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Sinodo: un laboratorio propedeutico per il dialogo ecumenico

Sinodo: un laboratorio propedeutico per il dialogo ecumenico

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 44 del 13/12/2025

Mi accingo a condividere questa riflessione squisitamente teologica con la piena consapevolezza della singolarità del momento che attraversa il mondo anglicano, soprattutto quella parte legata alla sede di Canterbury. Ragionare sul cammino sinodale della Chiesa Cattolica Romana all'indomani del 16 ottobre 2025 assume, da una prospettiva anglicana, una connotazione profondamente paradossale. È ancora bruciante il pronunciamento ufficiale del Movimento Anglicano Globale (GSFA/GAFCON) che ha sancito una frattura strutturale che, di fatto, vede la maggioranza numerica degli anglicani praticanti – quel "55%" ormai simbolico – porsi ecclesiologicamente fuori dalla comunione con la storica Sede di Canterbury.

Questa riflessione teologica si concentra sull'impatto ecclesiologico del Cammino Sinodale della Chiesa cattolica, analizzando in particolare l'evoluzione della questione dell'autorità e della sua prassi. Ometterò l'analisi delle specifiche tematiche di apertura o delle questioni di genere, ritenendo che il superamento delle divergenze e l'emergere di nuove prassi non possano che essere conseguenza diretta di una rinnovata visione relazionale e circolare dell'autorità all'interno della Chiesa cattolica.

Mentre la Comunione che ha fatto della "sinodalità" e della “dispersed authority" la sua cifra distintiva fin dai tempi di Hooker, sperimenta la sua più profonda crisi di koinōnia, incapace di contenere le divergenze attraverso i suoi stessi strumenti sinodali (le Conferenze di Lambeth, l'ACC, il Primates’ Meeting, la Sede di Canterbury), osserviamo, dunque, la Chiesa di Roma impegnata nel più vasto esercizio di discernimento sinodale della storia moderna. È un discernimento sincero e spietato, scevro da ogni idealizzazione romantica o meramente dottrinale.

È da questa angolazione che mi accingo ad analizzare il Documento Finale del Sinodo (2024) e la “Sintesi del Cammino Sinodale” delle Chiese italiane (25 ottobre 2025), non potendo omettere – per le sorprendenti analogie delle conclusioni – di porne i contenuti in dialogo con la profezia del documento ARCIC (Anglican-Roman Catholic International Commission), Il dono dell'autorità (1999).

Sebbene il processo sinodale si configuri primariamente come un evento ad intra, una profonda riflessione della Chiesa Cattolica sulla propria natura di koinōnia, esso dischiude prospettive ecumeniche di notevole portata. La sua risonanza è particolarmente significativa per quelle Chiese cristiane che, condividendo il fondamento della successione apostolica, conservano la struttura ministeriale tripartita, come le Chiese legate alla Comunione Anglicana.

Il "processo" sinodale, termine caro a papa Francesco, si pone come una risposta programmatica alla richiesta di Giovanni Paolo II (Ut unum sint, 1995) di suggerire nuove modalità per esercitare l’autorità del ministero petrino. L'evento non è un mero esercizio organizzativo, ma il tentativo di giungere, obbedendo all'esortazione di «suscitare e accompagnare processi, non imporre percorsi» (Francesco, Christus vivit, 2), a una visione circolare dell’autorità. L'obiettivo è superare la tautologia sinodale attraverso una riforma strutturale della partecipazione, che esige la conversione degli organi ecclesiali da semplici luoghi di consultazione a veri spazi di discernimento comunitario.

Il Sinodo, dunque, non si configura come mero esercizio organizzativo, ma è un'ermeneutica vivente della sinodalità. L’evento stesso della riunione sinodale ridefinisce la prassi della collegialità e l'ascolto del sensus fidelium, incidendo direttamente sull'esercizio dell'auctoritas. Definire il percorso attuale come “Sinodo sulla sinodalità” non implica cadere in una ridondanza nominalistica, ma inaugurare una dimensione “meta-sinodale”. È il momento in cui lo strumento diventa tema, trasformando la forma del dibattito nella sostanza tessa della questione.

In che modo, dunque, i principi sanciti dal documento finale possono aprire strade inedite per l’unità dei cristiani, soprattutto nei confronti delle realtà ecclesiali anglicane?

Analizzando i testi, emerge con chiarezza come il superamento della tautologia sinodale avvenga attraverso una richiesta accorata di riforma strutturale della partecipazione. I testi non si limitano a esortare alla comunione, ma esigono la trasformazione degli organi di partecipazione da meri luoghi di consultazione a spazi di reale discernimento comunitario.

