AGESCI e persone LGBT+. Quando la normalità arriva prima dei documenti
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 22 del 13/06/2026
Quando il Consiglio Generale di AGESCI ha approvato il documento Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo: le coordinate del cammino associativo, gran parte dei titoli si è concentrata su un aspetto: l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire motivo automatico di esclusione nel discernimento relativo al servizio educativo.
È una formulazione importante. Ma per comprenderne davvero la portata bisogna evitare due letture opposte e ugualmente riduttive. La prima è quella dello scandalo: AGESCI che rompe improvvisamente con la propria tradizione. La seconda è quella della rivoluzione: AGESCI che inaugura una stagione completamente nuova.
In realtà il documento sembra raccontare qualcosa di diverso. Non introduce una realtà inesistente. Riconosce una realtà che, in molte comunità scout, esiste già.
Una storia che nasce dal cambiamento
Per capire questo passaggio vale la pena ricordare che AGESCI nasce nel 1974 dalla fusione tra ASCI e AGI, le storiche associazioni scout cattoliche maschile e femminile. Anche allora non si trattò semplicemente di un riassetto organizzativo. La scelta della coeducazione rappresentò una trasformazione culturale importante. Chiese di ripensare il modo di vivere la proposta educativa, il rapporto tra ragazzi e ragazze, il ruolo degli adulti e delle comunità.
Fin dall'inizio, uno degli elementi caratterizzanti dell'associazione è stato il ruolo della Comunità Capi: non un organismo burocratico, ma il luogo in cui l'esperienza educativa viene letta, verificata e tradotta in scelte concrete. Per questo, il termine chiave del documento approvato nel 2026 è probabilmente proprio "discernimento". AGESCI non rinuncia a valutare le persone chiamate al servizio educativo. Afferma però che orientamento affettivo e identità di genere non possono sostituire quel discernimento né trasformarsi in una condanna preventiva.
Quando essere scout e essere gay sembrava incompatibile
Per chi appartiene alla mia generazione, questo passaggio assume un significato particolare. Io e mio marito Dario siamo cresciuti nello scoutismo cattolico. Abbiamo vissuto anni intensi di formazione, amicizie, servizio e ricerca spirituale. Lo scoutismo è stato uno dei luoghi che più hanno contribuito alla costruzione della nostra identità adulta. Eppure, quando la nostra relazione è diventata una storia concreta, ci è sembrato naturale allontanarci. Nessuno ci ha espulsi. Nessuno ci ha detto apertamente che non c'era posto per noi. Semplicemente non riuscivamo a immaginare che una coppia omosessuale potesse essere riconosciuta dentro l'orizzonte educativo e comunitario che avevamo conosciuto.
Guardando oggi quella stagione, mi colpisce soprattutto questo: il problema non era tanto una norma quanto un immaginario. L'idea che amore omosessuale e appartenenza ecclesiale fossero destinati a restare su binari separati.
L'imbarazzo del 2010
Molti anni dopo, nel 2010, con alcuni amici di Nuova Proposta, il gruppo romano di persone LGBT cristiane, provammo a aprire un dialogo. Incontrammo alcuni referenti nazionali di AGESCI per proporre percorsi di formazione dedicati ai temi dell'accoglienza delle persone LGBT+. L'obiettivo era molto concreto: aiutare i capi ad accompagnare adolescenti LGBT che spesso vivevano la scoperta di sé come una frattura tra fede, affetti e appartenenza comunitaria. L'incontro fu cordiale. Non trovammo ostilità. Trovammo però qualcosa che allora era molto diffuso nel cattolicesimo italiano: l'imbarazzo. La sensazione che il tema fosse percepito come importante ma che mancassero ancora linguaggi, strumenti e riferimenti condivisi per affrontarlo. La proposta non ebbe seguito.
Eppure, a distanza di quindici anni, quell'episodio appare quasi come una fotografia di un passaggio storico: la consapevolezza che una questione esisteva già, senza che esistesse ancora una grammatica capace di raccontarla.
