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Giustizia e vendetta

Giustizia e vendetta

Cari amici,

eravamo rimasti nella nostra ultima newsletter, “La nostra lotta per il diritto” (e anche nell’articolo de “il fatto quotidiano” di ieri), che data la condanna a morte del diritto da parte dei governi e degli Stati (dalla legittimazione internazionale del genocidio di Gaza, alla rivendicazione politica del crimine da parte di Trump, alla guerra contro la giurisdizione della Meloni) il compito della difesa e del ristabilimento del diritto sulla Terra doveva passare nelle mani dei popoli, cioè di tutti i cittadini, come per un grande Sessantotto delle Nazioni, capace di deporre i senza legge dai troni. Ed ecco subito un segnale gravissimo in contrario: passa nei media come un’ovvia rivendicazione popolare che i parenti delle giovani vittime del rogo della discoteca svizzera, e per estensione il popolo italiano e il suo governo, ottengano giustizia vedendo gli sconsiderati coniugi gestori del locale in carcere, sottoposti a una pena preventiva effettiva prima di una condanna, prima di un processo, prima di qualsiasi possibilità di difesa, prima del confronto tra accusa e difesa, prima che la regola del diritto tanto esaltata dalle “democrazie” contro gli “zar” e le autocrazie abbia potuto produrre con le sue studiate procedure una sentenza sia pure di primo grado.

Addirittura poi si è arrivati al richiamo del nostro ambasciatore a Berna, come si faceva all’atto della consegna di una dichiarazione di guerra quando la guerra aveva ancora i suoi lustrini; e il nostro ministro degli esteri (!) ha preteso di dettare legge alla giustizia svizzera e di interferire sulle competenze dai Cantoni con la doppia infrazione dell’ingerenza di uno Stato estero e della prevaricazione di un potere politico su quello giudiziario.

Tutto questo vuol dire una sola cosa: che apparterrebbe alla cultura comune l’idea che fare giustizia significa avere vendetta. Tu hai fatto un male a me, io voglio che sia inflitto un male corrispondente a te (uguale o peggiore: la pena di morte, l’ergastolo rispondono a questa logica). È del tutto ignorato (governo, media e senso comune) che nella nostra civiltà del diritto le pene non hanno una funzione afflittiva ma devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), che l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, che la libertà personale è inviolabile e non è ammessa alcuna detenzione se non per decisione motivata del giudice (art. 13 della Costituzione), in ciò rientrando la carcerazione preventiva come misura cautelare allo scopo di impedire un prevedibile tentativo di fuga (ciò che si può giudicare ugualmente garantito da un’alta cauzione) o un occultamento delle prove di un delitto.

La vibrante reazione alla decisione della magistratura svizzera secondo cui questa misura cautelare non sarebbe necessaria nel caso in questione (che, certo, può essere discussa e giudicata imprudente) viene dalla stessa cultura che produce la giustizia sommaria, gli abusi polizieschi, l’occhio per occhio e frattura per frattura, e non ha più nulla a che fare con quella civilizzazione della giustizia penale che va da Cesare Beccaria alla Costituzione, al nostro Mario Gozzini che ne promosse la traduzione in legge, prima che arrivassero Salvini e Piantedosi.

Perché tanto allarme per un episodio in fondo circoscritto, che può considerarsi una reazione emotiva a un evento che ha suscitato impressione e dolore? Perché se il diritto viene meno nella coscienza comune e rovesciato nel privato, cade anche nel pubblico, non è quello che ci può evitare di cadere nella guerra mondiale.

Nel sito pubblichiamo il discorso del premier canadese al vertice di Davos, perché dà una interpretazione autentica del preteso ordine internazionale fondato sulle regole come di una utile funzione ad uso dei potenti, e perché propone una lungimirante visione di un diverso modo di concepire le relazioni internazionali; pubblichiamo anche un estratto di un vecchio libro di Noam Chomsky e Pappé che proponevano quanto oggi è diventato evidente, e cioè che un antidoto al genocidio dei palestinesi sta in un cambiamento del regime in Israele e in un recupero dell’unità della Palestina in un unico Stato pluralistico, accogliente per ambedue i popoli.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle)

*Immgaine generata con IA

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