Nel nome di Ipazia, nasce nel veronese una Scuola Popolare di teologia
Tratto da: Adista Notizie n° 7 del 21/02/2026
42525 SAN PIETRO IN CARIANO (VR)-ADISTA. Se la teologia è, in senso proprio, discorso su Dio, non può essere ridotta a un sapere specialistico riservato a un’élite religiosa o accademica. Deve essere sottratta al monopolio delle istituzioni, essere restituita allo spazio comune e, rinunciando al possesso della verità, farsi pratica pubblica, ricerca plurale, orizzontale, relazionale, democratica, laica, libera, incarnata, inclusiva, nonviolenta. È l'obiettivo ambizioso della Scuola Popolare di Teologia e Filosofia concepita dalle editrici Gabrielli e dalla teologa Selene Zorzi: un “Didaskaléion” intitolato a una delle più grandi pensatrici dell'antichità, Ipazia di Alessandria, donna di cultura e pensiero critico che per questo morì assassinata nel IV secolo d.C.; un nuovo laboratorio di senso e di confronto, aperto a credenti di diverse tradizioni religiose e a non credenti, dialogico e partecipativo, che partirà con una presentazione il prossimo 9 marzo – rigorosamente in presenza – presso la sede della stessa casa editrice (informazioni sul sito).
Il progetto è inedito in Italia, dove la teologia, a differenza di altri Paesi, è appannaggio delle istituzioni ecclesiastiche e fatica ad aprirsi al mondo laico e alle sfide della contemporaneità. Dove le donne stentano ancora a ottenere ascolto, in una cultura ancora fortemente patriarcale e clericale. Dove la religione è diventata, di questi tempi, uno stendardo identitario ed escludente sbandierato dalle destre, e dove chi parla di Dio occupa uno spazio simbolico potentissimo. Ecco dunque il sogno di restituire la parola a soggetti storicamente esclusi, che significa redistribuire potere, rompere gerarchie, aprire nuovi immaginari. E accettare che la teologia non sia “l'ultima parola”, ma costituzionalmente fragile e relazionale, liberandola da identità rigide e disarmandola da contenuti intrinsecamente violenti.
Abbiamo posto alcune domande a Cecilia Gabrielli, che con Lucia Gabrielli dirige la casa editrice, e a Selene Zorzi, docente di Teologia spirituale all’ISSR di Verona e insegnante di Filosofia e Storia al Liceo scientifico Galilei della stessa città.
Cecilia, come nasce questa iniziativa?
C.G.: La nascita della Scuola – grazie all’arrivo di Selene Zorzi e al suo progetto – è per la nostra Casa editrice molto significativa. Emilio Gabrielli, nostro padre, era teologo, laureato con una tesi sulla teologia della liberazione; giunto a Verona nel 1968 con moglie e tre figlie piccolissime, chiamato a insegnare religione nelle scuole superiori, coadiuvava anche il parroco di San Pietro Apostolo (Borgo Trento) nella pastorale per i giovani e gli adulti. Erano certo tempi di fermento grazie al Concilio Vaticano II, ma c’è anche di più, perché in famiglia e nel lavoro fare teologia era strettamente connesso con la vita, con le relazioni. Un pensiero radicato nel Vangelo di Gesù e aperto al mondo con tutte le sue provocazioni e situazioni. Nella storia della Casa editrice Emilio, e con lui noi, Cecilia e Lucia, abbiamo progettato tante iniziative di incontro correlate alle pubblicazioni, dove ricercare e pensare insieme, in una dimensione paritaria, laica, libera, e nella reciproca valorizzazione. Ne è esempio l’esperienza delle Agorà tra Fede e Laicità che si svolsero una decina di anni fa al Monastero di Fonte Avellana e anche presso la nostra sede. Con la Scuola, stiamo portando lo stile dell’animazione culturale che oggi più di un tempo ha a cuore la ricerca di risposte rispetto alla domanda di senso per tutto ciò che stiamo vivendo. Aiutare le persone a conoscere, conoscersi e attingere alla Fonte del senso, con tutti gli strumenti che i saperi possono offrire.
Perché è importante una teologia popolare?
