L’Africa negli equilibri geostrategici attuali
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 22 del 13/06/2026
L’Africa occupa spazi marginali nel sistema dell’informazione tranne casi eccezionali come disavventure di qualche concittadino, guerre che toccano interessi occidentali, qualche catastrofe umanitaria o naturale, i viaggi del papa a cominciare da quello di Paolo VI in Uganda nel 1969. Eppure il continente è guardato a vista da tutte le principali potenze economiche e militari, in un mix di interessi che il più delle volte cerca di nascondere o di vestire di abiti nobili: il “Piano Mattei” docet.
Le ragioni di questo nascosto interesse sono molteplici. L’Africa possiede alcune delle materie prime strategiche per l’innovazione tecnologica (coltan, litio, cobalto), riserve energetiche importanti di gas e petrolio senza contare l’energia solare. Demograficamente è il continente più dinamico e giovane, quindi importante serbatoio di manodopera e di consumi. Ponte terrestre tra Mediterraneo, Mar Rosso/oceano Indiano e Atlantico, l’Africa occupa una posizione geostrategica straordinaria.
Nel turbolento disordine mondiale innescato dalla seconda presidenza, l’Africa riassume molte delle ossessioni del presidente americano. Il Trump pacificatore si arena nella Repubblica democratica del Congo (RDC) dove l’accordo di pace col Ruanda firmato la scorsa estate per porre fine nel Kivu (la ricca regione orientale del Paese), alla guerra e ai massacri di civili è rimasto senza efficacia. Gli riesce meglio la deportazione dal 2025 di migranti di diverse origini in alcuni Paesi africani (Camerun, Ghana, Guinea equatoriale, Eswatini, Sud Sudan, RDC, Sierra Leone), anche se non si tratta certo di esodi di massa. Washington esternalizza l’espulsione dei migranti attraverso pratiche corruttrici per nascondere altrettanto abusi dei diritti poiché si tratta di migranti che godono di una protezione americana che impedisce il loro rimpatrio nei Paesi di origine.
La nuova politica sanitaria americana in Africa, costruita sullo smantellamento dello strumento di cooperazione internazionale dell’Usaid e sull’uscita dall’OMS nel gennaio 2025 e operativa un anno dopo, consiste in accordi bilaterali che favoriscono la ricerca e le industrie farmaceutiche americane. In particolare i Paesi dovranno cedere agli Usa i dati sanitari sensibili e il materiale biologico delle loro popolazioni, rinunciando a una parte della loro sovranità a favore degli interessi delle multinazionali farmaceutiche americane. Anche l’aiuto umanitario diventa un business: Washington ha stabilito un fondo “Food for peace” con il quale fornirà attraverso il Programma alimentare mondiale, che ha sede a Roma, aiuti alimentari a quattro Paesi africani, e tre centroamericani, a condizione che le derrate siano prodotte negli Usa.
Mentre i balletti doganali di Trump investono a corrente alternata anche l’Africa, la Cina non aspetta altro per rafforzare la sua leadership commerciale e finanziaria nel continente. Dal 1° maggio ha abolito i dazi all’importazione da tutti i Paesi africani, con l’unica eccezione di Eswatini colpevole di riconoscere diplomaticamente Taiwan. Una misura per la verità poco più che simbolica, ma che accresce certamente il soft power della Cina. Pechino è il principale partner commerciale dell’Africa e vanta un enorme eccedente, basti pensare che il deficit commerciale dell’Africa nei confronti della Cina è aumentato del 65% nel solo 2025. La Cina importa dal continente soprattutto petrolio e altri minerali, mentre l’Africa importa da Pechino prodotti manifatturieri: il disequilibrio dunque non è solo contabile ma soprattutto strutturale.
La potenza economica cinese ha messo in difficoltà la strategia russa in Africa. Lo scambio commerciale di Mosca col continente rimane ridotto, molto dietro la Cina e l’Unione Europea. Il punto di forza è piuttosto sul piano militare giacché la Russia da quasi una decina d’anni è il principale fornitore di armi all’Africa, superando la Cina. La presenza militare che doveva accompagnare la vendita di armamenti non si è tuttavia sviluppata secondo i piani di Mosca, dopo la crisi dovuta alla trasformazione dei mercenari della Wagner nell’Africa Corps, dipendente ormai dal Ministero della Difesa russo.
