Voglio essere spagnolo
Nel tempo degli hooligans di guerra e delle diplomazie che balbettano davanti alle bombe, le parole del presidente spagnolo Pedro Sánchez suonano come una presa di posizione rara e coraggiosa.
Davanti all’escalation militare contro l’Iran, Sánchez ha detto una cosa semplice ma decisiva: si può condannare un regime autoritario senza per questo giustificare la guerra. Si può essere contro la repressione della Repubblica islamica e, nello stesso tempo, opporsi a un attacco militare unilaterale che viola il diritto internazionale e rischia di incendiare l’intero Medio Oriente. È una distinzione che oggi molti sembrano aver dimenticato. Come se il mondo fosse costretto a scegliere tra due violenze contrapposte. Sánchez ha invece ricordato che esiste un’altra strada: quella della legalità internazionale, della diplomazia, del dialogo. Ha parlato di de-escalation, di responsabilità politica, di futuro. E infine ha negato l’uso delle basi spagnole per operazioni militari che non rientrino nel quadro del diritto internazionale. Non è retorica pacifista: è il tentativo di riportare la politica dentro il confine della ragione. E allora, ascoltando queste parole in un’Europa spesso timida o allineata, viene quasi spontaneo pensarlo: se essere spagnoli significa saper prendere le distanze dalla guerra, rifiutare la logica delle bombe e difendere la pace come scelta politica, allora – almeno per un momento – voglio essere spagnolo anch’io.
("Mosaico dei giorni" (3/3/26), rubrica della rivista Mosaico di pace)
*Foto ritagliata di European Parliament tratta da Flickr
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