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Per poterci chiamare

Per poterci chiamare "esseri umani"

La migrazione e la sua gestione hanno portato alla luce nel nostro Paese contraddizioni che sono state spesso esasperate in contrapposizioni violente e apparentemente irrisolvibi li. La lista è lunga ma alcune, più di altre, hanno un impatto diretto sul nostro lavoro.

Migranti economici vs rifugiati. Recentemente si è accreditata nell'opinione pubblica l'idea che possa e debba essere accolto solo chi scappa da Paesi in guerra e non dalla povertà.

Lo status di rifugiato non può essere deciso sulla base della provenienza di una persona, ma della sua storia personale. Se è vero che chi scappa da guerre e persecuzioni ha diritto a ricevere protezione internazionale, è altrettanto vero che non si può cancellare la legittima aspirazione ad una vita dignitosa negando vie legali e sicure a chi fugge dalla povertà. Possiamo noi, nati per caso "nella parte giusta del pianeta" decidere che sia più accettabile morire per una carestia che per una bomba?

Organizzazioni non governative vs Italia. Dopo la chiusura di Mare nostrum le Ong hanno colmato un vuoto di azione europeo prima e italiano poi, impegnandosi direttamente in attività di soccorso in mare e non solo.

In una democrazia è compito dello stato garantire i diritti fondamentali delle persone, dalla sicurezza alla sanità. In anni di crisi economica, di crisi dei modelli di welfare, Io stato ha ristretto i suoi ambiti di azione e sono spesso le associazioni a supplire. Si può essere d'accordo o meno sul piano ideale, ma nei fatti, senza la sussidiarietà, in Italia ci sarebbero fasce enormi di bisogni completamente disattesi. Le Ong che lavorano in mare non agiscono in autonomia, ma sono sempre state coordinate dalla Guardia costiera: è lo stato che permette la loro attività in mare e che finora ha gestito l'autorizzazione allo sbarco nel porto disponibile più vicino. Criminalizzare il lavoro delle Ong mina in profondità le fondamenta della coesione sociale nel nostro Paese.

Identità nazionale vs multiculturalità. La narrazione di alcuni partiti politici, sottolineando che chi difende i diritti dei migranti stia, di fatto, negando diritti agli italiani, presuppone l'esistenza di uno stato nazione immobile, i cui cittadini siano accomunati da lingua, cultura e valori.

In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, in un Paese con la nostra geografia e la nostra storia, fatta di contaminazioni culturali, si tratta di un desiderio più che di una realtà. La condizione di migranti - la povertà, la precarietà, i pregiudizi - ha riguardato anche noi in tempi recenti e ancora oggi ci riguarda, visto che oltre 250 mila italiani, ogni anno, lasciano l'Italia per andare a lavorare all'estero. Negare questa evidenza è anacronistico, miope, senza alcun senso.

Da sempre le persone si muovono per fame, per paura, o semplicemente per mancanza di prospettive. Quando non possono farlo legalmente trovano altre vie, anche a costo di rischiare la vita.

È impossibile fermare un flusso migratorio, lo dice la storia, ma possiamo ancora decidere da che parte stare, come affrontare quello che succede e per cui non siamo preparati. Non possiamo più cercare pretesti per ignorare le sofferenze dei più deboli e dei più poveri.

È la risposta che sapremo dare a queste persone nel momento della loro massima vulnerabilità che ci permetterà di chiamarci esseri umani.

*Foto Pixabay License immagine originale e licenza

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