Nessun articolo nel carrello

La nostra lotta per il diritto

La nostra lotta per il diritto

Newsletter n. 44 da Prima Loro del 20 gennaio 2026

Cari amici,

all’articolo di Riccardo Petrella che commentava la dichiarazione di Trump secondo la quale nessun potere lo può fermare, che è la definizione classica della sovranità, abbiamo messo nel sito il titolo: “Sovrano è il crimine” perché appunto di questo si tratta quando un potere che si pretende sovrano compie e rivendica un crimine (come i molti crimini “politici” commessi e annunciati da Trump), che nessuno al di sopra di lui (“superanus”) può giudicare. Ma questo significa la morte del diritto, e quindi un cambiamento d’epoca, che simbolicamente abbiamo datato al 3 gennaio scorso, il giorno del crimine – il colpo terroristico in Venezuela – così rivendicato da Trump.

Un passaggio d’epoca, cioè una rottura storica, perché la storia umana è anche una storia del diritto, dalle Dodici Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell’orfano e il marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che la verità, non l’autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta dal diritto nel suo cimento di realizzare, come sua gloria, la giustizia.

Il 3 gennaio 2026 non segna peraltro solo la condanna a morte del diritto; è anche il certificato di una sua morte molte volte e in diversi modi annunciata, fino al culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello stesso segretario generale dell’ONU, e compiuto con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno col suo silenzio (non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal” e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); e quando Trump chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé, opera una rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione. Ma, al di là di questo estremo, molte volte e sempre di nuovo la morte del diritto è stata annunciata e viene sancita: la proibizione ai rappresentanti palestinesi (compreso il presidente Abu Mazen) di mettere piede a New York per l’Assemblea generale dell’Onu (extraterritoriale); il rifiuto del negoziato per porre termine all’inutile strage della guerra in Ucraina (dagli uni e dagli altri mitizzata come “difesa”); la legittimazione italiana dell’aggressione al Venezuela insieme all’attacco contro la giurisdizione, cioè contro il potere di “dire il diritto”; l’analoga e ben più letale offesa al potere giudiziario negli Stati Uniti, fino al sovvertimento della Costituzione americana e dei suoi emendamenti, fino alle violenze poliziesche, alla deportazione degli innocenti, alle dimissioni dei procuratori federali impediti dal Dipartimento di giustizia di indagare sull’Esecutivo; e c’è da aggiungere il movente delittuoso dei crimini di Stato e delle velleità di conquista di terre, ghiacciate e no, dato dalla “competizione strategica” come modalità del rapporto internazionale; e lungo sarebbe l’elenco delle guerre non ripudiate e combattute in tutto il mondo contro la loro interdizione proclamata dal diritto internazionale e, per noi, anche costituzionale ed interno.

È chiaro perciò che da questo momento in poi nessuna cosa è più necessaria ed urgente che una lotta per il diritto, per rimetterlo al mondo, prima che la sua fine, per la concatenazione delle cause ma anche per un’inevitabile eterogenesi dei fini, ci porti a un immane disastro.

Come è stato giustamente sostenuto dal fisico Carlo Rovelli il terreno dell’attuale rapporto tra gli Stati non può più essere quello di un conflitto tra “democrazie” e “autocrazie”, tra Est ed Ovest, tra Stati Uniti, Bruxelles, Russia e Cina, ma tutti insieme dobbiamo batterci per ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per tutta la Terra.

Ma come farlo? Prima del Covid avevamo pensato che potesse promuoversi una Costituzione per tutta la Terra; poi si è scatenato l’inferno, e abbiamo capito che una sola Costituzione per tutti, per tutte le Nazioni, per tutte le culture, non si può fare. Ed oggi è chiaro che il diritto non può ristabilire il diritto; esso non basta a salvarci, quando nega se stesso. A questo punto bisogna ricorrere a un’istanza più alta. Agli albori della modernità, quando si trattava di passare dal regime di cristianità allo Stato secolare, secondo Carl Schmitt risuonò un grido: tacete teologi, in un compito non più vostro. La parola passava ai giuristi. Oggi, quando vengono spregiati i giuristi, la parola è passata ai tecnocrati e agli azionisti. È tempo che il compito lo prendiamo nelle nostre mani, che la parola passi ai cittadini tutti. È dalla società che viene il diritto, non dal diritto nasce la società. Il Nobel per la pace se lo devono guadagnare i popoli, con le loro culture, la loro informazione e le loro politiche. L’Occidente in declino sembra incapace di farlo. Ma perfino la Cina ha avuto la sua rivoluzione culturale, e la Russia la perestroika. Per questo abbiamo scritto, nell’ultima newsletter, che ora ci vuole un Sessantotto delle Nazioni.

Nel sito pubblichiamo un articolo di Ruth Ferrero-Turrión sulle vere ragioni della sfida americana all'Europa per la Groenlandia.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle).

*Foto ritagliata di Gage Skidmore tratta da Commons Wikimedia, immagine originale e licenza

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.