La realtà incontrata con i nostri figli
La sorpresa più grande è arrivata negli anni successivi. È arrivata quando abbiamo iscritto i nostri figli agli scout. Portavo con me il ricordo di una stagione in cui la nostra relazione sembrava incompatibile con l'appartenenza scout. Mi aspettavo almeno qualche forma di disagio.
Abbiamo trovato altro. Dal primo colloquio fino alla vita ordinaria del gruppo, la nostra famiglia è stata accolta come una famiglia. Nelle riunioni dei genitori, nelle attività, nei campi e nelle occasioni comunitarie, la nostra presenza non è mai stata trasformata in una questione da risolvere.
Negli anni, inoltre, ci è capitato di incontrare anche alcuni capi scout LGBT dichiarati. La cosa che più mi ha colpito non è stata la loro presenza, ma la normalità con cui veniva vissuta. Non erano "i capi LGBT". Erano capi scout. Educatori riconosciuti per la qualità del loro servizio, per la relazione costruita con i ragazzi e per la responsabilità assunta nella comunità. Anche questo mi ha fatto capire quanto la realtà fosse andata avanti rispetto alle immagini che conservavo della mia esperienza giovanile.
Naturalmente sarebbe ingenuo trasformare questa esperienza in una fotografia dell'intera associazione. AGESCI è una realtà nazionale ampia e plurale. Esistono differenze territoriali, sensibilità ecclesiali diverse, comunità più aperte e comunità più prudenti. Ma proprio il percorso che ha portato al documento del 2026 racconta questa pluralità. Non nasce da una decisione improvvisa. Nasce da anni di ascolto, confronto e raccolta di esperienze maturate nei territori.
Che cosa riconosce davvero AGESCI
Per questo la novità del documento non consiste tanto nell'affermare che una persona LGBT possa svolgere un servizio educativo. In molte comunità scout questo accade già da tempo. La novità consiste nel riconoscere che l'orientamento sessuale o l'identità di genere non possono essere assunti come criterio sufficiente per giudicare una persona. Il baricentro si sposta dall'etichetta alla responsabilità educativa, dalla categoria astratta alla storia concreta, dal pregiudizio al discernimento. È un passaggio che non elimina le differenze di opinione presenti nell'associazione né risolve tutte le tensioni che attraversano il mondo cattolico. Ma introduce un principio importante: nessuna persona può essere ridotta a una sola dimensione della propria identità.
La frontiera della normalità
C'è un elemento che collega questa vicenda scout al dibattito più ampio che oggi attraversa la Chiesa cattolica. Per molti anni le persone LGBT sono state raccontate soprattutto attraverso il linguaggio della sofferenza: esclusione, conflitto, emarginazione, fatica.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. L'ascolto è cresciuto. Le esperienze di accoglienza sono aumentate. Ma la vera frontiera sembra essere un'altra. Che cosa accade quando una persona LGBT non si presenta come problema da gestire ma come parte ordinaria della comunità? Quando educa, accompagna ragazzi e ragazze, svolge un servizio, costruisce relazioni stabili e assume responsabilità? In quel momento non è più in gioco soltanto l'accoglienza. È in gioco il riconoscimento.
Ed è forse proprio questo che il documento AGESCI registra: il passaggio da una presenza percepita come eccezione a una presenza vissuta come parte della normalità associativa.
La realtà prima delle parole
Per chi, come me e Dario, ha conosciuto un tempo in cui amore e appartenenza scout sembravano incompatibili, questo passaggio non ha il sapore della rivincita. Assomiglia piuttosto alla presa d'atto che la realtà, qualche volta, arriva prima dei documenti. Molte comunità scout hanno già incontrato persone LGBT, famiglie omogenitoriali ed educatori che vivono apertamente il proprio orientamento affettivo. Hanno condiviso responsabilità educative, attività e percorsi di crescita. Hanno imparato a conoscere persone concrete prima ancora di discutere categorie astratte.
Il documento approvato da AGESCI non conclude questo percorso. Lo rende visibile. E forse la sua importanza sta proprio qui: nel riconoscere che una parte significativa dello scoutismo cattolico aveva già iniziato a percorrere questa strada molto prima che trovasse una formulazione ufficiale.
Andrea Rubera è portavoce di Cammini di Speranza, associazione nazionale persone LGBT+ cristiane
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