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Ecumenismo: ci unisce la fede nel Dio trinitario

Ecumenismo: ci unisce la fede nel Dio trinitario

Tratto da: Adista Documenti n° 24 del 27/06/2026

Nel giro di poche settimane la storia ha accelerato il passo in un modo che raramente si vede. Il 21 aprile 2025 si è spento Papa Francesco, e con lui si è chiuso un pontificato che ha lasciato un segno profondo nel rapporto tra cattolici e protestanti. L’8 maggio 2025 il Conclave ha eletto Robert Francis Prevost, che ha scelto il nome Leone XIV. Un nome che per i luterani non è neutro: Leone X fu il papa che nel 1521 promulgò la bolla Decet Romanum Pontificem, con la quale scomunicava Martino Lutero. Cinquecento anni dopo, un papa sceglie di portare quello stesso nome. Forse una sfida, forse una reintegrazione simbolica, di certo un punto di domanda a cui il tempo darà risposta. È in questo spazio di transizione che la Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI) è chiamata a raccontare dove si trova l’ecumenismo e dove vorrebbe andare.

L’eredità di Francesco: la vicinanza come metodo 

Per capire dove siamo, bisogna ricordare da dove veniamo Francesco ha segnato il dialogo ecumenico con uno stile inconfondibile: la prossimità. Non solo le dichiarazioni solenni, ma i gesti. La visita alla comunità evangelica luterana di Roma nel novembre 2015. La partecipazione alla commemorazione della Riforma a Lund nel 2016, con la firma di una dichiarazione che riconosceva come «complementari» le visioni cattoliche e luterane sulla grazia e sulla giustificazione. Gesti che dicevano: il 1517 non è più soltanto una ferita, può diventare un punto di partenza condiviso. Il 2025, anno del 1700° anniversario di Nicea, ha visto per la prima volta in secoli luterani, riformati, cattolici e ortodossi celebrare la Pasqua nella stessa data, una convergenza che Francesco aveva contribuito a costruire come segnale di unità reale. Per la CELI, l’eredità di Francesco è perciò concreta: la normalizzazione del dialogo, la legittimazione di uno spazio ecumenico in Italia più visibile. Il Simposio delle Chiese cristiane svoltosi a Bari nel gennaio 2026 – il primo nella storia del nostro Paese – è figlio di quel clima: la «via italiana del dialogo», un ecumenismo che diventa grammatica di pace, cura delle fragilità sociali, sapienza delle differenze.

Leone XIV: un nome, un’incognita, una speranza

Il nome scelto da Prevost evoca almeno tre figure. Leone X, il papa della scomunica di Lutero, un’ombra che non si cancella con un nome, ma che può, col tempo, trasformarsi in memoria condivisa. Leone XIII, il papa della Rerum Novarum e del cattolicesimo sociale, una tradizione che parla di giustizia, di lavoro, di dignità umana, linguaggi che risuonano con la responsabilità cristiana luterana nel mondo. E Leone I, figura di stabilità in tempi di crisi profonda. Quale dei tre Leone XIV ha scelto di evocare, lo dirà il suo pontificato. Prevost è un agostiniano, viene cioè dalla stessa scuola teologica che ha nutrito la riflessione di Lutero sulla grazia, anche se le strade poi si sono divise. La speranza, in campo ecumenico, non si costruisce aspettando: si coltiva, si porta nel dialogo. È questo lo spirito con cui la CELI si affaccia al nuovo pontificato: né entusiasmo ingenuo né diffidenza aprioristica, ma apertura concreta e identità chiara.

La prospettiva della CELI: identità come dono, non come muro

La CELI ha un modo specifico di intendere l’ecumenismo, un modo che il nuovo Decano, pastore Johannes Ruschke, eletto al Sinodo 2026 a Roma, esprime con chiarezza: «I punti di riferimento della teologia luterana e della concezione della Chiesa non devono essere taciuti, ma portati nel dialogo con consapevolezza e in modo udibile. Questa è, per me, la ricchezza dell’ecumenismo». Non si tratta di cedere la propria identità per trovare un accordo minimo. I principi della Riforma – sola gratia, sola fide, sola scriptura – non sono muri ma punti di orientamento. Il vicedecano, pastore Tobias Brendel, lo dice in modo altrettanto diretto: «Con l’articolo della giustificazione la chiesa sta o cade. Sola gratia, solo per grazia, siamo giustificati davanti a Dio, e da qui nasce una fede gioiosa e operosa. Può cambiare il modo in cui raggiungiamo le persone». Una Chiesa che ha chiara la sua identità, quindi, è una chiesa che può dialogare senza paura. Ed è esattamente questa postura – ferma sull’essenziale, aperta sul resto – che la CELI porta nel dialogo ecumenico.

