Democrazia a geometria variabile: così l'Europa tradisce i giovani africani
Sull’editoriale di marzo-aprile 2026 della rivista Africa, fondata dai padri bianchi e oggi edita dall’editrice Internationalia, il direttore editoriale Marco Trovato accende i riflettori sul «tradimento», da parte delle istituzioni europee, dei giovani africani che, come dimostrano le rivolte che hanno attraversato recentemente l’Africa, «incarnano oggi la speranza e la coscienza civile di un intero continente».
Animati da una rinnovata consapevolezza sul presente e sul futuro dei loro Paesi, i giovani «a mani nude scendono in piazza contro regimi armati fino ai denti, sfidando leggi d’emergenza, coprifuoco, arresti arbitrari. Protestano contro la corruzione, contro Costituzioni piegate al capriccio dei presidenti, contro elezioni ridotte a rituali vuoti. Urlano la loro rabbia in faccia alle forze dell’ordine», mettendo seriamente a rischio la loro libertà e la loro stessa vita. «Ma quel grido resta sospeso nell’aria», ignorato dal vecchio continente, «nelle piazze come nei palazzi della politica».
Il direttore editoriale di Africa affronta questo argomento prendendo le mosse dalle confidenze di un funzionario europeo esperto di Africa, secondo il quale l’Unione ha deciso scientificamente di ignorare quei giovani che hanno invaso le piazze africane, lasciandoli «soli davanti alla politica del bunduki, del fucile». In Europa, denuncia l’editoriale, si parla di investimenti, di una rinnovata attenzione per il continente nero, ma al di là degli affari la «realtà è un’altra: disimpegno diplomatico, cooperazione ridimensionata, ambasciate svuotate. La priorità, si dice, è altrove».
Il cinismo europeo – non certo nuovo ma oggi, nell’era dei social media, ben più eclatante – è stato palese, cita per esempio Africa, in occasione delle rivolte della Gen Z in Tanzania: di fronte agli oltre 3mila morti per la repressione, l’UE si è dimostrata tiepida e disunita, «per non urtare i governanti di Dodoma». Lo stesso è successo con Uganda, Camerun e Costa d’Avorio, governate da regimi che si impongono elezione dopo elezione, con brogli, repressione e violazioni dei diritti. Anche in questi casi, il silenzio europeo è «tutt’altro che neutrale, perché coincide con la tutela di interessi ben precisi: risorse strategiche, basi militari, accordi commerciali, reti d’influenza francesi che continuano a strutturare la “Françafrique”».
Di fronte agli affari «la retorica democratica occidentale si sgretola», e anche i più feroci regimi continuano a essere tollerati finché “amici”. Quando, poi, questi regimi rompono con le vecchie potenze coloniali si riafferma l’intransigenza europea, «le sanzioni fioccano, i principi vengono improvvisamente riscoperti e sbandierati». Il direttore Trovato sottolinea che è proprio in questo che si realizza il tradimento dei giovani africani: «Chiedere democrazia senza praticarla, invocare diritti mentre si stringono mani sporche di sangue, predicare valori universali applicandoli a geometria variabile. Un tradimento che alimenta disillusione, rabbia e una frattura sempre più profonda tra un’Africa che chiede cambiamento e un Occidente che sceglie di non ascoltare».
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