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Missioni multilaterali di pace in crisi nera: i dati del SIPRI, l'analisi di

Missioni multilaterali di pace in crisi nera: i dati del SIPRI, l'analisi di "Nigrizia"

Le missioni multilaterali di peacekeeping sono ridotte ai minimi dal 2000, con una presenza di 78.633 nelle missioni dislocate nelle aree di conflitto di tutto il mondo (quasi la metà rispetto al 2016), e il nodo problematico resta sempre lo stesso: tagli, tagli, tagli. Il periodico di informazione missionaria dei padri comboniani affronta il tema del drastico calo della presenza militare in Africa in un articolo pubblicato il 25 maggio sul sito di Nigrizia, che prende le mosse dal recente rapporto annuale del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute).

Di tutto il personale militare impiegato in missioni di pace nel mondo, il 70% è in Africa, spiega il settimanale, e tre quarti delle truppe sono concentrate in cinque missioni (4 in Africa subsahariana). Ciononostante, «è proprio questa regione ad aver subito i tagli più drastici». Il tracollo non è legato a una diminuzione o risoluzione felice dei conflitti ma attesta drammaticamente «una crisi strutturale del sistema multilaterale».

Nel luglio 2025, spiega Nigrizia, «le operazioni di mantenimento della pace si sono trovate ad affrontare un deficit di 2 miliardi di dollari, pari a oltre il 35% del budget totale», perché i più grandi Paesi donatori «non hanno onorato i propri impegni nei tempi previsti o per intero, costringendo diverse missioni a tagli drastici del personale».

In secondo luogo, si legge ancora nell’approfondimento, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vive una situazione di stallo totale, legato alle «tensioni tra grandi potenze» che «paralizzano il rinnovo dei mandati».

Infine, l’articolo denuncia una «crescente interferenza politica nei bilanci, che erode l’autonomia operativa delle missioni».

Il combinato di questi nodi critici provoca la paralisi del sistema multilaterale, e lascia ampio spazio – come insegna il caso dei processi di pace guidati dagli USA di Donald Trump nell’Est del Congo, a «interventi bilaterali o “mini-laterali”, spesso più militarizzati e condizionati dagli interessi degli Stati coinvolti, che sostituiscono le risposte multilaterali tradizionali», caratterizzate dai principi di neutralità e disinteresse.

La paralisi causata dal definanziamento non riguarda solo le Nazioni Unite, ma anche organismi regionali come l’ECOWAS (la Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale nata nel 1975 con il Trattato di Lagos) o l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa nata ad Helsinki nel 1975, la più grande organizzazione regionale per la sicurezza nel mondo, che raduna 57 Stati tra Europa, Nord America e Asia Centrale). «Le organizzazioni regionali mancano di competenze chiave per una costruzione della pace integrata ed efficace», chiarisce Claudia Pfeifer Cruz (ricercatrice senior del SIPRI). «Con il progressivo indebolimento della gestione dei conflitti guidata dalle Nazioni Unite, si sta creando un vuoto crescente che i modelli alternativi non sono in grado di colmare».

L’analisi di Nigrizia dei dati SIPRI aggiunge un altro dato chiave per comprendere la crisi del sistema: «Tutti i primi dieci Paesi contributori di personale militare nelle operazioni di pace si trovano nel Sud del mondo. L’Uganda è in testa, seguita da Nepal, Bangladesh e India. Gli altri sei sono africani o asiatici. Il Nord del mondo finanzia sempre meno, il Sud combatte sempre di più».

Lo smantellamento del sistema di interposizione multilaterale nel conflitti, conclude Nigrizia, non può che provocare un aumento dei conflitti e una maggior esposizioni delle popolazioni civili agli orrori della guerra. Con l’Africa che, come sempre, pagherà il prezzo più alto. «Gli stati dovranno andare oltre le semplici espressioni di supporto», ha concluso Pfeifer Cruz. «Dovranno garantire finanziamenti prevedibili e creare uno spazio politico sufficiente a consentire risposte multilaterali efficaci».

Leggi su Nigrizia.

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