Nella Sintesi, si legge un passaggio cruciale che sembra fare eco, a distanza di decenni, alle istanze di The Gift of Authority della Commissione ARCIC: «Non vi è sinodalità senza luoghi istituiti in cui essa possa prendere corpo. [...] La corresponsabilità non è una concessione dall'alto, ma un'esigenza battesimale» (n. 12).

Questa affermazione è dirompente se assunta in chiave ecumenica. L’assise sinodale sembra recepire quella che il teologo anglicano Paul Avis definisce come la necessità di una «autorità costituzionale», dove il vescovo non agisce in vacuum, ma sempre all'interno di una rete di relazioni codificate (The Identity of Anglicanism, T&T Clark, 2008).

Il collegamento con il documento dell'ARCIC II, Il dono dell'autorità (1999), diviene qui stringente. Se in quel testo si affermava che «l'autorità del Vescovo di Roma non deve essere vista come un potere che sovrasta, ma come un servizio che abilita le Chiese locali» (n. 58), la Sintesi mostra come questo avvenga attraverso una kénosi del centralismo a favore di una maggiore accountability.

Il concetto di "metasinodo" trova qui la sua applicazione più audace: la Chiesa riflette sui propri meccanismi di potere e decide di (auto)"limitarli" per renderli più conformi all’Evangelo. È ciò che Rowan Williams, già Arcivescovo di Canterbury, auspicava quando faceva riferimento alla «giurisdizione non come coercizione, ma come capacità di creare e proteggere lo spazio in cui la verità può apparire» (R. Williams, Theology and the Social Consciousness).

Il Documento di Sintesi italiano fa eco a questa visione quando tratta il tema della trasparenza e della formazione, non più come tecniche aziendali, ma come virtù teologali incarnate: «La credibilità dell'annuncio passa attraverso la trasparenza delle decisioni e la coerenza dei processi. [...] Una Chiesa sinodale è una casa di vetro, dove l'autorità è sempre servizio verificabile dalla comunità». (Sintesi, n. 24)

In questa prospettiva ermeneutica, l'esercizio del "meta-Sinodo" (l'analisi della sinodalità da parte del Sinodo stesso) trascende la mera autoreferenzialità della struttura gerarchica della Chiesa Romana, configurandosi come un autentico atto di kénosi ecumenica. Adottando strutture che garantiscono la voce del laicato e la collegialità effettiva, la Chiesa Romana riduce la distanza morfologica con la tradizione anglicana, che ha sempre scorto nella struttura episcopal-sinodale di governo, una garanzia di unità e comunione. Questo aspetto di governo comunionale è ribadito dalla Sintesi, la quale sottolinea come «il dibattito, franco e generativo, ha rafforzato il legame tra sinodalità e collegialità episcopale, rivelando che la sinodalità non è un’utopia ma una pratica possibile, in cui le differenze diventano forza generativa…» (n. 10). La Sinodalità stessa si eleva, pertanto, a strumento di relazioni ecclesiali autentiche e funge da potente antidoto contro ogni forma di manipolazione.

Come notava il teologo anglicano E.L. Mascall, il problema non è mai stato il Papato in sé, ma un Papato che opera senza il corpo della Chiesa. I documenti sinodali comunitaria e discernente, rimuove l'ostacolo più grande alla ricezione del Primato.

In conclusione, i Documenti dimostrano che il metasinodo ha inaugurato una nuova ontologia dell'autorità: non più verticistica, ma circolare, non più dell’autorità ma dell’abbraccio fraterno e sororno. E in questo cerchio, c'è finalmente spazio anche per quei fratelli e sorelle che, come gli anglicani, attendevano di vedere nel volto istituzionale della Chiesa Romana non più il juridical ruler, ma il servus servorum Dei che presiede nella carità e nell'ascolto, «garante dell’unità nella diversità» (DF-XVI AGSV, n. 32).

Pertanto, l'esperienza sinodale cattolica, nel momento in cui esplora una prassi di governo più partecipativa, dialogica e fondata sulla corresponsabilità battesimale, offre un contesto rinnovato, divenendo un "laboratorio" propedeutico al dialogo ecumenico, fornendo un linguaggio comune – quello della sinodalità vissuta – per riesaminare le storiche divergenze sul ministero e sull'autorità in una rinnovata ecclesiologia di comunione. Lo spirito sinodale che soffia nel cuore di molti cattolici romani è, a mio avviso, l’“evento” ecumenico di maggior significato – per la Chiesa di Roma – dopo il Concilio Vaticano II. 

Maria Vittoria Longhitano è vescova Primate della Inclusive Anglican Episcopal Church (IAEC). Responsabile per questioni e ministeri femminili della Anglican Free Communion International. Pastora di una comunità IAEC a Catania. Counselor a orientamento spirituale, docente e ricercatrice nel campo delle Scienze umane. Insegna Storia e Filosofia in un liceo statale. Saggista, collabora con diverse testate.

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza

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