Un antinazismo evangelico e nonviolento
Tratto da: Adista Documenti n° 28 del 01/08/2026
Qui l'introduzione a questo testo.
Presenta molteplici motivi di interesse il profilo storico che Andrea Sarri dedica al bolzanino Josef Mayr-Nusser – un giovane dirigente dell’Azione Cattolica morto di stenti nel febbraio 1945 sul carro bestiame che lo deportava al campo di Dachau e dichiarato beato nel 2017 in quanto «ucciso in odio alla fede». Il libro ha certamente il merito di richiamare l’attenzione della memoria collettiva su una delle poche figure di cattolici che, dopo aver pubblicamente manifestato la convinzione di un’irriducibile antitesi tra cristianesimo e nazionalsocialismo, pagarono con la vita l’obiezione di coscienza alla sottomissione agli ordini del governo di Berlino. In seguito al forzato arruolamento nelle SS, rifiutò infatti di prestare giuramento di fedeltà al Führer.
Ma la ricostruzione si segnala anche per l’apporto agli studi storici. Basata sul reperimento dell’insieme delle fonti, archivistiche e a stampa, che riguardano il personaggio, ne conduce una scrupolosa lettura critica che, oltre a sforzarsi di datare con la maggior esattezza possibile il momento di redazione dei documenti via via esaminati, si preoccupa costantemente di inserirli all’interno del contesto – ecclesiale, politico e culturale – in cui furono prodotti. I caratteri del beato vengono così restituiti al suo tempo, rimuovendo i sedimenti apologetici e agiografici che lo svolgimento del processo di canonizzazione, e la sua positiva conclusione, hanno inevitabilmente depositato nella letteratura a lui relativa. Ma la ricollocazione di Mayr-Nusser nella storia contribuisce anche a un approfondimento di aspetti rilevanti di uno dei periodi più complessi e tormentati del cattolicesimo novecentesco. […]
Assai opportunamente l’autore assume come filo conduttore della sua indagine l’interpretazione data da Mayr-Nusser alla realizzazione del regno sociale di Cristo. In effetti fin dalla sua prima enciclica programmatica, Ubi arcano, pubblicata nel 1922, Pio XI l’aveva prospettata come l’obiettivo che l’Azione cattolica era chiamata a perseguire. Il giovane presidente della Gioventù cattolica bolzanina appare del tutto allineato alle indicazioni fornite dal pontefice. Ai suoi occhi la costruzione di un ordinamento che riconosca in Cristo il suo sovrano comporta la lotta contro le correnti politico-ideologiche all’epoca dominanti: la liberal democrazia, che con il suo separatismo e la proclamazione del diritto alla libertà religiosa, annulla i diritti della Chiesa; il comunismo che eleva l’ateismo a religione di Stato; il nazionalismo che assolutizza la patria, facendone un idolo sostitutivo del cristianesimo.
Ma papa Ratti aveva anche proposto la distinzione tra un nazionalismo illecito – appunto quello che si risolveva in una secolare religione della patria –, e uno lecito, che riconduceva invece l’amore della patria nell’alveo dei parametri della legge naturale così come l’interpretava l’autorità ecclesiastica. Aveva in tal modo aperto la strada a una possibile collaborazione tra cattolici e fascisti. Secondo l’articolazione tra tesi e ipotesi – formulata fin dai tempi di Leone XIII come criterio orientatore della presenza dei cattolici nella società contemporanea – una convergenza politica con correnti ostili alla Chiesa era ammissibile a condizione che venisse effettuata in vista della confessionalizzazione delle istituzioni pubbliche.
I Patti lateranensi del 1929 sembravano aver sancito che l’incontro con il fascismo si collocava esattamente in questa prospettiva. Le tensioni successive – a partire dallo scontro del 1931 sullo spazio effettivamente riservato nella sfera pubblica all’Azione Cattolica – mostravano che le ragioni dell’accordo finivano per prevalere su quelle del conflitto. Il mondo cattolico diventava così uno dei canali di organizzazione del consenso al regime. In particolare la Gioventù Cattolica dal 1934 diretta da Luigi Gedda enfatizzava i meriti del Duce sulla via dell’edificazione di uno Stato cattolico. Ma qui si comincia ad avvertire la distonia di Mayr-Nusser rispetto alle tendenze dominanti nell’associazionismo cattolico giovanile.
Nei suoi interventi non vi è alcuna attribuzione al fascismo di un qualche ruolo nella costruzione di un ordinamento che si proponga di arrivare a riconoscere la sovranità di Cristo sul consorzio civile. Gioca certamente in questa posizione il rigetto delle pratiche snazionalizzanti messe in atto dal regime verso la minoranza linguistica altoatesina. Ma vi è qualcosa di più. Il giovane dirigente cattolico recepisce, fin da subito, un tratto della teologia politica della regalità sociale: ogni regime va misurato alla luce dell’unico valore assoluto – la sua rispondenza alla dottrina della Chiesa – che interviene nel discernimento cristiano sull’organizzazione della vita collettiva.