Significa offrire la possibilità a chiunque abbia desiderio di conoscere, dialogare, leggere testi pur impegnativi grazie alla guida di docenti eccezionali, studiare, arricchirsi, scoprire mondi che si pensava riservati solo all’élite, i chierici, i preti, i religiosi... Aprire insomma le porte! Promuovere la ricerca dal basso credo sia una bellissima sfida, entusiasmante, che viviamo con umiltà e facendo un passo per volta. Siamo davvero grate a Selene Zorzi per esserci incontrate e reciprocamente riconosciute nella nostra storia e per la fiducia con cui insieme stiamo intraprendendo l’avvio della Scuola popolare di filosofia e teologia “Didaskaléion Ipazia di Alessandria”.
Dove sta andando secondo te la teologia?
La teologia, il pensiero e la ricerca sulla grande domanda che è al principio di tutto ciò che esiste si trova a un bivio: può continuare a percorrere i binari della tradizione così come almeno la conosciamo in Italia, custodita da una parte e allo stesso tempo confinata nei luoghi storicamente deputati alla formazione e allo studio, ma rimanendo distante, un mondo a parte, con il serio rischio, e lo vediamo da tempo, di non saper più veramente comunicare alle persone, a partire dai cosiddetti credenti. Qui, come Gabrielli editori, ci sentiamo parte fortemente in causa: la teologia può davvero aprirsi alla cultura, al mondo, alle persone, al di là di credo, convinzioni, ceto sociale. In questo la prospettiva post-teista è irrinunciabile. Ci fa scoprire tutta la profondità delle Scritture, del miglior pensiero che ha costellato la storia della Chiesa, ci apre alla profonda esperienza spirituale a cui tutti siamo chiamati, a unire conoscenza e vita, e tanto altro.
Selene, avete pensato a una scuola popolare perché la teologia esca dalla torre d'avorio delle istituzioni e diventi occasione di confronto, pratica pubblica, parola che attraversa la storia, i conflitti, i corpi e le domande reali delle persone. Perché in Italia questo bisogno è ancora più rilevante?
S.Z.: In Italia non è possibile uno studio libero della teologia, non è possibile studiare teologia all'università statale. I percorsi che presentano storia del pensiero teologico sono pochissimi, ottenuti dopo grande sforzo: penso in particolare a quello di Roma Tor Vergata, tenuto da Giovanni Salmeri, ma tempo fa c'erano restrizioni molto forti sull'uso della parola teologia in Italia. Fu il caso anche del Festival della teologia avviato a livello laico dalla città di Piacenza, e che poi fu fagocitato dalla diocesi e dalla Cei. In Italia, insomma, sembra o sembrava non essere possibile parlare di teologia se non sotto un cappello ecclesiale, in particolare quello della Cei, ma anche delle altre confessioni. Abbiamo voluto invece parlare di teologia a livello più ampio, anche se io vengo da una tradizione cattolica e in particolare sono collegata a una tradizione occidentale; aprire il focus e la partecipazione sia a non cattolici sia a non credenti e al di là di un certo monoteismo, quello ebraico-cristiano, guardando anche a religioni che sono fuori dal nostro circuito. Ovviamente ciascuno parla dalla propria prospettiva, ma l'intenzione è quella di avere un'attenzione anche per altre teologie.
Si tende a pensare alla teologia come la scienza del “dire Dio” a partire da un insegnamento dall'alto. Questo progetto invece vuole essere un laboratorio in cui non si vuole proteggere Dio dal mondo, ma il mondo da un uso strumentale di Dio. In che modo può interrogare i cittadini oltre che i credenti, la polis oltre che la/le Chiese?