Nel Sahel, proprio l’Africa Corps ha ricevuto a fine aprile uno scacco importante ed è stato costretto a ritirarsi dal nord del Mali dopo un attacco congiunto dei jihadisti affiliati ad Al-Qaida e dei tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad, la regione settentrionale di cui rivendicano l’indipendenza. I russi subiscono in Mali la stessa maledizione che aveva colpito la Francia, costretta a ritirare le sue truppe dal Mali e poi dagli altri Paesi del Sahel, Burkina Faso e Niger, a seguito dei colpi di Stato che hanno portato al potere militari sovranisti. Proprio l’esperienza francese in Mali e nel Sahel aveva dimostrato l’impossibilità di risolvere sul piano esclusivamente militate i problemi legati alla diffusione dei gruppi jihadisti, alla cattiva gestione dello Stato e soprattutto all’incapacità di rispondere all’estrema precarietà di gran parte delle popolazioni della regione.
La Russia, presente per il momento soprattutto militarmente dovrà ora affrontare il medesimo problema. Su questo versante la presenza russa si trova per il momento in una situazione difficile. Molti analisti l’hanno legata anche alle difficoltà di Mosca nella guerra contro l’Ucraina. Anche se i governi dei Paesi coinvolti hanno cercato di minimizzare, a inizio anno è scoppiato lo scandalo della legione straniera di Putin. Prima aveva cercato di arruolare gli africani già presenti in Russia (lavoratori, studenti, immigrati) ricattandoli con i permessi di soggiorno, poi direttamente in alcune regioni africane con modalità poco trasparenti e con sotterfugi. C’è voluta soprattutto la denuncia della società civile africana per convincere i governi a protestare con Mosca e a pretendere il rimpatrio dei militari e la fine dell’arruolamento fraudolento.
Chi sembra cercare una nuova strategia è la Francia di Macron. Dopo essere stata costretta ad abbandonare tutte le basi militari in Africa, a cominciare dal Mali e dal Sahel, con l’eccezione di Gibuti, la Francia è alla ricerca di una nuova politica africana non più fondata sui legami coloniali, sempre più insopportabili per i leader africani e soprattutto per le nuove generazioni. Al “divorzio” tra la Francia e l’Africa, che si è consumato nel tempo e accelerato negli ultimi anni, Macron ha cercato di rispondere a metà maggio ricostruendo le relazioni a partire da un Paese con cui Parigi non ha una storia coloniale.
Per la prima volta il vertice franco-africano – che ha assunto per l’occasione la nuova dicitura di Africa Forward – si è così tenuto nella capitale di un Paese anglofono, il Kenya. A Nairobi il presidente francese ha cercato di inaugurare una stagione di diversificazione dei partner non più legati al passato coloniale che dia a Parigi l’opportunità di moltiplicare accordi e relazioni commerciali e militari. Non sarà facile trovare nuovi spazi tra Cina, Russia, India, Turchia e la variabile Trump. Comunque non sarà sicuramente Macron a vedere il successo o meno della sua politica poiché il suo secondo e ultimo mandato scadrà il Adista prossimo anno.
Con le guerre a Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran, senza dimenticare lo Yemen, il fianco orientale del continente e in modo particolare il Corno d’Africa, è diventato altamente strategico. Le maggiori potenze vi hanno le proprie basi. A Gibuti oltre alla Francia sono presenti la Cina, gli Stati Uniti e il Giappone, che qui ha l’unica base militare permanente al di fuori del proprio territorio.
In Somalia sono presenti la Turchia e gli Usa. In Somaliland, autoproclamatosi indipendente da Mogadiscio, sono già presenti gli Emirati Arabi Uniti, mentre Israele – il primo e finora unico Paese membro dell’Onu a riconoscerlo nel dicembre scorso – sta negoziando una base militare importante nella lotta contro gli houti dello Yemen sostenuti dall’Iran. Per gli Emirati il Somaliland si è rivelato un importante punto di penetrazione in Africa e gioca un ruolo importante nella guerra in Sudan, dove si sono schierati a fianco delle milizie paramilitari che combattono Khartoum. In cambio dell’oro che esportano dalle zone controllate dalle milizie, gli Emirati forniscono le armi che contribuiscono ad alimentare la guerra. La Russia – implicata anch’essa nella guerra nel Sudan, che ha portato alla più grave crisi umanitaria oggi in atto nel mondo secondo le Nazioni Unite – sta negoziando un accordo col governo di Khartoum per una base a Port Sudan sul Mar Rosso.
In attesa di ritrovare la propria sovranità economica e militare, l’Africa cerca di ristabilire quella della memoria e non solo. A fine marzo su iniziativa del Ghana l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato una risoluzione che considera la tratta degli schiavi africani come il più grave crimine contro l’umanità. Un primo passo verso il riconoscimento di riparazioni da parte dei Paesi di destinazione della tratta.
Luciano Ardesi è sociologo e pubblicista, già docente universitario, esperto di Africa, vicepresidente del CIPAX - Centro Interconfessionale per la Pace.
Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.
Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!
