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Una mobilitazione eccezionale antimilitarista per l'ottantesimo

Una mobilitazione eccezionale antimilitarista per l'ottantesimo "2 giugno" italiano

È l’80.ma volta che l’Italia festeggia il “2 giugno”, anniversario del referendum istituzionale che nel 1946 ha scelto la forma repubblicana per la democrazia e la vita del nostro Paese. Nella ricorrenza a  Roma si svolge la parata militare, una consuetudine cerimoniale che può apparire stridente con quel «ripudio della guerra (…) come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» che sancisce la nostra Costituzione all’art. 11.

Anche quest’anno gli antimilitaristi hanno manifestato la loro disapprovazione, con più forza e più argomenti perché è nel tempo attuale in cui la guerra regna sovrana proprio come modo di risolvere le controversie. Perciò una serie di associazioni che lottano per il disarmo e la pace –  A Foras (Sardegna), Movimento No Base (Pisa e Pontedera), Movimento No Muos, Comitato No Muos/ No Sigonella Catania, Vicenza per la Palestina, Catanesi solidali con il popolo palestinese, NO F-35 Trapani-Birgi – hanno proclamato una “Giornata di azione diffusa sul territorio per un’Italia antimilitarista”, chiamando alla mobilitazione collettiva per «una serie di azioni contro i simboli della militarizzazione dei territori: presidi, flash-mob, manifestazioni».

In una nota a firma comune, i movimenti territoriali motivano la stringente necessità della loro iniziativa. «La militarizzazione – scrivono – è un processo continuo e non possiamo rispondere in modo occasionale. Da qui nasce il confronto tra diverse realtà attive contro la presenza di infrastrutture militari e la proposta di una prima giornata di mobilitazioni diffuse e variegate contro la militarizzazione dei nostri territori. La militarizzazione è radicata e pervasiva e condiziona la vita quotidiana, le scelte pubbliche e l’uso del territorio. Non è un fatto distante: la vediamo nelle strade e nelle stazioni con progetti come “Strade sicure”, nelle zone rosse che tengono intere comunità sotto controllo, e, più in generale, in politiche urbane e dispositivi di controllo che restringono l’uso degli spazi pubblici. A livello pubblico e sociale, la militarizzazione orienta priorità di spesa sottraendo risorse a sanità, istruzione e servizi essenziali; rinforza una cultura della sicurezza basata su conflitto ed emergenza permanente; e riduce gli spazi di decisione democratica quando scelte strategiche sono prese in ambito sovranazionale, incluse quelle collegate alla NATO».

Sono numerose le basi e infrastrutture militari che in Italia giocano un ruolo operativo: Sigonella, Aviano, Capodichino, il sistema MUOS in Sicilia e gli hub per droni. «Contestualmente – osservano – la filiera industriale locale è coinvolta: imprese del territorio forniscono sistemi ottici, motori e componenti per mezzi e apparecchiature militari, integrando l’economia produttiva nelle reti della difesa. Questa integrazione tra infrastrutture militari e sistema produttivo locale crea forme di dipendenza economica che rendono i territori più vulnerabili e meno autonomi nelle proprie scelte di sviluppo». E poi ci sono i porti e strutture annesse: «Camp Darby e il porto di Livorno sono esempi tangenti di come infrastrutture portuali e aree militari si integrino in reti di rifornimento» la cui logistica rende il territorio «parte integrante di catene di trasporto per mezzi, armi e munizioni». Va con sé che ne derivino «consumo di suolo, inquinamento da materiali pesanti, traffico per spostamenti di mezzi militari e rischi legati allo stoccaggio di munizioni e carburante (…) gravi problemi ambientali e sanitari», patologie correlate a una «costante percezione di rischio».

La nota torna in chiusura sulla mobilitazione: «Ogni realtà o singolo può attivarsi in base alla specificità del proprio contesto, con la consapevolezza di far parte di una mobilitazione più ampia e coordinata. Un’Italia antimilitarista esiste già: il 2 giugno vogliamo renderla visibile, connetterla e rafforzarla.

L'Italia "piazza per la pace"

A livello nazionale sono Sbilanciamoci! e Rete italiana Pace e Disarmo a lanciare un appello per chiamare l’Italia «in piazza per la Pace», e non solo per il 2 giugno perché la mobilitazione per celebrare «gli 80 anni della Repubblica» e rilanciare la campagna “Un’altra difesa è possibile” copre un periodo che parte da oggi 28 maggio e con un fitto calendario.

«Di fronte alla corsa al riarmo che sta travolgendo l’Europa – argomentano le associazioni –, la società civile italiana alza la voce e si mobilita. Lo fa rivendicando i capisaldi della Costituzione e ricordando che la sicurezza non si misura in miliardi di spesa militare, che la dignità dei popoli non si difende con le bombe, che la pace non è assenza di guerra ma costruzione quotidiana di giustizia e diritti. Lo fa ricordando che fin dall’inizio chi ha fondato la Repubblica italiana ha scelto di ripudiare la guerra, e che quella scelta vale ancora oggi». «Il nostro appello – riferiscono – ha mosso l’Italia. Perché la risposta è stata straordinaria: decine di realtà (associazioni, reti locali, comunità ecclesiali, sindacati, scuole) hanno aderito e organizzato proprie iniziative, animate da un filo conduttore: l’articolo 11 della Costituzione non è retorica, è un impegno concreto che oggi, di fronte alla corsa al riarmo europeo, va rivendicato con forza».

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