Una vita troppo stretta: riflessioni sull'abbandono del sacerdozio di due preti
«Don Gatto e don Ravagnani, il sacerdote influencer, hanno scelto di "spogliarsi" per le troppe privazioni del ruolo. Soprattutto il prelato abruzzese ha ammesso: “Ho avuto relazioni nascoste, ora voglio diventare padre”. Forse il momento di ripensare la condizione primaria per l’ordinazione è davvero giunto». Il virgolettato è tratto dal sito dei preti sposati in un articolo intitolato “Preti sposati. È tornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica”. Riferisce di «una notizia su don Gatto e don Ravagnani. Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati fondato nel 2003 dichiara rispetto per le scelte personali dei 2 preti: nello stesso tempo rinnova l'appello ai vertici vaticani di riammettere al ministero i preti sposati con le loro famiglie». La “notizia” è un altro articolo – “Addio alla tonaca, l’annuncio ravvicinato di due preti molto amati. Il celibato è ancora indiscutibile?” – pubblicato da orticalab.it (8/2/2026) a firma di Rosaria Carifano, giornalista avellinese come il giornale web in cui scrive.
Il sito dei preti sposati lo riproduce in buona parte. Questo leggiamo:
«È tornato, come ciclicamente fa insieme all’allergia di primavera, il momento di ripensare seriamente il celibato dei preti nella Chiesa cattolica. Ma, stavolta, non come provocazione da talk show o buffoneria da commento social. Come domanda lecita ed esigenza concreta che nasce dalla realtà: quella dimensione che, prima o poi, bussa anche alle porte di chi è abituato a parlare di regni nei cieli e gratificazioni non terrene.
Il pretesto ce lo danno, infatti, le cronache. Non basta la ormai nota e progressivamente crescente crisi delle vocazioni. Due sacerdoti molto amati hanno annunciato, a pochi giorni di distanza, di essersi “spogliati”.
Il primo è il giovane don Alberto Ravagnani. Il sacerdote più amato dei social – che vanta un profilo Instagram da quasi 300mila follower – ha spiegato con elegante metafora ferroviaria che «il treno è rimasto lo stesso, però sono cambiati i binari». Traduzione meno poetica: la vita da prete, così com’è strutturata, non gli basta più. Non rinnega nulla, anzi: il bilancio è «fantastico», il desiderio di Dio intatto, la gratitudine abbondante. Ma del suo commiato alla tonaca ci resta impressa una parola scomoda, lucidissima: la «dissonanza» che sente tra ciò che dovrebbe essere come sacerdote e ciò che sente di essere chiamato a diventare.
Troppo facile ridurre tutto alla mera voglia della vita da VIP che la popolarità digitale ha risvegliato. Una decisione del genere, dopo 8 anni dall’ordinazione come prete, non è indolore. Ma è peggio il continuare un’esistenza di privazioni come sacerdozio impone: «Mi sono reso conto che il modo in cui la vita da prete mi chiede di essere non mi basta più – ha detto l’ormai ex don Rava al Poretcast condotto da Giacomo Poretti – Prete è un ruolo sociale, a cui sono legate delle aspettative, degli obblighi, un campo di azione delimitato».
Sicuramente, dettagli più elaborati saranno contenuti nel suo nuovo libro edito SEM, intitolato proprio La Scelta.
Mentre a dirlo ancora più a chiare lettere è don Giovanni Gatto, parroco abruzzese con vent’anni di ministero sulle spalle, terremoti veri affrontati e infiltrazioni della criminalità organizzata denunciate quando farlo non era ancora la prassi. Nelle sue parole non ci sono metafore né giri inutili: «Non posso rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia». Il desiderio di paternità e di una storia d’amore alla luce del sole è troppo forte, e non può più coincidere con la solitaria vita da sacerdote né con le amanti sottobanco.
Gatto, infatti, ha avuto il coraggio di ammettere apertamente la sua esperienza in «più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute anche mentre ero prete […] E comunque non sono l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini».
Avete presente quel “tutti sanno e nessuno lo dice”? Adesso è stato detto. E non possiamo fare finta di niente. Il celibato, accettato (perché sottovalutato) in gioventù, con gli anni è diventato un peso: «Dopo un lungo percorso umano, spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo».
Due storie diversissime per età, stile, linguaggio. Ma che hanno in comune una sola cosa: l’umanità dei protagonisti. E l’essere umano non è fatto per la solitudine, né per l’astinenza, che sia essa romantica o sessuale.
Il punto non è se alcuni preti riescano a vivere il celibato con serenità. Molti lo fanno. La questione è se debba essere l’unica forma possibile per attuare il ministero. Un obbligo universale che, come tutti quelli calati sull’esistenza concreta, produce inevitabilmente crepe: solitudini feroci, relazioni clandestine, doppie vite (e morali).
E poi c’è il non detto più pesante, ma alzi la mano chi non ci ha mai pensato. Forse, se ai preti fosse consentito vivere relazioni affettive alla luce del sole, forse molte deviazioni patologiche che ne hanno segnato la sua storia troverebbero meno terreno fertile. Non è una formula magica né una semplificazione sociologica: la realtà della pedofilia e degli abusi è complessa e non si riduce al solo celibato. Però ignorare che isolamento, repressione degli impulsi (fisici ed emotivi) e assenza di vita relazionale possano generare distorsioni sarebbe ingenuo tanto quanto pensare che basti pregare di più per risolvere tutto.
Senza contare un dettaglio non scontato: un sacerdote che conoscesse davvero l’amore, la coppia, l’avere figli, la fatica quotidiana di tenere tutto insieme nel nome dei valori in cui crede, forse capirebbe meglio la comunità che accompagna.
Non siamo ancora al punto – normale in molte realtà religiose, ma fantascienza pura per il cattolicesimo – dell’apertura al sacerdozio alle donne. Ma, forse, quello di liberare chi veste la tonaca dal celibato obbligatorio è giunto.
Continuare a non porsi nemmeno il dubbio, chiudendo le porte ad ogni possibile cambiamento, significa soltanto aumentare la distanza tra Chiesa e realtà. E la storia recente insegna che quando questa distanza cresce troppo, non è mai la realtà a tornare indietro per l’avvicinamento».
*Immagine generata con IA
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