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A una distanza infinitesimale i due contendenti alla presidenza del Perù

A una distanza infinitesimale i due contendenti alla presidenza del Perù

È a dir poco esasperante seguire il lento conteggio dei voti della seconda tornata delle elezioni presidenziali svoltasi il 7 giugno in Perù: un tira-e-molla che consegna la palma della vittoria una volta a Keiko Fijimori (Fuerza Popular, di destra), una volta a Roberto Sánchez (Juntos por el Perú, di sinistra). Se fino allo spoglio del 97,9% delle schede era avanti Sánchez, al 98,2% è passata in testa Fujimori col 50,001% dei favori ottenuti. La differenza in numeri interi continua a essere infinitesimale. Una situazione che, con l’aggiunta di quell’1,8 ancora da scrutinare per arrivare al 100%, potrebbe in teoria di nuovo ribaltarsi. In teoria, occorre sottolineare, perché si stanno contando ancora i voti dei peruviani residenti all’estero, più inclini alla destra. Per questa, all’interno del Paese, ha votato maggioritariamente l’elettorato delle città, mentre le zone rurali hanno preferito in gran parte la sinistra.

Questa è la situazione al momento in cui scriviamo, che tuttavia induce a prevedere la sconfitta di Sánchez. Il quale, invece, in una conferenza stampa del 9 giugno si è già dato per vincente. E con un certo fondamento, basandosi sui risultati del “conteo rapido” (“conteggio rapido”), equivalente alle nostre proiezioni. È un modello statistico basato sui risultati reali già scrutinati nei seggi campione molto usato in America Latina e considerato affidabile. Si tratta di una stima ufficiale, che com’è noto non ha valore legale definitivo, come invece il conteggio completo di tutte le schede. È stato al termine di tale conteggio che la dirigenza di Juntos por el Perú in una conferenza stampa ne ha difeso la validità, considerando che, con il 100% del campione, la vittoria spettava a Roberto Sánchez per aver ottenuto il 50,3% dei voti validi, mentre Fujimori era ferma al 49,7%. «La verità in un processo elettorale fino ad oggi è data dal conteggio rapido – ha detto l’avvocato Roy Mendoza di Juntos –, un conteggio rapido che ha un fondamento storico, che ha dei precedenti e che è sempre stato utilizzato in ogni processo elettorale» prima della proclamazione ufficiale.

Ma è anche vero che il margine di errore in questo modello è del ± 1.9% ed è all’interno di questo margine che, nel caso del presente ballottaggio, rientra pienamente la distanza tra i due concorrenti. Insomma, sarà lo scrutinio “all’ultima scheda” a proclamare il nome della persona che guiderà il Paese per i prossimi cinque anni (fino al 2031, peraltro dopo un decennio di instabilità politica con otto presidenti che si sono succeduti a causa di una serie di procedimenti di impeachment presidenziali avviati dal Parlamento). Pare che ci vorrà ancora qualche giorno: le Giurie Elettorali Speciali sono impegnate a esaminare i 1.660 circa ricorsi di contestazione, una procedura che, afferma la Commissione elettorale nazionale, viene applicata con estremo rigore.

Nel clima di incertezza, Roberto Sánchez ha realizzato un incontro, il 13 giugno, a Lima con i membri eletti del Congresso e del Senato della sua coalizione Juntos por el Perù per esortare i sostenitori a rimanere mobilitati in difesa di quella che considera la volontà del popolo.

«Fratelli e sorelle, deputati e senatori di JP, abbiamo una grande responsabilità verso il nostro popolo, verso la democrazia e verso la giustizia». «Massimo impegno per questo grande compito! Il popolo va rispettato!», ha incalzato. (eletta cucuzza)

 

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