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«Donna perché piangi?» Storie di abuso e potere

«Donna perché piangi?» Storie di abuso e potere

Tratto da: Adista Documenti n° 12 del 28/03/2020

Se Dio è padre e madre, è anche uomo e donna. Se la donna «è Chiesa», non è una sua categoria. Impegnata in settori chiave della vita civile, nelle attività di promozione umana e pastorali, così come nella teologia, la donna resta, per i papi, una questione sostanzialmente irrisolta. La subalternità rimane un tratto distintivo e le funzioni di governo, condotte secondo una logica di potere, sono predominio maschile e clericale. La diversità di genere è vissuta ancora come differenza di valore sessuale, nonostante i contesti formativi cattolici proclamino la pari dignità. Ma la pari dignità non garantisce l’accesso delle donne alle funzioni di responsabilità per esempio nella pastorale ecclesiale.

Queste premesse non sono rassicuranti eppure l’origine del cristianesimo racconta una storia diversa, dal momento che la primizia della comunità cristiana è incarnata da una donna, Maria Maddalena, con la quale Gesù instaura un dialogo personale e affettuoso (Gv 20,11-18): «Donna perché piangi? chi cerchi?». Il cammino da percorrere per il riconoscimento di una maggiore autorevolezza e quindi per l’attribuzione di ruoli di responsabilità alle donne nella Chiesa, passa sia attraverso lo studio e il contributo fondamentale delle teologhe femministe sia attraverso la messa in discussione di una cultura del controllo e della direzio ne di anime che sfocia troppo spesso nell’abuso di coscienza.

Contesti pre-abuso

Poiché qui poniamo particolare attenzione a quest’ultimo tema, prenderemo spunto da alcune dichiarazioni di donne che vivono cammini vocazionali all’interno di differenti realtà ecclesiali (siano essi congregazioni, movimenti o prelature). Sebbene le esperienze provengano da contesti diversi, le donne hanno in comune un tratto distintivo: la scelta della verginità per il regno dei cieli. Senza togliere valore alla vocazione “monacale”, e quindi alla possibilità che essa si possa compiere liberamente in una vita felice, è però stato più facile, storicamente, riscontrare proprio qui una situazione sistematica di prevaricazione tipica di chi esercita il potere incoraggiando atteggiamenti infantili e deresponsabilizzanti, sia da parte di donne sulle donne ma anche e soprattutto da parte di uomini sulle donne. Questi sono contesti pre-abuso che generano rapporti abusanti dai quali le vittime non riescono a liberarsi quasi mai, in primo luogo perché le false guide ossia coloro che sono autorizzati ad esercitare l’autorità (abusandone) utilizzano le Scritture e quindi un linguaggio evangelico.

Il femminismo di un convento di clausura

«La Chiesa è maschilista, le norme ce le hanno date gli uomini, la sua struttura maschile si è calcificata; quello che è decisionale è nelle mani di soli uomini. Se facessimo un discorso con Francesco sulla struttura di “questa” Chiesa, cambierebbe molte cose…». Chi pronuncia queste parole non è Amina Wadud e neppure Asra Nomani, esponenti di spicco del femminismo musulmano ma, dietro alle sbarre di una grata in ferro, è la priora di un convento di clausura nel centro di Milano, che incontro per un colloquio personale qualche anno fa. Entrata in clausura nel 1946 ha vissuto la sua vocazione prima, durante e dopo il Concilio Vaticano II. La sua coscienza sulla condizione della donna nella Chiesa è adamantina. Le sue esternazioni sono però pacate e pacifiche, il linguaggio non è inasprito e neppure lo spirito. «Sono diventata priora nel 1961, ho esperienza di come si comanda e di come si obbedisce; il modo di esercitare l’autorità è cambiato molto e ha risentito della trasformazione che avveniva nella società; con il passare del tempo prevale l’importanza della persona umana». Il racconto di suor E. mette in luce che, negli anni, si è acquisita una consapevolezza dell’esercizio dell’autorità che reprime la verità dell’individuo in nome della spiritualità.

Ogni vocazione nasce dal desiderio

«Non è mai un’iniziativa personale… È un’iniziativa di qualcuno, con la q maiuscola. Io ho lottato con il Signore prima di dire di sì a questa vocazione… L’iniziativa non è stata mia, ero proiettata verso altro nella vita». Le parole, tratte da una intervista apparsa sul Corriere della sera il 09/11/19, sono di suor Manuela Corvini, badessa del Monastero di Santa Lucia a Città della Pieve. «Questa chiamata si è ripetuta diverse volte nel corso degli anni, ma contrastava troppo con ciò che io ritenevo fossero i miei sogni, desideri e attese più profonde». Qui è Marta Rodriguez che scrive, sull’Osservatore Romano, nell’articolo “Perché ho scelto la castità” del 26 ottobre 2019. La Rodriguez è direttrice dell’Istituto di Studi Superiori sulla donna facente parte dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (Legionari di Cristo) nonché membro del Comitato di Direzione di "Donne Chiesa Mondo", inserto mensile del quotidiano dell’Osservatore Romano).

