pelle. Dietro le lenti spesse degli occhiali, aveva occhi da bambino, e come i bambini, non spiega l'Invisibile, ma semplicemente lo vede. Ricordo che colto dall’emozione presi dei fiori bianchi e glieli regalai. Lo vedo ancora mentre alza il mazzo di fiori come un trofeo e sorride, prima di sgusciare dentro un vicolo. Meravigliosamente irregolare anche in questo.
* Foto da "Così lontano, così vicino" di Wim Wenders tratta da Pinterest
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