Suicidio di Moussa nel Cpr di Torino: condannata la direttrice del Centro
Moussa Balde, 23enne immigrato in Italia dalla Guinea, si è impiccato il 23 maggio 2021 con un lenzuolo al collo dopo due settimane di trattenimento nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Torino. Ieri, 11 febbraio la direttrice del centro (per conto della società di gestione Gepsa) Annalisa Spataro, è stata condannata a un anno di reclusione con la condizionale per non aver valutato adeguatamente la vulnerabilità dell’immigrato. Assolto invece il co-imputato responsabile sanitario.
Moussa, ricorda La Voce (giornalelavoce.it, 11/2), «continuava a chiedere perché fosse stato messo lì, in quella che percepiva come una prigione. (…) Era stato trasferito nel Cpr dopo essere stato aggredito da tre italiani a Ventimiglia. In ospedale si erano accorti che non aveva i documenti in regola. Da lì il trattenimento nel centro torinese. Il giovane era stato collocato in isolamento in un’area denominata “ospedaletto”. La documentazione parlava di sospetta psoriasi. Ma nel processo è emerso che il ragazzo manifestava un grave disagio psicologico che, secondo l’accusa, non fu adeguatamente considerato».
«È una sentenza importante», ha commentato l’avvocato Gianluca Vitale, parte civile per i familiari di Moussa, «e mi auguro che possa essere di monito per chi si occupa di queste strutture. Purtroppo dal procedimento è stato escluso lo Stato, sebbene sia emerso che i controlli delle autorità preposte erano inesistenti».
«La sentenza – annota infine La Voce – riporta al centro del dibattito il funzionamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio e le condizioni dei trattenuti».
*Foto ritagliata di International Journalism Festival tratta da Flickr, immagine originale e licenza
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