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Il 3 gennaio

Il 3 gennaio

Newsletter n. 43 da Prima Loro del 16 gennaio 2026‌

Carissimi,

nel suo discorso d’inizio d’anno agli ambasciatori (un discorso inusuale, da leggere), papa Leone ha ricordato e fatto propria la diagnosi che papa Francesco aveva espresso nel 2025 a un Convegno nazionale della Chiesa italiana, secondo la quale ci troviamo non in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Con due papi che lo sostengono, lo dobbiamo credere anche noi: così come dobbiamo affrettarci a capire che papa è questo papa americano. Infatti non ha smesso di sorprenderci, da quando si è presentato invocando non solo una pace disarmata, ma una pace disarmante e, con sant’Agostino, ha detto che «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». Ed è proprio in quanto agostiniano che va scoperta la sua novità, perché il suo Agostino è molto diverso dall’Agostino che un po’ troppo superficialmente sta nella vulgata dell’attuale popolo cristiano. Noi siamo abituati a pensare ad Agostino come al teologo delle due città: la città di Dio, inevitabilmente confinata nella sfera celeste, e quindi improduttiva per la vita di quaggiù, e la città terrena dominata dal male: da qui quello che veniva considerato e divulgato come il “pessimismo” agostiniano; e questa non era solo la vaga nozione del popolo minuto, ma anche la lettura dei teologi più illustri: nel 1979, facendo un primo bilancio sul significato permanente del Vaticano II, a quindici anni dalla sua conclusione, il gesuita Karl Rahner scriveva che “prima del Concilio i non cristiani erano considerati semplicemente come quelli che giacevano nelle tenebre del paganesimo, che potevano essere salvati con la predicazione del Vangelo e solo così… Possiamo dire che Agostino ha introdotto una visione della storia universale secondo la quale, per l’impossibilità di conoscere il disegno di Dio, la storia del mondo era ed è storia di una massa dannata, nella quale solo a pochi è dato di salvarsi per una grazia di elezione raramente concessa. Per lui il mondo era nelle tenebre, solo raramente e debolmente rischiarate dalla luce della grazia divina, la quale manifesta la sua purezza nella rarità con cui viene concessa. Anche se Agostino – proseguiva il teologo tedesco - a volte dimostra di sapere che sono dentro la Chiesa molti di quelli che sembrano stare fuori, tuttavia per lui era pratico e concreto quasi identificare il circolo di quelli che saranno salvati e beati con quelli che si professano esplicitamente cristiani e fedeli alla Chiesa, mentre gli altri per un misterioso giusto giudizio costituiscono la massa dannata dell’umanità. Il risultato della storia è sostanzialmente l’inferno”.

Ma questa non è affatto la lettura che di s. Agostino fa papa Leone, che nel discorso ai movimenti popolari ha detto che l’“umano” è al centro della visione di sant’Agostino, che «ci insegna come la responsabilità, specialmente nei confronti dei poveri e di coloro che hanno bisogni materiali, nasce dall’essere umani con i propri simili e, quindi, dal riconoscimento della nostra “comune umanità”»; e quando al corpo diplomatico ha spiegato che «Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte»: ma «nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi» e «ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia”. E siccome il primo papa agostiniano si chiama anche Leone, ha detto che oggi la prima delle “rerum novarum”, delle cose nuove, è che non bisogna escludere nessuno, e che “in ogni ricerca religiosa sincera, c’è un riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione”.

Quanto al “cambiamento d’epoca”, esso è prodotto da molteplici fattori, anche se talvolta si può perfino identificare una data in cui un passaggio d’epoca è avvenuto: e noi ora una data ce l’abbiamo, ed è il 3 gennaio scorso, il giorno dell’azione terroristica in Venezuela, quando il potere sovrano ha messo a nudo se stesso, confessando ed anzi professando il suo crimine. Noi in Italia già conoscevamo un 3 gennaio: e fu il 3 gennaio 1925 quando Mussolini in pieno Parlamento assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti, dicendo che proprio quello era il concetto e la moralità del fascismo, del suo fascismo, e ne seguirono le “leggi fascistissime”. Adesso è il mondo, nella figura del sovrano ritenuto più potente per bottino e per armi, che in diretta mondiale rivendica di ripudiare il diritto internazionale, cioè lo stadio più alto raggiunto fin qui dalle nozze di diritto e giustizia, per imporre al mondo il proprio volere. E come per l’Italia ci fu un prima e un dopo un 3 gennaio, così per il mondo si pone oggi un prima e un dopo il 3 gennaio 2026, giunti come siamo alla fine del primo quarto di secolo del terzo millennio della nostra era, ovvero dopo 3000 anni, a sentire lo stesso Trump e Netanyahu: e parliamo di millenni proprio perché si tratta di un cambiamento d’epoca. La novità è che il potere politico sovrano, che finora molte volte si è macchiato dei peggiori delitti (per tutti: la guerra) ma sempre accampando le buone ragioni della ragion di Stato, della giustizia e del diritto, ora rivendica il delitto come sua cultura e moralità, cioè il non riconoscere alcun limite alla propria stessa volontà se non la sua potenza. E non è Trump: perché bisogna finirla con questa benevolenza mediatica per cui si tratterebbe di un bullo da trattare con compatimento e sufficienza, perché tanto alla fine ci siamo noi che stiamo alle regole e mandiamo perfino un po’ di soldati in Groenlandia e riempiamo di anno in anno di armi l’Ucraina, per un’inutile strage che chiamiamo “difesa”. Non si tratta di Trump, ma degli Stati Uniti con tutto il loro Congresso, il Pentagono, la CIA, la Segreteria di Stato e quant’altro: una Nazione “sovrana”, modello e regime del mondo, che fa questo identikit del potere degli Stati “sovrani”. A una domanda del New York Times, se ci sia qualche limite che la Casa Bianca riconosca al suo potere, Trump ha risposto infatti testualmente: “C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (degli Stati Uniti, cioè) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni”.

È chiaro che ciò può fungere da legittimazione di ogni futura aggressione di poteri "autocratici", cioè di tutti i poteri “sovrani”. Certamente il diritto internazionale non è perfetto, né adeguatamente attuato, ma è un patrimonio dell’umanità; si tratta quindi di un attentato non solo contro un Paese (ricco di petrolio), e domani contro la Groenlandia e tutta la lista, ma contro il mondo tutto. Essendo il diritto internazionale un patrimonio dell’umanità, ciò che non si può non fare, prima che ci venga sottratto, è di resistere. Ma con e dopo la Resistenza, ci vuole una grande rivoluzione culturale, un Sessantotto delle Nazioni: ma su questo dovremo ben presto cominciare a ragionare.

Nel sito pubblichiamo il discorso del Papa agli ambasciatori, un articolo di Riccardo Petrella, “Sovrano è il crimine”, e uno di Boaventura do Santos: “È il colonialismo”.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle)

*immagine generata da IA

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