Posso parlare di questa esperienza, della risposta alla vocazione, avendo fatto parte, per tanti anni, di un’istituzione che prevede il medesimo stile ascetico: una scelta di vita che modifica radicalmente i rapporti con il mondo e con gli altri e che, quindi, non si differenzia dalla maggior parte delle vocazioni vissute da altre donne nei diversi contesti religiosi. L’iniziativa è sempre di qualcun altro, mai la propria, il contrasto con i sogni coltivati nella giovinezza (di studio, affettivi, professionali, sportivi eccetera) è il cammino ricorrente in cui matura la decisione di donarsi totalmente a Dio, di scegliere cioè una vocazione che prevede, secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, l’astinenza sessuale. Il sogno di ciascuna è sempre giudicato vano e inconsistente, contrasta con la determinazione volontaristica di seguire l’ideale. L’io muore mentre il passaggio dal desiderio all’astinenza diventa obbligatorio, foriero di personalità immature e insicure, subordinate al consenso di qualcun altro, sia esso il direttore spirituale, il confessore o la superiora. I contenuti delle predicazioni conducono al medesimo traguardo: la disistima e la mortificazione della propria soggettività; «Il tuo maggior nemico sei tu stesso», scrive Escrivá de Balaguer (Fondatore della prelatura dell’Opus Dei, proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 2002) in Cammino, la sua opera più celebre; «Tutte le volte che sentirai la disperazione nell’anima e continuerai a sorridere e a parlare agli altri della vita… Ricordati quella è Commedia Divina, quello è ideale puro, quello è essere Gesù Abbandonato», scrive Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari, nel 1946.

La decisione di intraprendere specifici cammini vocazionali prende forma in un legame manipolativo, che limita il senso di responsabilità e la sincerità delle relazioni, confondendo le esigenze dell’obbedienza con processi di spersonalizzazione. La psicoanalisi insegna che un rapporto basato sull’accettazione di un sapere superiore contiene de facto i germi di una disparità che può condurre alla manipolazione. La manipolazione dell'altro, più debole, meno acculturato o semplicemente in cerca di una figura padronale, è ciò che l’aiuto al discernimento deve (dovrebbe) scongiurare. In molti casi invece la potente leva transferale è proprio la chiave con la quale si cerca l’assoggettamento di chi occupa una posizione subordinata.

La giovane candidata o la donna che ha già intrapreso un cammino vocazionale, assume in modo acritico i consigli della direzione spirituale e alimenta la sua fiducia incondizionata verso l’autorità che la conduce. Si mescolano fattori “spirituali” ad altri di carattere “mondano” come le esigenze organizzative dell’istituzione, il bisogno di aumentare il numero dei membri per rafforzarne l’immagine, le necessità economiche, fino ai disturbi narcisistici di chi esercita l’autorità; la mancanza di sostegno in relazioni fondamentali (come accade ad esempio dopo un lutto familiare) portano la donna a sentirsi impotente e fragile di fronte a chi, da una posizione di forza e superiorità, le offre una protezione.

L’abuso è perpetrato da chi ha una posizione di potere

In un contesto settario o abusante una delle prime pratiche che una giovane donna è chiamata a seguire è quella della separazione dai propri contesti sociali ordinari: «Mentre i miei rapporti con i Focolari si intensificavano, quelli con i miei genitori si allentavano… Non erano sempre al corrente di tutte le attività che svolgevo e all’epoca pensavo che non fossero in grado di capirle». E ancora: «Ora mi rendo conto chiaramente che il Movimento ha approfittato fin dall’inizio della mia ingenuità e in seguito, quando ero adolescente, mi ha stimolato a identificarmi in un altro sistema parentale, più forte, più costituito e più gerarchizzato, che era il loro» (Io e il Movimento dei Focolari. Storia di un inganno e di una liberazione, di Renata Patti, pagina 26, 2012-2019).

Sostituirsi alla famiglia o agli amici più stretti significa per l’autorità poter esercitare il controllo; in una struttura gerarchica, qualsiasi essa sia, il controllo è la normale pietra che edifica le mura, mancando la quale scivolerebbe verso una organizzazione orizzontale, quanto di più lontano esiste dalla struttura della Chiesa. Nelle strutture piramidali, siano esse Chiese, eserciti o fabbriche, il fine del controllo è il controllo, per dirla alla Orwell. E tutte le precauzioni che metterebbe in atto un bravo clinico per impedire che i rapporti degenerino in una manipolazione, sono artatamente messe fuori scena. Chiara Lubich, la fondatrice dei focolarini, ha saputo creare un ambiente di forte identificazione con la sua persona: «Chiamavo Chiara Lubich “cara mamma” e i Focolari avevano la priorità sulla mia famiglia», scrive Renata Patti.

Nel libro Giustizia Divina (Chiarelettere, Milano 2018) Federico Tulli e io raccontiamo la storia di un abuso che si è concluso con il suicidio della giovane Eva Sacconago; la suora – sua carnefice – aveva instaurato con la ragazza, ancora minorenne, un rapporto che si sostituiva a quello materno, firmando, per esempio, alcuni bigliettini che le consegnava con le parole “mamma Mary”. Chiamava Eva “figlia mia” e “vipera” la sua mamma naturale. Le figure di matrona (madre superiora, direttrici, capo-zona etc..) non devono trarre in inganno facendo supporre una malcelata e fraintesa idea di solidarietà di genere.

Nella struttura ecclesiastica le donne che hanno un potere moderato (quello che viene loro concesso) introiettano l’idea di una struttura patriarcale che le subordina, in nome della quale fanno propria l’idea della donna come essere “inferiore”. Il loro potere sulle sottoposte non va certo nella direzione di condurre all’emancipazione o alla libertà interiore, quanto nel senso di inoculare loro quel comando patriarcale. 

Ex numeraria dell’Opus Dei, Emanuela Provera è giornalista pubblicista, autrice di Dentro l’Opus Dei. Il libro verità degli ex numerari italiani e, insieme a Federico Tulli, di Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori

* Guercino, Maria Maddalena che medita sulla Corona di spine (olio su tela, 1632), foto [ritagliata]; fonte: Collezione d'Arte M. - tratta da it.wikipedia.org, immagine originale e licenza 

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