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«Sciogliere le catene inique». Selene Zorzi, una teologia per smantellare il patriarcato nella Chiesa

«Sciogliere le catene inique». Selene Zorzi, una teologia per smantellare il patriarcato nella Chiesa

«Se Dio è maschio, il maschio è Dio». La celebre espressione della teologa femminista americana Mary Daly non ha smesso di provocare e di svolgere il ruolo di detonatore simbolico. Ma continua anche a essere una lente irrinunciabile quando si cerca di interpretare il vissuto culturale e sociale di stampo prettamente patriarcale che ha originato, nella Chiesa cattolica e in generale nel mondo occidentale, una maschilità tossica. E che tanti danni ha arrecato alla società, alle singole persone, al popolo ecclesiale. Non è soltanto una critica al linguaggio religioso: è la denuncia di un sistema simbolico che, nei secoli, ha trasformato il maschile nell'universale e il femminile nella deviazione, nella minaccia, nell'eccezione.

È da questa consapevolezza che prende avvio Dio è maschio? Chiesa, maschilità tossica e teologie di genere (edizioni la meridiana, Molfetta 2026), l'ultimo libro della teologa Selene Zorzi, presentato il 27 maggio in dialogo con Marco Campedelli, teologo e narratore veronese. Un incontro che è andato oltre la semplice presentazione editoriale, trasformandosi in una riflessione pubblica sul rapporto tra fede, potere, maschile, linguaggio e libertà, a partire dalla crisi dei modelli d'autorità ecclesiali.

Selene Zorzi - docente, teologa ed ex monaca benedettina che da poco ha fondato una “scuola popolare di Teologia” nel nome della filosofa Ipazia - definisce il suo volume un libro divulgativo, nato da articoli pubblicati sulla rivista Rocca e da anni di ricerca teologica. Ma dietro la scrittura accessibile emerge un lavoro rigoroso di scavo storico e biblico che mira a mettere in discussione alcune delle strutture più profonde del cristianesimo occidentale.

La domanda contenuta nel titolo è volutamente provocatoria. Dio non è maschio né femmina: «Non ha sesso perché non ha un corpo, è spirito», ricorda l'autrice. Del resto, confessa, avrebbe preferito un altro titolo, «Sciogliere le catene inique», tratto da un versetto di Isaia dove la vera religiosità è pratica di giustizia e liberazione. Perché a questo sarebbe chiamata la teologia: invece, a partire dai primi secoli, ha ingabbiato e calcificato le donne (e quindi di riflesso anche gli uomini) in posture scomode e penalizzanti. «Siamo tutti incatenati in una teologia androcentrica», ha detto la teologa, «il maschio è al centro nella cultura patriarcale a tal punto che il linguaggio maschile include il femminile».

Il fatto che Dio sia stato nominato quasi esclusivamente al maschile non è privo di conseguenze. Il linguaggio religioso ha contribuito a modellare l'immaginario dell'Occidente, influenzando non solo la vita ecclesiale ma anche la cultura, le istituzioni e la percezione dei ruoli sociali. E il problema, secondo Zorzi, non riguarda, appunto, soltanto le donne. La teologia femminista, ha spiegato, non si limita a “dare voce alle donne”, ma assume il punto di vista dei soggetti marginalizzati per decostruire le forme di potere che strutturano l’intero sistema. Non una rivendicazione identitaria, ma una critica epistemologica e politica per liberare uomini e donne dagli stereotipi che li imprigionano. La critica al patriarcato è un'operazione di liberazione collettiva.

Uno dei nuclei più forti del libro riguarda la cosiddetta "maschilità tossica" ecclesiale: la Chiesa, sostiene l'autrice, ha contribuito a costruire un modello di potere in cui autorità, sacralità e maschile tendono a sovrapporsi, creando quello che la teologa Marinella Perroni ha definito efficacemente come “nodo gordiano”, indissolubile, che tiene insieme maschilità e potere, mentre tutto ciò che è associato al femminile viene ricondotto alla maternità, alla cura e al corpo.

Qui la riflessione si intreccia con il tema degli abusi. Non poteva che essere così, visto che la maggior parte degli abusi è perpetrata da uomini appartenenti al clero. Nel libro, Zorzi richiama esplicitamente il caso dell'ex gesuita Marko Rupnik, accusato da decine di religiose ed ex religiose di abusi psicologici, spirituali e sessuali, e individua nell'organizzazione clericale un sistema, un piano inclinato che favorisce dinamiche di sopraffazione. La formazione sacerdotale post-tridentina, fondata sull'idea del prete come figura ontologicamente separata e superiore, ha alimentato una cultura di pseudodivinizzazione della figura del ministro ordinato. Ed è proprio nel cattivo uso di questa disparità di potere che avviene l'abuso, osserva l'autrice, spostando l'attenzione dalle sole responsabilità individuali alla cultura e alle strutture che rendono possibili comportamenti segnati dalla violenza.

Ma poiché un comportamento sociale è prodotto da una cultura soggiacente, Zorzi risale ancora la corrente e giunge a una critica radicale alla tradizione teologica, costruita quasi esclusivamente da uomini celibi. Molte elaborazioni sulla sessualità, sulle relazioni e sul corpo, ha detto, sono nate da uno sguardo parziale, incompleto, incapace di accogliere l'esperienza femminile. E una teologia elaborata soltanto dai maschi rischia di essere una teologia "eretica", nel senso etimologico del termine greco hairesis, la scelta di una parte contro la complessità del reale.

