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L’unità delle Chiese alla prova delle guerre

L’unità delle Chiese alla prova delle guerre

Tratto da: Adista Documenti n° 24 del 27/06/2026

Curiosamente, negli ultimi anni si è discusso con una certa frequenza, pubblicamente, di ecumenismo, argomento ritenuto fra l’ostico e l’esoterico: lo si è fatto per lo più, a partire dal 2022, sull’onda della catastrofe ucraina. Anche da parte di ciò che resta dell’opinione pubblica cattolica, espostasi in genere per denunciarne la profonda crisi; talvolta, persino la conclamata inutilità se non la dannosità, sullo sfondo del traumatico palcoscenico bellico. Su Repubblica, poco dopo l’invasione russa, è comparso un titolo definitivo, per la firma di Alberto Melloni, secondo cui ne uscirebbe letteralmente in macerie quel desiderio di unità visibile che aveva percorso il cristianesimo da fine Ottocento: “Le Chiese e la guerra: perché con il conflitto in Ucraina va in frantumi anche l’ecumenismo”. Non sono mancate, poi, le tonalità a metà fra l’ironico e il sarcastico, ad esempio quando si sono tratteggiate le trasparenti contraddizioni della posizione del patriarca di Mosca, Kirill, con l’ideologia etnico-nazionalista del Russkiy mir (il mondo russo). Peraltro, la cosa appare curiosa, se teniamo conto che l’ecumenismo è solitamente – nei diversi mondi cristiani, compreso quello cattolico – il parente povero fra le discipline teologiche, com’è facile verificare controllando nei curricula di facoltà teologiche e istituti di scienze religiose. Senza sottovalutare l’investimento rarefatto, episodico, talora un po’ svogliato, al riguardo, da parte di Chiese locali e diocesi, salvo rare eccezioni.

Lo scrivo, evidentemente, non come accusa di lesa maestà nei confronti dei processi di dialogo fra le Chiese cristiane, ma per corroborare la seguente tesi: potremmo/dovremmo semmai ripartire proprio dagli eventi di questa stagione ecumenicamente ferita, ad esempio dalla clamorosa rottura fra le Chiese sorelle di Mosca e Costantinopoli, la Terza Roma e il Patriarcato ecumenico, che ha provocato una situazione drammatica avente il sapore amaro dello scisma interno e le cui radici in realtà vengono da lontano, per riflettere sulla necessità – agli occhi degli addetti ai lavori, sempre più urgente – di un nuovo, maggiore e diverso slancio ecumenico. A sessant’anni dalla conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II, che per la Chiesa cattolica segnò un evidente cambio di passo nelle relazioni con le altre Chiese, fino ad allora guardati come minimo con estremo sospetto, grazie al decreto conciliare del 1964 Unitatis redintegratio; e a un anno dall’avvento al soglio pontificio di un nuovo vescovo di Roma, che da questo punto di vista ha sinora raccolto saldamente il testimone dal predecessore, senza particolari scosse (a mio parere, fortunatamente). Francesco e Leone sono stati e sono, nell’ambito dell’ecumenismo, fedeli interpreti del Concilio.

Fratelli tutti, unitevi!

Si tratta di un tema cruciale e strategico, certo. Come possono, infatti, essere Fratelli tutti – sulla linea dell’enciclica del 2020 di Bergoglio – se i cristiani delle varie confessioni non si percepiscono e non vivono come fratelli e sorelle, pur essendo fondati sullo stesso battesimo e sullo stesso credo, nonché confidanti nella stessa parola di Gesù contenuta nelle stesse Scritture?

Ecco perché l’ecumenismo dovrebbe finalmente uscire dagli scaffali un po’ polverosi degli specialisti del ramo per entrare stabilmente negli ordini del giorno dei consigli parrocchiali, fra gli impegni cari ai movimenti ecclesiali, in quella che si chiama la pastorale ordinaria. Vasto programma, non c’è dubbio, ma anche indilazionabile. Ne era convinto lo stesso Francesco, che per l’ennesima volta il 6 maggio 2022, rivolto al Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, richiamata l'attenzione sul fatto che i cristiani oggi condividono la stessa fragilità e sono chiamati a rispondere insieme alla nuova tragica sfida del conflitto, si esprimeva in termini perentori: «Oggi, di fronte alla barbarie della guerra, questo anelito all’unità va nuovamente alimentato. L’annuncio del vangelo della pace, che disarma i cuori prima ancora che gli eserciti, sarà più credibile solo se annunciato da cristiani finalmente riconciliati in Gesù, Principe della pace; cristiani animati dal suo messaggio di amore e fraternità universale, che travalica i confini della propria comunità e della propria nazione».

