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L’ultima voce per la Palestina

L’ultima voce per la Palestina

Newsletter n. 47 da Prima Loro del 12 febbraio 2026‌

Cari amici,

la richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne raccontava l’esistenza sulla terra.

Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’”asse” con Roma.

L’accusa alla relatrice speciale Albanese è quella di denunciare il genocidio in corso contro il popolo palestinese. Tutti, però, ormai riconoscono che, si usi o no la parola, tale genocidio è in atto e proprio in questi giorni esso è confermato dallo stesso Netanyahu, che è andato a Washington oltre che per sbrigare la pratica con l’Iran, per firmare la propria adesione e il proprio ingresso nel Board voluto e presieduto da Trump, per avviare la grandiosa speculazione edilizia su Gaza e trasformare Gaza da un cumulo di macerie, di morti e di tragicamente sopravvissuti, in un paradiso di letizie e in un paradiso fiscale. Ma Netanyahu è andato a Washington anche per avanzare un’istanza di indiscutibile coerenza, e dice a Trump: “non possiamo avviare questa meravigliosa operazione mediterranea se prima non mi lasci finire il lavoro della soppressione degli abitanti palestinesi”, adempimento finale a cui l’esercito israeliano si è già preparato. Pertanto, che un relatore dell’ONU sulla Palestina giri gli occhi da un’altra parte e non parli di tale genocidio, è impossibile a pensarsi e a credersi.

Dunque non per questo l’Albanese dovrebbe essere rimossa. Ma perché nel denunciare che chi fa questo non è solo un nemico del popolo palestinese, ma è anche un nemico dell’umanità farebbe una professione di antisemitismo, metterebbe in causa la fede di Israele e tutto il popolo ebraico anche fuori di Israele. Ma la stessa coerenza per cui si ammette che non si può ricostruire Gaza se prima non lo si ripulisce della presenza dei suoi attuali abitanti, dovrebbe far riconoscere anche alla Francia che non è colpa di Francesca Albanese se l’autore di questo genocidio è il governo dello Stato di Israele e se lo Stato di Israele è oggi quale è governato, rappresentato e teorizzato dinnanzi a tutto il mondo da un capo politico, di religione ebraica che alla definitiva realizzazione della sua idea di che cosa siano l’ebraismo, lo Stato di Israele e la soluzione definitiva della questione palestinese (con l’assoluta esclusione dei due Stati) ha fatto la ragione non solo della sua carriera politica, ma di tutta la sua vita.

Il problema sta dunque nel fatto che il soggetto che rivendica queste azioni si presenta esso stesso come la vera e tendenzialmente intera espressione della tradizione di Israele, della sua fede e del popolo ebraico anche della diaspora.

È chiaro che tutto questo l’Occidente lo capisce poco perché è ormai secolarizzato, si crede laico e pensa d’istinto che una cosa è la politica e un’altra la religione, che una cosa è lo Stato e altra cosa sono la Sinagoga e la Chiesa, che una cosa è lo Stato di Tel Aviv (col suo nome nobilissimo: Israele) e un’altra cosa sono l’esercito di Israele, i Servizi Segreti di Israele, il governo di Israele e i progetti di Israele per il futuro del Medio Oriente e di quella parte del mondo che esso include nell’area della “Benedizione”.

Però l’Occidente potrebbe, se non vuole giudicare da sé, semplicemente ascoltare quello che lo Stato di Israele, versione Netanyahu, dice di se stesso e che ha detto proprio in quella sede dell’ONU da cui oggi dovrebbe essere rigettata la relatrice speciale della Palestina.

Nell’ultimo discorso fatto da Netanyahu all’assemblea generale dell’ONU il 27 settembre 2024, il premier israeliano aveva annunciato la sua decisione di combattere fino alla “vittoria totale”, affermando che non c’è nessun posto in Iran, ma nemmeno in Medio Oriente, che non possa cadere sotto i colpi dell’esercito di Israele e aveva presentato la carta del mondo divisa in due mappe, una della “Benedizione” e un’altra della “Maledizione” a seconda del rapporto di ciascuna di queste due parti con Israele. E, ancora più importante, aveva rivendicato il fondamento indiscutibile di questa pretesa di predominio che risalirebbe a migliaia di anni fa, e deriva da una lettura fondamentalista, integralista, letterale della Bibbia di fronte a cui l’Occidente che ormai ignora queste categorie e non sa leggere la Bibbia è disarmato e non può entrare in dialogo con i suoi assertori.

In quella occasione Netanyahu, rivolgendosi agli iraniani, li aveva chiamati il “popolo persiano”, quello di Ciro, accomunandolo al popolo ebraico, come due popoli che hanno millenni di storia alle spalle; aveva invocato il precedente biblico di Mosè, ripetendo ciò che aveva detto l’anno precedente nella stessa sede delle Nazioni Unite, e cioè che “ci troviamo di fronte alla stessa scelta senza tempo che Mosè pose al popolo di Israele migliaia di anni fa quando stavamo per entrare nella Terra Promessa. Mosè ci disse che le nostre azioni avrebbero determinato se avremmo lasciato in eredita alle generazioni future una benedizione o una maledizione”. E aveva citato a testimone re Salomone, e Samuele che aveva proclamato: “l’eternità di Israele non vacillerà”, e aveva detto che “Israele ha sempre eseguito il comando di Mosè”, che “l’antica promessa è stata sempre mantenuta”. Si tratta di una interpretazione mondana e politica del messianismo ebraico certo presente nel sionismo, ma contestata dai più avvertiti intellettuali e rabbini ebrei e che è penetrata anche al di fuori del mondo ebraico fino a ispirare un certo messianismo americano che ora in Trump non si sa più dove vada.

Sono temi difficili e tutti da approfondire, ma oggi la selvaggia politica che ci sta investendo ci costringe a uno sforzo di comprensione fuori dell’ordinario.

Nel sito pubblichiamo un articolo di Jeffrey Sachs e di Sybil Fares sulla posizione dell’Iran e le possibilità di un’uscita “razionale” dalla crisi internazionale in atto.

*Foto ritagliata di Esquerda.net tratta da Commons Wikimedia, immagine originale e licenza

 

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