Leone XIV e il dossier ecumenico: un punto di vista avventista
Tratto da: Adista Documenti n° 24 del 27/06/2026
Mi sia concesso di ringraziare Adista per l’invito che ho accolto volentieri a tracciare un provvisorio “bilancio” del dossier ecumenico sotto il pontificato di Leone XIV.
Nel delineare un punto di vista confessionalmente connotato, è utile partire da alcune brevi considerazioni “di contesto” senza le quali ogni discorso sull’ecumenismo risulterebbe fatalmente privo di un sicuro aggancio effettuale.
La pratica ecumenica in ogni epoca, anche prima del famoso evento inaugurale del movimento ecumenico contemporaneo, vale a dire la Conferenza missionaria di Edimburgo del 1910, si è sempre misurata con 3 sfide:
- l’istituzione di relazioni di mutuo riconoscimento tra Chiese e tradizioni confessionali distinte e sovente distanti;
- il mantenimento al tempo stesso di un sufficiente consenso interno a ciascuna Chiesa;
- la garanzia di agibilità politica di un patto ecumenico in contesti in cui una singola tradizione prevale largamente sulle altre conferendo a un determinato territorio una forte impronta confessionale.
Le difficoltà implicite nel dialogo ecumenico sono dunque storicamente generate dall’estrema difficoltà di far allineare in misura non troppo precaria queste tre distinte dimensioni: quella inter-ecclesiale, quella intra-ecclesiale e quella nazionale.
Gli esempi sul piano storico potrebbero essere moltissimi, ma basti in questa sede richiamare i reiterati tentativi di riconciliazione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente sin dal concilio di Firenze del 1439 – salutato il 6 luglio come concilio di unificazione attraverso la bolla Laetentur coeli, emanata da Eugenio IV e velocemente naufragato pochi anni dopo a causa del rigetto interno di quell’accordo – fino all’incontro tra il patriarca Ortodosso russo Kirill e il precedente pontefice, Francesco, all’Avana, passando per il celebratissimo incontro di Paolo VI con il Patriarca di Costantinopoli Atenagora I nel 1964.
Ciò premesso, l’attuale contesto sembra se possibile accentuare tali difficoltà di allineamento di queste tre istanze.
Le crescenti polarizzazioni sociali e politiche che dilaniano molte nazioni occidentali si riflettono e sono a loro volta il riflesso di una distanza tra sensibilità del pensiero teologico ed etico delle Chiese assai diversificate e talvolta drammaticamente inconciliabili. Può darsi, cioè, che tra un ortodosso russo e un protestante con tendenze liberali, oggi esista una distanza valoriale quasi incolmabile.
Al tempo stesso si osservano convergenze profonde e trasversali fra tradizioni confessionali in sé assai diverse sulla base di un’adesione ideologica, vale a dire poco incline a pratiche discorsive, a coordinate assiologiche ritenute fondative dell’identità occidentale, quali ad esempio: il rifiuto di determinati orientamenti sessuali, il sospetto verso il modello dell’accoglienza che fonda la società aperta multiculturale, una dichiarata ostilità verso i temi etici altamente sensibili inerenti l’aborto o il fine vita e una profonda sintonia con politiche inclini a promuovere un certo nazionalismo cristiano.
In questo scenario, il pontificato di Francesco si è delineato come un pontificato peculiarmente vicino alle istanze terzomondiste e inclusiviste care a una cosiddetta teologia del pueblo, con gesti anche eclatanti al riguardo, ed alimentando al contempo un profondo sospetto antioccidentale e anticapitalistico che lo ha in taluni momenti quantomeno “esposto” al rischio di un certo collateralismo verso regimi dichiaratamente antioccidentali e illiberali. Sul versante ecumenico papa Francesco ha espresso una postura aperta e dialogante fino a sembrare vagamente concessiva – si pensi alle parole profondamente concilianti pronunciate presso la cattedrale luterana di Lund il 31 ottobre 2016 – alle ragioni delle altre Chiese sorelle, e compiendo gesti di grande significato ecumenico – per esempio la storica visita al tempio valdese di Torino o alla comunità pentecostale del Pastore G. Traettino a Caserta – senza tuttavia incidere sull’ossatura teologica del primato di giurisdizione, nonostante il frequente richiamo alla sinodalità della Chiesa, o sulla tradizionale diminutio dell’identità ecclesiale delle Chiese evangeliche, qualificate pur sempre come comunità ecclesiali perché insanabilmente affette da un defectus ordinis, anzi, mostrando ancora una volta il carattere mimetico dell’ecclesiocentrismo cattolicoromano.