Sì, il dialogo ecumenico è stato un elemento distintivo del suo magistero, portato avanti nel solco del Vaticano II, ma con uno stile e accenti che gli erano propri. Curiosamente, ma sapientemente, per qualificarlo egli amava ricorrere a un’immagine tratta dalla geometria. Lo fece, per la prima volta, pochi mesi dopo l’elezione, nell’esortazione del 2013 Evangelii gaudium, autentico programma di pontificato, in relazione al tema dei modelli pastorali da privilegiare per una “Chiesa in uscita”: «Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro» (n. 236). Quale allora il modello migliore? «Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale, sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno» (ivi). Con i suoi molti lati, le sue tante rifrangenze, le sue piccole unità e l’originalità del loro comporsi appoggiandosi l’una all’altra, è dunque il poliedro, agli occhi del papa argentino, la forma più umana e carica di promesse: un artista poliedrico, lo sappiamo, è capace di destreggiarsi abilmente in molteplici ambiti. Ma anche la più adatta a farsi simbolo del cammino ecumenico: il poliedro è un’unità ma con tutte le parti diverse; e ognuna conserva e ha la sua peculiarità, il suo carisma. «Unità nella diversità. In questo cammino noi cristiani facciamo ciò che chiamiamo ecumenismo»: per papa Bergoglio, in sintesi, l’identità cristiana non potrà essere mai compresa attraverso la negazione dell’altro, ma solo e costantemente in relazione all’altro, colto nella sua irriducibile diversità.

Ascoltare la diversità

E Leone XIV, sinora almeno, si è situato, come accennavo, sulla stessa lunghezza d’onda. La cosa è emersa chiaramente nei discorsi pronunciati durante il viaggio in Libano (30-11/2-12- 2025), che hanno collegato l’anniversario del Concilio di Nicea (325) alla realtà contemporanea di quel Paese martoriato, interpretando l’antica unità dogmatica come un mandato per la pace e la riconciliazione attuali: in una visione di un’unità che non annulla le differenze, ma le trasforma in una risorsa per la concordia universale. Nella lettera apostolica In Unitate Fidei, pubblicata la settimana precedente al pellegrinaggio, fondamento teologico dei suoi interventi, il papa descrive il Credo niceno come un «ancoraggio comune» per il dialogo ecumenico, definendolo un modello di «unità nella legittima diversità» applicabile anche alla difficile convivenza sociale nel Paese dei cedri. Un approccio, del resto, che trova conferma nel motto di Prevost In Illo uno unum (tratto da Agostino nel Sermone sul Salmo 127), focalizzato sulla necessità di una convergenza nel Signore Gesù per raggiungere la piena visibile unità.

Perché già oggi – una volta di più, nonostante tutto! – le diverse Chiese vivono insieme, fra insperati successi e perduranti delusioni: una coabitazione che non ha nulla della rarefatta delicatezza di una sororità monastica, ma somiglia semmai alla caotica e litigiosa sororità di una vera famiglia. Da questo punto di vista, le Chiese, tutte, sono sempre chiamate a entrare in un «dinamismo di conversione»; e a «superare l’autosufficienza» confessionale, come invita a fare la Charta Oecumenica, di recente (2025) rilanciata proprio in quel di Roma in una versione rinnovata. Anche perché, come ha detto Leone il 6 novembre scorso ricevendo i firmatari della Charta, oggi «ci sono molte voci nuove da ascoltare e storie da accogliere attraverso incontri quotidiani e relazioni più strette, per non parlare dell’urgenza di promuovere dialogo, concordia e fraternità in mezzo al frastuono della violenza e della guerra, i cui echi si sentono in tutto il continente». 

Brunetto Salvarani è teologo e saggista esperto di dialogo ecumenico e interreligioso. Docente di Teologia del Dialogo ecumenico e interreligioso alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna di Bologna.

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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