Promessa di uccidere
Cari amici,
“Uccideremo anche lui”, ha detto Israele: mai programma di governo è stato espresso in modo più succinto e brutale. “Non durerà a lungo”, ha confermato Trump. Così Israele e la Casa Bianca hanno salutato il nome del successore di Khamenei, come a dire che la macelleria da Premio Nobel installata in Iran continuerà a lavorare a pieno regime (il “regime change”, come viene chiamato) passando di padre in figlio fino a estirpare l’ultimo nemico.
Dai fiumi di Babilonia fino al mare, dal Libano a Gaza, popoli interi sono straziati e in fuga, “con il piede straniero sopra il cuore”; nella terra dove secondo le promesse messianiche doveva scorrere latte e miele, il vino è tramutato in sangue e questo discende a torrenti da tutte le croci; le religioni sono gettate nell’agone: l’ebraismo, questo istinto di Dio messo nel cuore dell’umanità, è mistificato e oltraggiato dall’uso che ne fa il governo di Tel Aviv; l’imposizione delle mani sul satrapo di Dio nella cerimonia blasfema della Casa Bianca dileggia l’evangelismo americano e rovescia in farsa i riti di iniziazione di tutte le liturgie; l’Islam è provocato a riprendere in mano la spada del Profeta e a scatenare la violenza.
La guerra, questa costante serissima e tragica che ha percorso tutta la storia, mentre infierisce sugli innocenti è ridotta a spettacolo hollywoodiano; come ha deprecato l’arcivescovo di Chicago, è mostrata dalla “White House” come un video-gioco “disgustoso” e sprezzante della sofferenza umana, per di più gestita da una Intelligenza non più umana.
E tutto ciò accade dopo il buco nero che si è aperto sotto la superfice rispettabile dell’America e dell’Occidente, che è il caso Epstein, che spiega più cose di quante ne nasconda.
Dopo tanto riflettere e combattere come abbiamo fatto su guerra e pace, su diritto e politica, ci sembra ora quasi che non sia più tempo di analisi, ma solo di partecipazione e dolore, mentre resta l’umiliazione di essere coinvolti in un mondo che non insorge, che non protesta quanto dovrebbe.
Un’umiliazione ancora maggiore in Italia, che non ha trovato nel suo governo parole che fossero all’altezza della gravità dell’ora, che rivelassero l’averne coscienza; il politicismo del dire e non dire, del farsi complici e insieme notai della fine del diritto, di parlare e nascondersi, di vantarsi dell’ovvietà che l’Italia non entra nella guerra, ha tolto ogni dignità alla figura dell’Italia sulla scena internazionale. Anche l’espediente polemico usato nel tentativo di coprire l’amico americano non ha retto: evocare l’impresa di Putin in Ucraina per legittimare la negazione trumpiana del diritto non ha alcun senso: non perché c’era stato il caso Dreyfus in Francia Hitler poteva massacrare sei milioni di Ebrei, e a voler risalire indietro nelle aggressioni, a giustificazione delle attuali, si può arrivare fino ad Atene e Sparta. Il mito della Meloni statista e presente sulla scena internazionale è caduto alla prova del confronto con i crimini congiunti di Netanyahu e Trump; una carriera politica giunge alla fine non a causa della irrilevanza attribuita all’Italia nella crisi, come l’opposizione ripete, ma sulla incapacità di chi governa l’Italia di esprimerne al meglio lo sdegno per le sofferenze arrecate agli altri popoli e la volontà di rivendicare giustizia e diritto. Per questo la Meloni perderà il referendum.
Nel sito pubblichiamo un articolo sui rischi per Trump della guerra contro l’Iran e un appello della figlia di Gheddafi a non dimenticare l’uccisione del padre.
Con i più cordiali saluti,
da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
*Immgaine generata con IA
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