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Chiesa e Sinodo sono sinonimi

Chiesa e Sinodo sono sinonimi

Pubblichiamo qui di seguito l'articolo comparso sul n. 2/2019 del bimestrale “Missione Oggi” a firma di Franco Ferrari, redattore della rivista e presidente della associazione dei "Viandanti" una rete di realtà del cattolicesimo di base nata nel 2010. L'articolo da da editoriale al sito della rete (www.viandanti.org)

 

 

Durante il secondo Sinodo sulla famiglia (4-25 ottobre 2015), papa Francesco volle commemorare il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, l’organismo permanente creato da Paolo VI in risposta al desiderio dei padri conciliari, per mantenere vivo l’autentico spirito formatosi nell’esperienza conciliare.

Una preziosa eredità del Vaticano II

Bergoglio, al di là della commemorazione, fece un discorso con un forte intento programmatico precisando il modello di Chiesa al quale pensa per ridare attuazione e slancio al processo conciliare, che da qualche decennio sembra essersi interrotto o, almeno, essere stato profondamente limitato dai due pontificati che l’hanno preceduto. Un discorso appassionato che iniziò proprio così: “Fin dall’inizio del mio ministero come vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell’ultima assise conciliare”.

“Chiesa e Sinodo sono sinonimi”, disse Francesco rifacendosi ad un padre della Chiesa, Giovanni Crisostomo (Antiochia 344/354 – Comana Pontica 407), per invitare a «capire che la Chiesa non è altro che il “camminare insieme” sui sentieri della storia» di tutto il popolo di Dio per andare incontro al Salvatore.

Tre anni dopo, il 15 settembre 2018, Francesco ha tradotto i principi del suo discorso celebrativo in un preciso atto di governo (la Costituzione apostolica Episcopalis communio), realizzando una vera e propria “rifondazione” del Sinodo, tendendo ad inquadrarlo stabilmente entro la cornice di una Chiesa costitutivamente sinodale, cioè in permanente cammino sinodale.

Il Sinodo un tassello della riforma

L’intervento di Francesco sull’organizzazione del Sinodo non è un semplice maquillage, necessario dopo cinquant’anni di vita, ma un tassello della riforma, che non ha trovato un gran riscontro sulla stampa, non offrendo spunti per titoli di richiamo o elementi di gossip.

Oltre al già importante tema dell’ascolto, vi sono altre innovazioni che qualificano questo intervento legislativo nel senso della riforma, con un evidente rafforzamento del valore magisteriale del Sinodo. Al n. 7 della Costituzione Francesco, citando un discorso di Giovanni Paolo II al Consiglio della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi del 30 aprile 1983, scrive: «Pertanto il voto dei padri sinodali, “se moralmente unanime, ha un peso qualitativo ecclesiale che supera l’aspetto semplicemente formale del voto consultivo”». Il principio “moralmente unanime” è piuttosto indeterminato, ma sembra sostenere due rilevanti conseguenze innovative.

La prima riguarda il documento finale. I padri sinodali alla fine dei lavori devono presentare al papa un documento organico sul tema affidato alla loro discussione. Non più una serie di proposizioni disarticolate che rispondevano al compito, affidato al Sinodo dal motu proprio di Paolo VI, di “dare informazioni e consigli”. Documento organico che, ed ecco la rilevante novità, se “approvato espressamente dal romano pontefice” diventa un atto di magistero ordinario (articolo 18).

La dinamica della processualità

Il Sinodo diventa un organismo dinamico, al quale si applica il principio della processualità, caro a Bergoglio. Un processo per tappe: “inizia ascoltando il popolo di Dio”, con una consultazione condotta a tutto campo, con il diritto dei fedeli, singolarmente o associati, di poter inviare direttamente i loro contributi alla Segreteria generale del Sinodo; “prosegue ascoltando i pastori” nell’assemblea sinodale; culmina nell’ascolto del vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come “pastore e dottore di tutti i cristiani”, poi le conclusioni recepite dal papa ritornano nelle Chiese locali, dove dovranno essere tradotte in pratica con un processo necessariamente di inculturazione.

Un’andata e ritorno dal basso verso l’alto e viceversa, con l’intento di coinvolgere tutti i battezzati nel processo sinodale, per questo l’ascolto è il principio che regola le tre fasi del percorso. Per questo è previsto che, a giudizio del papa, un’Assemblea si possa svolgere in più periodi per permettere di utilizzare il tempo intermedio tra un incontro e l’altro per i necessari approfondimenti sul tema che si sta trattando. È stato il caso del Sinodo sulla famiglia che si è svolto con un primo incontro nel 2014 e un secondo conclusivo dopo un anno.

L’applicazione, però, fino ad ora si è dimostrata uno dei punti deboli dei Sinodi celebrati; il risultato dei dibattiti sinodali, tradotto in magistero ordinario attraverso lo strumento dell’esortazione apostolica redatta dal papa, a fatica trova applicazione nelle Chiese locali. L’esempio più eclatante riguarda indubbiamente l’applicazione dell’ottavo capitolo dell’Amoris laetitia, dedicato all’integrazione nella vita ecclesiale delle coppie cosiddette irregolari.