La rilettura delle Scritture proposta dalla teologia femminista si configura allora come una vera e propria "esegesi del sospetto". Significa tornare ai testi, riaprirli, per cercare ciò che è stato dimenticato, rimosso o marginalizzato. Le donne, ricorda Zorzi, nella Bibbia ci sono sempre state: figure femminili come giudici, profetesse e sapienti riemergono come presenze sistematiche, benché spesso neutralizzate dalla ricezione successiva. Tuttavia la tradizione ha privilegiato modelli simbolici che hanno finito per imprigionarle. Da questo punto di vista, gravi danni ha prodotto la polarizzazione della coppia Eva-Maria operata nella tradizione patristica e nella cultura occidentale, che ha finito per strutturare un immaginario ancora attivo nella cultura. Da un lato la donna Eva, all'origine della colpa; dall’altro la donna Maria, elevata a idealizzazione irraggiungibile di verginità e maternità. Due figure che hanno contribuito a costruire una dicotomia ancora operante: che si tratti di una santa o madre perfetta, o che si tratti della peccatrice per eccellenza o donna “poco di buono”, abbiamo a che fare con due modelli che continuano a produrre effetti disciplinanti sul corpo e sull’identità femminile. Perché la sessualità fa paura: possiede una forza intrinsecamente sovversiva che mette in discussione gerarchie, confini e dispositivi di controllo. È per questo che, praticamente da che mondo è mondo, si cerca di normarla, di controllarla, specialmente quella femminile (per gran parte della storia umana si è ritenuto che la capacità procreativa fosse prerogativa del solo maschio). Per Zorzi non è soltanto la Chiesa a volerla normare: ogni sistema di potere cerca di disciplinare i corpi e il desiderio. Si pensi a tutto il dibattito sulla legge per la depenalizzazione dell'aborto del 1978, alla cui attualità infatti Zorzi dà ampio rilievo in un capitolo significativamente intitolato “Teniamoci stretta la 194!”, in un tempo minaccioso in cui la Corte suprema degli Stati Uniti trumpiani, nel 2022, ha di fatto annullato la storica sentenza del 1973 Roe vs. Wade, restituendo ai singoli Stati l'autorità sull'accesso all'aborto.

E il linguaggio patriarcale è il veicolo di tutto questo. Dal ritorno della vecchia retorica della guerra all'irrompere di nuove retoriche che alimentano il mito duro a morire dell'invulnerabilità maschile, Zorzi rileva come l'intera cultura occidentale, e non solo la Chiesa, sia ancora segnata da un ideale di potere espresso con il riferimento all'autosufficienza, alla forza, all'individualità dell'uomo di potere a cui non si chiede di rinunciare a legami o a impegni familiari.

Ma c'è, allora, un "modo femminile" di esercitare l'autorità? Dopo vent'anni di vita monastica, Selene Zorzi non è più convinta che esista una qualità essenziale femminile del potere. Esistono invece stili umani diversi, trasversali ai generi. Uomini e donne possono, in ugual modo, sviluppare cura, tenerezza, fermezza o capacità diplomatica. La vera alternativa non è quindi tra potere maschile e potere femminile, ma tra una logica di dominio e una di servizio, che è anche evangelica: «Tra voi non sia così», ricorda, citando il Vangelo di Matteo.

Come passare, allora, da una cultura patriarcale mortifera (dentro e fuori la Chiesa) a una in cui uomini e donne, nella pluralità delle loro identità uniche, possano dispiegare doni e desideri, realizzandosi in pienezza? Non ci sono scorciatoie; a nulla valgono, ha detto in chiusura Marco Campedelli, interventi di pontefici illuminati o sinodi. È necessario un cambiamento decisivo nella coscienza di ciascuna e ciascuno; ecco perché il libro di Selene Zorzi assume il valore di un appello alla responsabilità personale. La trasformazione nascerà dalle coscienze che scelgono di pensare e vivere diversamente. Dalle piccole disobbedienze civili, dai gesti quotidiani, dalla capacità di rompere catene e il silenzio su sofferenze, esclusioni e umiliazioni troppo a lungo taciute.

Dio è maschio? non è, allora, soltanto un saggio sulla teologia di genere, per quanto ci sia sempre bisogno di riflessioni e spazi ulteriori per il pensiero delle donne e dei soggetti marginalizzati in generale. È un invito a interrogare i simboli che abitano il nostro immaginario e le strutture che organizzano il potere, per poterli smantellare. Per questo, ha osservato Campedelli, è un libro che merita di uscire dai circuiti ecclesiali e di raggiungere un pubblico più ampio. Perché la domanda che pone non riguarda soltanto la Chiesa. Riguarda il modo in cui una società immagina l'umano, la libertà e la dignità delle persone.

(Per inciso, il nodo di Gordio - dal nome del contadino che nell'VIII secolo a.C., divenuto re della Frigia, dopo essere entrato per primo nella città su un carro, in segno di gratitudine dedicò il suo carro a Zeus, legando il giogo al timone con un nodo così inestricabile che l'oracolo predisse che chiunque fosse riuscito a scioglierlo avrebbe conquistato l'Asia - alla fine venne sciolto. Lo fece Alessandro Magno nel 333 a. C., tagliandolo con la sua spada. Un messaggio chiaro per le donne e gli uomini di oggi).

 

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