Il cantiere italiano e le sfide aperte

In Italia l’ecumenismo ha una specificità che la CELI conosce bene. Una minoranza evangelica in un Paese di milioni di cattolici, almeno sulla carta: la tentazione sarebbe il silenzio, la marginalità. Ma la storia dice il contrario: a Venezia il primo Consiglio cristiano italiano è stato co-fondato proprio sotto l’egida della comunità luterana.

Nella FCEI il dialogo intraevangelico si fa sempre più composito: le Chiese pentecostali faticano sempre meno a riconoscersi in un quadro comune, ed è proprio qui che i luterani possono dare un contributo significativo, avendo avviato da tempo un dialogo con quelle Chiese a livello mondiale. Sul versante confessionale – eucaristia, ordinazione, intercomunione – i progressi sono reali ma lenti. La Dichiarazione Congiunta sulla Giustificazione del 1999 ha segnato un passaggio storico, riconoscendo un «consenso differenziato» sulla dottrina al cuore dello strappo del XVI secolo. Ma le chiese sono ancora divise alla tavola del Signore, e questa divisione è vissuta come ferita reale da chi frequenta comunità ecumeniche o vive in famiglie con confessioni diverse.

Sul versante pubblico, invece, la CELI ha una storia riconoscibile: di fronte alla guerra in Ucraina, a Gaza, al riarmo europeo, i luterani in Italia hanno espresso riflessioni spesso in anticipo con ciò che altre Chiese hanno poi ribadito. Per il nuovo Decano infatti «l’impegno per la pace non è una questione secondaria, ma una conseguenza della nostra fede cristiana. Per volontà di Dio, la guerra non deve esistere». Questo impegno è la forma più concreta dell’ecumenismo.

1925, 1700, 2025: le date che interrogano

Il 2025, ormai alle spalle, è stato anche un anno di anniversari che pesano. Il 1700° di Nicea – il concilio che definì il Credo recitato ancora oggi da cattolici, ortodossi e protestanti insieme, segno di una radice comune più antica di ogni divisione. Il centenario della Conferenza di Stoccolma del 1925 – il primo grande incontro ecumenico moderno, nato dalla convinzione che le Chiese avessero una responsabilità comune davanti alla guerra e alla costruzione della pace. Un secolo dopo, quella stessa responsabilità si ripresenta urgente: il mondo brucia, le Chiese devono scegliere se guardare dall’alto o scendere in mezzo alla vita delle persone. I luterani hanno vissuto e vivono queste date non come nostalgie ma come riferimento all’evangelo che apre possibilità impensabili.

Tra due ponti: cosa speriamo

Lo stato dell’ecumenismo tra Francesco e Leone XIV è perciò quello di un cantiere che non si può fermare e che la CELI per parte sua vuole abitare confidando che possa proseguire. Francesco ha aperto porte, ha costruito fiducia, ha reso normale l’amicizia tra fratelli e sorelle considerati per troppo tempo separati. Leone XIV eredita questo patrimonio, e con esso una responsabilità che si misurerà nel quotidiano del dialogo. Quello che speriamo non è quindi un ecumenismo delle grandi dichiarazioni, ma della presenza: costante, onesta, radicata nelle comunità locali. Un dialogo dentro questioni che oramai ci riguardano senza distinzioni: il peso della secolarizzazione, la pace, la giustizia. «Le nazioni, i Paesi e le lingue madri non ci dividono», ha dichiarato il pastore Ruschke. «Ciò che ci unisce è la fede in Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo». In queste parole c’è già il programma ecumenico di una Chiesa certo piccola ma non marginale, che ha imparato, nel corso dei secoli, quanto la forza non viene dalle dimensioni ma dalla chiarezza di ciò in cui crede e dalla libertà che ne deriva per il servizio al mondo. Una libertà che non è mai libertà dal prossimo, ma sempre libertà per e con il prossimo. Anche quando il prossimo appartiene a un’altra confessione. 

Gianluca Fiusco è responsabile della Comunicazione della Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI), che conta 15 comunità distribuite su tutto il territorio nazionale. Il Sinodo 2026, svoltosi a Roma ad aprile, ha eletto il nuovo Decano, pastore Dr. Johannes M. Ruschke (Venezia), e il nuovo Vicedecano, pastore Tobias Brendel (Torino).

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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