Forse è anche per questo che la nuova normativa, all’articolo 20, prevede che la Segreteria del Sinodo, su mandato del papa, possa emanare documenti applicativi.

Quasi un piccolo concilio

Il secondo aspetto riguarda il potere deliberativo. Al momento dell’istituzione, Paolo VI aveva dovuto subire alcune critiche per il fatto di aver dato al Sinodo solo un potere consultivo, pur avendo lasciata aperta la possibilità di un potere deliberativo conferito a discrezione del papa, al quale spettava comunque il potere di ratificare le decisioni. La Costituzione di papa Francesco, pur muovendosi nella stessa logica, compie un passo ulteriore definendo la modalità di un’assemblea deliberativa con un preciso comma dell’articolo 18 della Costituzione Episcopalis communio.

Anche in questo caso il documento finale partecipa del magistero ordinario del papa e avrà un percorso e una dignità che richiama i documenti conciliari; infatti, si prevede che una volta ratificato e promulgato dal romano pontefice il documento venga pubblicato con la firma del papa e di tutti i membri del Sinodo.

Ma l’intervento foriero di maggiori novità lo troviamo al comma 3 del primo articolo della Costituzione: “Se lo ritiene opportuno, particolarmente per ragioni di natura ecumenica, il romano pontefice può convocare un’Assemblea sinodale secondo altre modalità da lui stesso stabilite”. Una potenzialità della quale non è facile prevedere gli sviluppi, anche per l’indeterminatezza normativa con la quale viene enunciata.

Sullo sfondo probabilmente c’è un altro delicato tema della riforma: la questione della conversione del papato in chiave ecumenica, in altre parole la ricerca di un modo diverso di esercizio del primato di Pietro; una questione molto sentita da ortodossi e protestanti, già posta da Giovanni Paolo II nel 1995 (enciclica Ut unum sint, 95) e ripresa fortemente da Bergoglio.

Novità che affondano le radici nella Tradizione

Le costanti contestazioni riservate agli atti più innovativi di questo pontificato, con l’accusa di discostarsi dalla Tradizione e dalla Dottrina, devono aver consigliato il papa e il suo entourage di giocare d’anticipo nel predisporre e presentare questo aggiornamento della normativa sinodale.

La Costituzione contiene un’ampia premessa teologica di 10 paragrafi con la quale Francesco tende a dimostrare: la continuità con i suoi predecessori; l’evoluzione dei concetti di collegialità e sinodalità che si richiamano a vicenda; l’esigenza di cambiamenti in senso evolutivo auspicata sia da Paolo VI sia da Giovanni Paolo II.

Alla difesa teologica del documento si è prestato attenzione anche nella presentazione ai giornalisti; in sala stampa vaticana accanto al segretario generale del Sinodo, card. Baldisseri, e al suo vice, il vescovo Fabene, ha preso la parola un docente di teologia dogmatica dell’Università Gregoriana, il prof. Dario Vitali, che ha sottolineato come “questa novità affondi le sue radici nella Tradizione vivente della Chiesa”, come “la custodia dell’unità della Chiesa si deve alla pratica sinodale”, per poi rispondere, conclusivamente, alla possibile obiezione che l’esercizio della sinodalità nella Chiesa in Occidente è caduto in disuso a partire dal secondo millennio.

Sinodalità: “Pedro adelante con juicio”

La prima verifica dell’accoglienza tra i vescovi dell’impostazione fortemente sinodale voluta da Francesco è stata la votazione del Documento finale del Sinodo sui giovani, che si è tenuto subito dopo nel successivo mese di ottobre.

La batteria di paragrafi relativi alla sinodalità (i numeri dal 119 al 124) è l’unica ad aver ottenuto in blocco un elevato numero di voti contrari (non placet) e alcune astensioni. In particolare i numeri 121 e 122 (La forma sinodale della Chiesa) hanno ottenuto 191 e 199 voti favorevoli su 248, i contrari sono stati 51 e 43, mentre 6 si sono astenuti; la maggioranza richiesta, i due terzi, era di 166. Una consistente contrarietà si è manifestata anche sul n. 3 (43 contrari e ben 15 astenuti) che ricorda come il percorso sinodale preveda una fase attuativa.

Anche in questa occasione, come già era accaduto nel Sinodo sulla famiglia, ha preso forma una consistente minoranza trasversale, sia tra le provenienze continentali sia tra novatori e conservatori, che rivela la difficoltà ad accettare il cambiamento.

La sinodalità sembra, perciò, trovare ancora tiepidi i vescovi che la dovrebbero attuare anche nelle loro diocesi per restare «connessi col “basso”», cioè con la gente, dando così forma ad una Chiesa pienamente sinodale.

Franco Ferrari

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