Il primo modulo vuole fare il punto anche delle più recenti acquisizioni della linguistica, della riflessione filosofica sul linguaggio che ha avuto anche un impatto sulla teologia, per esempio a partire dal fatto che quando si parla di Dio si deve fare entrare questo concetto anche nella grammatica, che ha anche un femminile e un neutro, e a seconda di ciò che si adotta questo avrà un impatto anche sulle nostre prospettive e sul nostro modo di impostare le relazioni, sociali e ecclesiali. Interroga cittadini oltre che credenti per molti motivi. Innanzitutto perché il discorso su Dio sta tornando prepotentemente nella politica e in particolare in Italia ci sembra che ci sia un analfabetismo terrificante che non sa reagire a populismi, a una certa propaganda chsi riempie la bocca di Bibbia, di dogmi o della parola cattolico o cristiano. Da questo punto di vista, quindi è una modalità per vaccinarsi rispetto a certi discorsi, per non subirli in maniera acritica. Ma riteniamo anche che per posizionarsi sulle questioni del simbolico, del rituale, del senso si abbia bisogno di farsi un’idea, di argomentare. E poi, soprattutto, pensiamo che, in questa società turbocapitalista, non ci stia restando il tempo per riflettere, per curare lo spazio del dialogo e dello scambio. Sotto questo punto di vista siamo convinti che la mancanza di empatia che la nostra società sta sempre più dimostrando derivi anche dal fatto che non ci si guardi più negli occhi, che non si misuri l'emozione o la tonalità emotiva dietro una parola, visto che siamo sempre schermati e filtrati nelle nostre comunicazioni. Quindi in questo senso speriamo che sia anche una scuola di democrazia e di pace. La foto che abbiamo scelto per il lancio è la famosa foto dell’annuncio della nascita della Repubblica, con il sorriso di Anna Iberti: in fondo vogliamo essere una repubblica indipendente, oltre che un polo di democrazia.
Nel progetto la dimensione femminile non è un optional, ma una questione strutturale, in un campo monopolizzato per secoli da soggetti, contesti e categorie simboliche maschili. Visto che non basta parlare delle o alle donne, come si può cambiare la grammatica del discorso su Dio?
Innanzitutto parlando in quanto donne, perché le donne sono state private di un linguaggio a loro misura. Già il fatto che ci impongano di usare il maschile come universale comporta traduzioni e cesure per la nostra esperienza. Ovviamente quando si parla di Dio, della tradizione, dei personaggi che hanno fatto la storia – ma questo non vale solo per storia del cristianesimo o la teologia, vale anche per la letteratura, per la filosofia – le donne sono poco narrate. Non che non ci fossero, ovviamente, ma non hanno avuto per molto tempo gli strumenti per darsi voce, e se hanno parlato sono state filtrate dagli uomini, e quando hanno parlato in maniera autorevole queste parole non sono state consegnate. Quindi anche il fatto di intitolare a una donna, una delle più grandi filosofe e pensatrici dell'antichità, una scuola filosofica è nato dall'idea, come donne, di prendere la parola in modo autorevole. Senza chiedere permesso, ovviamente, perché ormai abbiamo gli strumenti, il che non significa ovviamente che non chiederemo la collaborazione anche degli uomini che costruiscono la società e il pensiero con noi. La prospettiva sarà quella di fare un discorso integrato, quindi di non comparire in un angolo come nei libri di storia, ma di fare teologia e parlare al maschile o al femminile.
Anche la presenza fisica è una questione strutturale. A che pubblico vi rivolgete idealmente e quali sono le vostre aspettative?
Le nostre aspettative sono altissime: non si comincia senza una grande utopia, tra l'altro a Verona, dove le iniziative sono moltissime. Il pubblico a cui ci rivolgiamo è un pubblico che normalmente non va in chiesa, non si interessa di cristianesimo e si ritiene anche allergico a questo tipo di discorsi. Perciò ho invitato anche colleghi e colleghe con cui mi sono confrontata nel tempo, esterni a percorsi ecclesiali o religiosi ma che hanno dimostrato una curiosità intellettuale e culturale e che vorrebbero confrontarsi dal loro punto di vista di professionisti con la prospettiva teologica. Le persone interessate a un dibattito cattolico hanno già tantissime iniziative o proposte. Vorrei coinvolgere chi di teologia non sa nulla o chi non ha un’infarinatura in filosofia. Sono previsti dei corsi base e poi approfondimenti, ma lo spazio più importante sarà dedicato al confronto tra i presenti. Ecco perché ogni lezione è pensata con un momento breve di lezione frontale per lasciare poi spazio a domande o riflessioni in piccoli gruppi o in plenaria. Ogni modulo finirà poi con un workshop dove le persone saranno chiamate a mettere in pratica competenze anche artistiche, per mettere le mani, i corpi all'opera e costruire la riflessione non solo con le idee ma con la pratica, lo scambio e momenti di condivisione. La presenza è strutturale perché abbiamo bisogno di tanti piccoli nodi per ricostruire una rete sociale democratica, che con pena vedo sfaldarsi.
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