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Per il verso giusto. Coscienza sempre

Per il verso giusto. Coscienza sempre

[...] 

A una cosa non rinuncio, Signore: 

a non dover essere più «Coscienza», 

terra che pensa e ama e adora,

poiché senza, nulla vi è

che abbia un senso,

nulla dell'intera creazione:

non la luce e i colori

e gli spazi e il tempo;

e tu stesso privo di senso,

mio Dio: per te non rinuncio.

Se questo è il male che mi serbi

già da ora ti dico

che non ti perdono: è per te

che chiedo di essere

questa eterna tua

indistruttibile Coscienza.

Altro non chiedo. Ora

l'accordo è fatto – suppongo –

venga pure! Anche se

continueremo a lottare,

mio Signore.

David Maria Turoldo

Conosciamo la statura di Turoldo, non solo fisica, ma culturale, morale. Un uomo che ha vissuto una forma permanente di “Resistenza”. La resistenza dell’umano contro il disumano. Turoldo, diceva il suo caro amico don Luigi Adami, era un “ossimoro vivente”, teneva insieme cioè in una inedita armonia gli opposti: il fanciullo pieno di meraviglia e l’adulto capace di scelte consapevoli e coraggiose. Il bambino impoverito che nel suo Friuli diceva «Io andrò a sfamare tutti i ragazzi poveri» e il “cavaliere errante" privo di scudo e di spada, con la Parola tra le mani per inventare nuovi alfabeti di pace. Turoldo in questa poesia è pensoso come il suo Leopardi. Come Leopardi, che Walter Benjamin chiamava «angelo con la spada», Davide vive questa perenne adolescenza combattiva della ricerca. Turoldo si addentra così nella “modernità” senza temere il vuoto, il negativo, ma tenendo alta la sua consapevolezza di essere, secondo l’espressione di Pascal, «canna pensante». Turoldo sta di fronte alla morte senza presunzione, sapendo che essa può togliergli i panorami più cari e struggenti, «la luce distendersi nella valle e sul fiume», perfino la gioia «di essere amanti la sera». A una cosa però il poeta non può rinunciare: «a non dover essere più Coscienza». 

Impressiona questo cavaliere senza armi che sembra sfidare lo stesso Dio, come un antico profeta. Se rinunciasse alla coscienza ne andrebbe perfino di Dio. Perché altrimenti anche il Tu divino sarebbe «privo di senso». Per questo, incalza il poeta friulano, «per te non rinuncio». Questa sfida che lancia il poeta non è la pretesa prometeica di rubare il fuoco di Dio, ma la consapevolezza che senza una relazione autentica, libera e liberante con Dio questo orizzonte non ha senso. Turoldo declina la Coscienza come terra che «pensa, ama e adora». Tre verbi che mettono insieme quello che spesso si divide e si contrappone. Il poeta davanti alla morte, e dunque alla vita e al suo insondabile mistero, non rinuncia ad essere una «persona pensante» che si interroga, che chiede conto del male, che non si piega a una cieca, disumana obbedienza. E mentre pensa, non rinuncia a essere una «persona che ama».

Non c’è dunque contraddizione tra pensiero e amore. L’amore non è il più disordinato dei pensieri, come una certa devota teologia ha insegnato, ma la zattera, il corpo vivente che mette in salvo il pensiero dal naufragio. E infine «terra che adora». Ma sono proprio il pensare e l’amare a impedire ogni forma di idolatria e di sudditanza. L’adorare di cui parla Turoldo evoca la parola del Vangelo che Gesù rivolge alla Samaritana: «Viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre […] ma in spirito e verità». Un’adorazione che non rinuncia a pensare e amare, ma si fonda sulla libertà. Così il poeta decostruisce il modello sacrale e propone un modo “laico”, libero e umano di stare di fronte alla vita e a ciò che possiamo chiamare “Dio”.

In un mondo in cui “dio” ritorna a essere rappresentato sotto il pesante mantello del sacro per garantire una “teologia della prosperità” che benedice i mercati e le finanze, le armi e le guerre, innalzando i ricchi e facendo precipitare i poveri, non ci resta che essere questa «eterna tua indistruttibile Coscienza». Una sfida poetica e politica che oggi tutte e tutti ci attende. Così Turoldo “cavaliere senza armi” ci insegna a lottare: «continueremo a lottare, mio Signore». Come Giacobbe con l’Angelo, immortalato da Chagall: siamo «terra che pensa, ama e adora» in una lotta che diventa anche, alla fine, una mirabile notte d’amore. 

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