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Sulla pelle dei congolesi. Il traffico di coltan in un’inchiesta di “Global Witness”

Sulla pelle dei congolesi. Il traffico di coltan in un’inchiesta di “Global Witness”

Tratto da: Adista Notizie n° 24 del 27/06/2026

42666 ROMA-ADISTA. Chi acquista, dal Ruanda, il coltan di contrabbando indispensabile all’industria mondiale dell’elettronica e proveniente dalle zone di conflitto nella Repubblica Democratica del Congo? A questa domanda tenta di rispondere un’inchiesta condotta dall’organizzazione non governativa investigativa “Global Witness”, nata nel 1993 per svelare i legami tra distruzione ambientale, conflitti, corruzione e violazioni dei diritti umani.

Il coltan viene estratto nelle zone di conflitto dell’Est Congo, attraversa illecitamente il confine, viene riciclato come “ruandese” e poi, spiega l’organizzazione il 10 giugno (https://www.africarivista.it/coltan-sporco-nei-nostri-smartphone-uninchiesta-accusa-i-giganti-del-tech/315141/), finisce nei mercati globali, «nonostante i sistemi di due diligence». Di questo la comunità internazionale deve essere ben consapevole, anche per il semplice fatto che il Ruanda esporta un quantitativo di coltan molto più importante di quello che le sue miniere potrebbero produrre. Nel cuore dello sfruttamento L’inchiesta punta i riflettori sull’area mineraria di Rubaya nel Nord Kivu, a 60km dal capoluogo della provincia Goma: da lì proviene il 15% del tantalio mondiale, il minerale estratto dal coltan e utilizzato dall'industria della microelettronica per produrre, ad esempio, smartphone e computer. «Le miniere di Rubaya sono una delle principali fonti di finanziamento per la brutale guerra condotta dall'M23 nella RDC. Conquistando vaste aree di territorio, il gruppo armato sostenuto dall'esercito ruandese ha ucciso migliaia di persone e ne ha sfollate centinaia di migliaia, rapinando e torturando impunemente. Ma una volta che il coltan viene contrabbandato in Ruanda, si sa poco su chi lo acquista o dove finisce». Global Witness ha indagato per un anno, ricostruendo la filiera del coltan, dall’estrazione presso le miniere dell’Est Congo occupato fino alle catene di approvvigionamento globale, scoprendo un gigantesco giro di contrabbando sostenuto da prezzolati funzionari ruandesi e dalla complicità di aziende di tutto il mondo.

Smartphone insanguinati

In Italia, sulla rivista fondata dai padri bianchi Africa, il giornalista Enrico Casale ha diffuso i dati dell’inchiesta lo scorso 15 giugno, con un articolo dal titolo “Coltan ‘sporco’ nei nostri smartphone: un’inchiesta accusa i giganti del tech” (https://www.africarivista.it/coltan-sporco-nei-nostri-smartphone-uninchiesta-accusa-i-giganti-del-tech/315141/).

Spiega Casale che dietro un banalissimo smartphone, oggi nelle tasche di chiunque, «si cela una realtà brutale. Le miniere di Rubaya sono attualmente sotto il controllo o l’influenza della milizia M23, un gruppo armato accusato dalle Nazioni Unite e da varie organizzazioni per i diritti umani di esecuzioni sommarie, torture e violenze sessuali sistematiche». In un mercato così affamato di materie prime – e così disposto a chiudere più di un occhio a fronte di un costante approvvigionamento – le miniere di Rubaya garantiscono ai miliziani «flussi di cassa costanti, permettendo l’acquisto di armi, il mantenimento delle milizie e il perpetuarsi di un conflitto che destabilizza la regione dei Grandi Laghi da decenni».

Ma quale due diligence!

Global Witness parla di un meccanismo ben oliato, messo a punto per far “dimenticare”, lungo tutta la filiera, l’origine del conflict minereals. Spiega ancora Casale: proprio la forbice tra scarsa produzione ed enorme esportazione del minerale «suggerisce che il Ruanda sia diventato un hub centrale per il transito e la legalizzazione del coltan “insanguinato”. Una volta varcato il confine, il minerale entra in un circuito di intermediari e commercianti di materie prime, perdendo le tracce della sua origine bellica e venendo venduto a fonderie in Cina, Kazakistan e altri Paesi, per poi finire, raffinato, nelle fabbriche dei giganti della tecnologia globale». Un sistema in grado di scavalcare sistematicamente sistemi di controllo e certificazione come l’International Tin Supply Chain Initiative (il programma internazionale di tracciabilità e due diligence nato per garantire il commercio responsabile e trasparente di minerali critici come stagno, tantalio e tungsteno, estratti in aree di conflitto, in particolare nella regione africana dei Grandi Laghi).

«Le aziende internazionali, spesso protette da una catena di fornitura opaca e complessa, tendono a declinare le responsabilità, sostenendo di fare affidamento sulle certificazioni ufficiali». E così capita che, spesso, questi minerali insanguinati finiscano anche nei beni ad alto contenuto tecnologico venduti da giganti globali come Amazon, Sony, Microsoft, Toyota e Nvidia. «Il problema è politico ed etico», dichiara il giornalista della rivista Africa. «Le organizzazioni chiedono alle aziende di andare oltre la semplice due diligence cartacea: serve un controllo reale, un monitoraggio basato su prove sul campo che tenga conto delle dinamiche di potere in Repubblica Democratica del Congo. Inoltre, viene richiesta una pressione diplomatica molto più forte nei confronti del Ruanda per fermare la complicità delle proprie istituzioni nel commercio di contrabbando».

Il ruolo dell’Europa

Si potrebbe iniziare, aggiungiamo noi, dalla definitiva archiviazione del contestatissimo memorandum di cooperazione Ue-Ruanda, siglato il 19 febbraio 2024 per rafforzare le filiere trasparenti e sostenibili delle materie prime strategiche nella transizione verde (v. Adista Notizie n. 11/24). Un accordo considerato “pragmatico” dalle istituzioni europee, ma prontamente e duramente contestato da Chiese cristiane e organizzazioni umanitarie sin dalla sua firma: tra gli altri, l’arcivescovo di Kinshasa, il card. Fridolin Ambongo Besungu, aveva denunciato l’accordo «sulle risorse saccheggiate nella RDC», dichiarando che rappresenta «un forte sostegno per l’aggressore» (Agenzia Fides, 27 febbraio 2024). «Aggressori e multinazionali si alleano per prendere il controllo delle ricchezze del Congo, a scapito e in disprezzo della dignità dei pacifici cittadini congolesi»; «sono convinto che per portare la pace nella RDC è necessario anche porre fine alla violazione dell’integrità territoriale del nostro Paese e alla spudorata predazione delle sue risorse naturali». 

*Foto presa da Flickr, immagine originale e licenza 

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