L’attuale papa, eletto per riaffermare l’unità della Chiesa, si è dunque gradualmente inserito in questo scenario ecclesiastico molto frammentato al suo interno e sovente carico di tensioni. Come è stato notato da più parti, il profilo di papa Leone XIV è assai diverso per formazione e per temperamento dal precedente pontefice. In un certo senso si potrebbe dire che Leone XIV esprime un’attitudine più politica e meno testimoniale, consona forse alla formazione canonistica che gli è propria. Il suo magistero non sembra improntato alla teatralità dei gesti simbolici come quello bergogliano; emerge piuttosto una certa passione per la convenzionalità delle forme accompagnata da una puntigliosa attenzione alle parole pronunciate e scritte con studiata corrosività.
Sul piano dei rapporti ecumenici il papa si è finora segnalato per l’incontro cordiale lo scorso 27 aprile in Vaticano, con l’arcivescova di Canterbury, Sarah Mullally, prima donna, oltretutto sposata, a rivestire tale incarico. Il discorso del pontefice in tale occasione è sembrato improntato a uno stile cordiale e veritiero, condito di appelli all’unità onde validare la testimonianza cristiana al cospetto del mondo e alludendo in almeno due passaggi alle divisioni che storicamente hanno caratterizzato il dialogo ecumenico tra cattolici e anglicani. Nel merito di quelle divisioni, che recentemente si sono forse addirittura acuite, nulla è stato detto né poteva esserlo in quella circostanza, ma non è sembrato credo, elegante, richiamare i motivi di divisione anche all’interno della stessa Comunione Anglicana.
Nel messaggio inviato alla primate anglicana al momento del suo insediamento, il 20 marzo 2026, Leone aveva sottolineato la necessità di continuare il dialogo in «verità e amore, perché è solo nella verità e nell’amore che arriviamo a conoscere insieme la grazia».
È sempre singolare che nelle esortazioni vaticane, quando si invochi l’amore, si avverta subito il bisogno di precisare il necessario richiamo alla verità. Ratzingherianamente, è quasi come se l’amore da solo non fosse sufficiente a inverare la comunione nello Spirito senza il pungolo della verità. Chissà se l’apostolo Paolo in 1 Corinzi 13:13, assolutizzando l’amore come l’unica cosa che rimane, non abbia manifestato una certa ingenuità dogmatica.
Nel discorso inaugurale del 19 maggio 2025 per l’“Udienza ai Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e altre religioni” l’attenzione del vescovo di Roma, al netto di un generico saluto a tutti i rappresentanti di Chiese e Comunità ecclesiali, si è concentrata soltanto su tre soggetti religiosi: l’Ortodossia, l’ebraismo, l’Islam. Nel discorso pronunciato a Nicea, diversi mesi dopo, in occasione della visita per i 1700 anni dal primo Concilio ecumenico, ha avuto parole di biasimo per le divisioni tra le Chiese e ha mostrato grande sensibilità verso l’ortodossia, recitando il credo senza il filioque, tradizionale elemento simbolico di attrito.
L’attenzione fin qui mostrata verso le cosiddette “comunità ecclesiali”, vale a dire le Chiese nate dalla Riforma protestante, è sembrata molto residuale, e in questo potrebbe far velo anche la sua origine di cattolico americano, ma non vogliamo anticipare critiche che potranno ancora essere largamente smentite nei prossimi mesi.
Sorprende un po’, infine, l’accoglienza riservata nel corso del suo ancora breve pontificato ai movimenti ecclesiali (Neocatecumenali, Rinnovamento dello Spirito, Focolarini), incontrati in più occasioni, che nella strategia del predecessore papa Francesco erano stati severamente arginati, a causa del carattere potenzialmente disgregante della loro azione all’interno della Chiesa. Naturalmente ci sono molte differenze tra questi movimenti, ma occorrerà in futuro valutare se torneranno ad avere una centralità simile a quella che ebbero sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, perché la loro opera è spesso dichiaratamente anti-ecumenica.
Conclusione
Il cammino ecumenico, oggi più che mai, deve accettare la sfida della dissoluzione numerica e culturale delle comunità di fede e del prevalere di un soggettivismo religioso poco incline ad accettare la comunione fra diversi spesso anche all’interno degli stessi corpi ecclesiali. Nondimeno, tale circostanza di un cristianesimo residuale nelle Chiese ma fluido e pulviscolare nella società potrebbe dischiudere nuove opportunità. In fin dei conti, il movimento ecumenico è quasi sempre cresciuto attraverso il febbrile contributo di singoli e di piccole pattuglie interconfessionali di seguaci del Risorto.
Davide Romano è direttore del Dipartimento Affari pubblici e Libertà religiosa dell’Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno.
*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza
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