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Post-teismo: un Dio del passato o sempre contemporaneo nella storia?

Post-teismo: un Dio del passato o sempre contemporaneo nella storia?

Da qualche tempo, almeno dalla pubblicazione del volume “Oltre Dio. In ascolto del Mistero senza nome” (Gabrielli 2021) – ma la questione ha radici che risalgono agli inizi del secolo scorso – si discute sul post-teismo. Con questo articolo sul tema a firma di Raniero La Valle, pubblicato ieri su viandanti.org, si vuole proseguire con l’attenzione ad un tema “cruciale” per la declinazione della nostra fede nella storia.

La perturbazione del post-teismo che ha investito la comunità cristiana non è uno scacco della fede, ma una tragedia della teologia politica. La sua irruenza specialmente si è abbattuta, con particolare dolore per noi, su quello che Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di “Noi siamo Chiesa”, chiama “il nostro circuito conciliare” cui appartengono anche “Gabrielli, Adista, Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, ovvero personalità e mezzi di comunicazione che ci sono cari per il loro impegno nel rinnovamento conciliare della Chiesa.

Il “regno di Dio” diventa inutile

Diciamo che il post-teismo non è uno scacco della fede perché anzi pretende di inverarla, e la fede cristiana ha dovuto reggere all’urto di ben altri fraintendimenti e di eresie di ogni tipo, ma è una tragedia di quella specifica ed essenziale dimensione della fede che è il suo rapporto cruciale con la società e con la storia; e non a caso uso l’aggettivo “cruciale”.

Nel fare della questione di Dio una questione del passato (se il “post” delle locuzioni “post-teismo”, “post-religionale” e simili corrisponde al suo normale significato e presuppone un tempo ormai finito) il post-teismo ne neutralizza infatti ogni impatto sul presente; la stessa “ipotesi di lavoro” Dio è privata di ogni energia capace di influire sulla situazione esistente, che sia per conservarla, per cambiarla o per portarla a compimento, il “mondo del nostro tempo” si affranca da ogni irruzione messianica, rompe il rapporto con l’escatologia: se le cose di Dio stanno nel passato, le cose presenti non possono essere a loro né contemporanee né penultime, e il “regno di Dio” è stato inutilmente annunciato.

La Parola di Dio è licenziata

L’obiezione è che il post-teismo non negherebbe Dio, ma la parola con cui l’ineffabilità di ciò che è evocato come Dio viene nominata o è stata nominata nell’età infantile della nostra specie. Ma questa parola, Dio, che viene licenziata, è la parola che raggiunge Dio dall’esterno, che lo definisce a partire da noi e che già è passata attraverso una miriade di significati (e quelli più recenti certo meno improbabili, mitici e magici di quelli più antichi); ma altro è la Parola di Dio, cioè Dio come Parola, il Verbo che è Dio, e che è l’inconfondibile Dio della fede cristiana di cui Gesù “è venuto” a fare l’esegesi per l’uomo.

La contraddizione sta nel fatto che i post-teisti, che tuttavia si professano cristiani e  intendono restarlo (grande segno del fascino cristiano!), al pari dei discepoli di Emmaus non vogliono allontanarsi da Gesù, rinunziare alle sue parole di vita, interrompere il cammino che hanno fatto con lui; ed è qui che i conti non tornano perché proprio Gesù incarna quel Verbo, non fatto da noi, e proprio Gesù, non con il suo agire e con i suoi detti, ma con il suo essere stesso, è stato ed è l’”autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2), della nostra fede: teista!

Una fede senza presa sulla storia

Se pertanto i posteri di Dio si dicono o si riconoscono cristiani, non è che a quel Dio rivelato da Gesù come Padre che possono riferirsi nel congedarlo, altrimenti sarebbero non solo post-teisti, ma post-cristiani.

Ed è qui che la fede perde ogni sua presa sul tempo. Perché se il Dio rispetto al quale ci si dichiara posteri, appartenenti cioè a un tempo ulteriore, è il Dio di Gesù, si tratta del Dio crocefisso e non trattenuto dal sepolcro. È questo il Dio che per mezzo della morte del Figlio suo (“unus de Trinitate passus est”) si è “scambiato” (Rom. 5, 10) con l’uomo percosso e sfigurato da ogni violenza; il Dio della teologia politica (Moltmann, Dossetti), il Dio che si può continuare ad adorare dopo Auschwitz, impiccato con il ragazzo ebreo nel campo di Buna, raccontato da Wiesel, e fatto spettacolo ai prigionieri, il Dio dell’Ucraina, vittima sacrificale del suo reuccio con la maglietta bruna e dei soldati dell’invasore, il Dio della kénosis e della hypomoné, non solo il Figlio ma anche il Padre (Ruggieri), il Dio infine identificato da papa Francesco come “misericordia”, rimasto pertanto come ultimo freno al minacciato genocidio, alla guerra totale e all’olocausto nucleare; ed è questo il Dio della fede, il Risorto annunciato dalla Maddalena e tramandato dagli Apostoli. Il Dio del passato?

Cosa comporta credere in Gesù?

Neanche noi sappiamo che farcene del Dio degli eserciti, del contraccambio, del giorno della vendetta, della Divina Commedia, del Dio “dai tratti antropomorfi e patriarcali” denunciato dai post-teisti, anche se ne restano le meravigliose rappresentazioni dell’arte sacra; e ciò ormai da gran tempo l’abbiamo scoperto con la Chiesa; quel Dio non è degnato nemmeno di una citazione dai testi rivelativi del Concilio Vaticano II o dalla predicazione riparatrice di Papa Francesco; e sappiamo che nel delirio suicidario della tarda modernità ciò in cui possiamo sperare è il Dio che fonda un’altra antropologia, non dell’onnipotenza, un’antropologia “radicalmente non signorile”, come la evocava Claudio Napoleoni, dell’uomo che “è un nulla che confina con Dio”.

E che cosa comporta, teisti o non più teisti che si sia, continuare a credere in Gesù? Come si risponde, al di fuori del Vangelo, alla domanda: “e voi chi dite che io sia?” A Socrate sappiamo che cosa dobbiamo dare. Ma a Gesù? L’ammirazione, il culto o la sequela? Da Gesù non possiamo separare la coscienza che egli aveva di sé: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e quanto desidero che sia acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono in angoscia finchè non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. (Luca, 12, 49-51).

Non c’è spazio per un prima e per un “post”

Portare il fuoco sulla terra non vuol dire aggiungere un esempio a quello di tanti uomini illustri o famosi, guaritori, maestri, testimoni, benefattori, veggenti, profeti o sacerdoti: non è da questa galleria che si può ricavare l’unicità di Gesù. Vuol dire un sovvertimento che non si può neutralizzare, non si può spiritualizzare, non si può rendere innocuo rinchiudendolo in un universo simbolico. Vuol dire far proprio il dramma della Terra, dividerla e ricomporla, distruggerla e ricostruirla, incendiarla e rinverdirla e, oltre la metafora, assumere la storia e cambiarne il corso, non nel rinvio, non nel quietismo, ma nell’urgenza e financo nell’angoscia, come di sé dice Gesù. Chi lo avrebbe detto? Il Dio che non si può relegare nel passato è un Dio angosciato, anche se, come dice Luciano Manicardi, l’ex priore di Bose dopo Enzo Bianchi, non è “religiosamente corretto”. Ma questo vuol dire un giudizio e un intervento sul tempo, su questo tempo qui, “il tempo di ora”, che è ugualmente il tempo di Gesù e il tempo nostro. Una contemporaneità che non lascia spazio ad un prima e ad un “post”.

*Foto Flickr

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