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Il papa celebra il centenario dell’Ordinariato militare. E mette fra parentesi il Vangelo

Il papa celebra il centenario dell’Ordinariato militare. E mette fra parentesi il Vangelo

Tratto da: Adista Notizie n° 11 del 21/03/2026

42556 ROMA-ADISTA. Guidati dal loro generale di corpo d’armata nonché vescovo ordinario militare per l’Italia mons. Gian Franco Saba, i cappellani militari sono stati ricevuti in udienza in Vaticano da papa Leone XIV lo scorso 7 marzo. L’occasione sono state le celebrazioni del centenario dell’Ordinariato militare – eretto il 6 marzo 1925 e approvato dallo Stato italiano con la legge n. 417 dell’11 marzo 1926 –, le cui spese, come rivelato da Adista, sono state sostenute dal ministero della Difesa di Guido Crosetto (v. Adista Notizie n. 8/26).

Il centenario dell’Ordinariato è «memoria incarnata di una storia concreta, fatta di uomini e donne in divisa che, in cammino nella Chiesa, sostenuti e accompagnati dai loro Pastori, nei giorni luminosi della pace e in quelli drammatici della guerra, con sacrificio, coraggio e dedizione hanno contribuito alla crescita di questa società, a volte a costo della vita», ha detto il pontefice rivolgendosi ai cappellani militari, il cui servizio pastorale «si svolge spesso nel silenzio, nei luoghi di pace e in quelli di conflitto, nei sedimi militari e nei contesti operativi, nelle cappelle e nelle tende da campo». Ma papa Prevost ha anche esaltato «la missione del militare cristiano» di «difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine. Tutto questo – ha aggiunto – non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza. L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti. Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé. Occorre, pertanto, ispirare con la linfa del Vangelo i codici, le norme e le missioni della vita militare perché, nel servizio alla sicurezza e alla pace, il bene comune dei popoli sia sempre al primo posto».

Forti perplessità sul discorso del papa sono state espresse da Luigi Mariano Guzzo, professore associato di Diritto canonico e di Diritto e religione all’università di Pisa, in una lettera aperta al pontefice (pubblicata anche su Settimana News). «I cent’anni dell’Ordinariato avrebbero potuto rappresentare, più che una celebrazione di valori in aperta contraddizione con lo spirito evangelico, l’occasione per una rivisitazione profonda dell’assistenza spirituale alle Forze armate», scrive Guzzo, come peraltro suggerito anche nella recente Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana “Educare a una pace disarmata e disarmante” (v. Adista Notizie n. 45/25), che infatti non è piaciuta al mons. Saba (v. Adista Notizie n. 8/26).

Guzzo ritiene «un intollerabile ossimoro» il motto scelto per il centenario, “Inter arma, caritas” (la carità fra le armi): «No, non ci può essere alcuna forma di amore in quelle istituzioni totalizzanti dove si è addestrati per uccidere il fratello e la sorella; dove si accetta, pure solo come remota eventualità, la possibilità concreta di sopprimere l’altro. L’amore non può essere in alcun modo accostato alle armi».

Ma è soprattutto sul passaggio del discorso di Leone XIV dedicato alla «vocazione» del militare che si appuntano i rilievi più importanti. «La “dedizione totale di sé” non è la risposta a una chiamata divina ma, specialmente in un esercito professionalizzato, la scelta di inserire la propria esistenza all’interno della logica del comando e dell’obbedienza ai superiori – scrive Guzzo –. Non c’è posto per l’affermazione e la promozione della libertà di coscienza della persona. Da questo punto di vista, il principio antico “Christianus sum, militare non possum” (sono cristiano, non posso fare il soldato) non può ammettere limitazioni». È per questo che «l’obiezione di coscienza al servizio militare e al porto d’armi per un cristiano dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. L’incompatibilità ontologica tra la sequela di Gesù (la croce) e la scelta di indossare una divisa militare (la spada) rende evidente che non possa registrarsi una “vocazione” nel prepararsi a utilizzare la forza armata, inserita nell’unica vocazione battesimale che accomuna tutte e tutti».

Infine, conclude Guzzo, «deve essere chiaro che la pace non può essere utilizzata come un alibi. Troppe volte operazioni di distruzione e di morte sono state giustificate come “missioni di pace”, finendo per alimentare quella “terza guerra mondiale a pezzi” denunciata da papa Francesco. In tal modo, si rischia di sminuire e di banalizzare la logica del disarmo», che peraltro lo stesso pontefice ha rilanciato nel suo messaggio per la Giornata mondiale della pace dello scorso primo gennaio (v. Adista Notizie n. 45/25).

Resta intatto – il papa su questo non ha fatto alcun cenno – il nodo della militarizzazione dei cappellani militari («a me come a tanti cattolici, e non solo, risulta inconcepibile la presenza di preti con indosso le stellette militari», scrive Guzzo): un arroccamento antievangelico da parte delle gerarchie ecclesiastiche che non trova altra spiegazione se non la volontà di conservare una condizione che assicura ingenmti risorse economiche (v. Adista Notizie nn. 4 e 6/26) e uno status privilegiato (luca kocci)

 

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