Per questa ragione dai suoi scritti emerge assai precocemente non solo il silenzio sul fascismo (che, in assenza della celebrazione trionfalistica richiesta alla Chiesa dal regime, ne costituisce una inequivocabile condanna); ma anche l’identificazione tra comunismo e nazismo come nemici irriducibili del regno sociale. Si tratta di un orientamento che si era fatto luce in qualche ambiente cattolico – in particolare in una futura vittima del nazismo, Max Josef Metzger, il fondatore di Una sancta Bewegung –; ma che fatica a emergere nel complesso della comunità ecclesiale. Soprattutto in seguito alla svolta distensiva impressa da Pio XII ai rapporti politico-diplomatici tra Santa Sede e Terzo Reich. Occorre infatti aspettare la fine della guerra – a parte un cauto riferimento nell’ottobre 1942, in occasione della consacrazione del mondo al Cuore immacolato di Maria –, perché il discorso pubblico di Pacelli palesi un’esplicita assimilazione del nazismo al comunismo, raggruppati sotto la comune categoria di totalitarismo.
Invece fin dalla metà degli anni Trenta Mayr-Nusser – certo reso avvertito dalla propaganda filonazista svolta a livello regionale dal raggruppamento clandestino Völkischer Kampfring Südtirols – coglie nell’assolutizzazione dei valori del sangue e della razza come nel culto del capo gli elementi di una religione politica che rende il nazionalsocialismo non meno nemico del cristianesimo che la “religione dell’irreligione” promossa dal comunismo.
Agli occhi del giovane dirigente dell’Azione Cattolica appare insomma con grande chiarezza una valutazione teologico-politica: fascismo, nazismo e comunismo vanno messi sullo stesso piano, in quanto ugualmente si contrappongono a quell’ideale modello di società cristiana che viene sintetizzato nel sintagma “regno sociale di Cristo”. Si coglie qui un tratto peculiare della sua riflessione, perché nella coeva stampa confessionale in lingua tedesca – su cui pure talora egli interviene – non trova spazio questa rappresentazione: il timore del comunismo, inteso come minaccia morale per la fede cristiana, finisce per oscurare la presenza di altri nemici.
Più incerta appare invece nell’elaborazione di MayrNusser la concreta determinazione degli assetti che dovrebbe assumere l’ordinamento di una comunità che riconosca i poteri regali di Cristo. In armonia con l’enciclica Mit brennender Sorge (“Con viva ansia”, scritta in tedesco, ndr) di Pio XI il richiamo alla legge naturale, di cui la religione cristiana è proclamata depositaria, si traduce in una visione della vita collettiva imperniata sulla difesa della persona, delle comunità intermedie, in particolare la famiglia, e della Chiesa. Il richiamo alla tutela della persona, pur presente, stenta però a svolgersi in quella distesa rivendicazione di una sfera di libertà individuale che lo Stato non può sindacare, ma deve limitarsi a garantire e proteggere.
Sarri mette chiaramente in luce le ragioni di questo limite nella riflessione di Mayr-Nusser. L’eredità della cultura cattolica intransigente – che ha alimentato la teologia politica della regalità di Cristo – porta a vedere nel liberalismo l’errore che ha generato le nuove religioni della politica antitetiche al cristianesimo. In questa narrazione della storia moderna diventa impossibile far discendere dalla legge naturale diritti soggettivi di libertà politica e civile. Essi sono infatti al cuore dell’ideologia cui si attribuisce l’origine dell’apostasia della modernità.
Ma il piano politico non esaurisce l’elaborazione culturale del giovane sudtirolese. Essa infatti si svolge anche sul piano religioso, raggiungendo uno straordinario spessore evangelico. Mayr-Nusser si interroga infatti sulle modalità attraverso cui giungere all’instaurazione del regno sociale di Cristo. Anche in seguito alle pratiche caritatevoli messe in atto nella Conferenza di san Vincenzo, egli le individua nella testimonianza personale, condotta senza alcun sostegno del potere. In questa prospettiva la conformazione del mondo alla regalità di Cristo può effettivamente avvenire nella misura in cui, evitando ogni ricorso a strumenti coercitivi, si manifesta attraverso comportamenti rispondenti a quei principi di mitezza, misericordia e universale fratellanza che rappresentano il nucleo del messaggio di Gesù.
Si avverte qui tutta la distanza non solo da quel virilismo muscolare che ha caratterizzato la pedagogia della Gioventù cattolica geddiana (finendo così per preparare un terreno favorevole all’accoglienza del bellicismo fascista). Ma si coglie anche la completa alterità rispetto a quelle forme di militarizzazione della fede cristiana che proprio in quegli anni si erano variamente legate – basti ricordare i cristeros messicani, il rexismo belga, il Viva Cristo Rey di miliziani franchisti – alla diffusione nella Chiesa del tema della regalità di Cristo sulla società.
Mayr-Nusser delinea insomma una via di costruzione del regno sociale alternativa a quelle allora dominanti. Non lo si edifica attraverso una conquista politica o militare, ma nella pratica personale della mansuetudine evangelica. Ne è un’inevitabile ricaduta l’assunzione della nonviolenza, perché la necessaria opposizione al male non può passare attraverso l’uso dei suoi stessi strumenti.
A questa acquisizione – di cui non occorre rilevare il dirompente impatto in tempo di guerra – va ricondotta la ragione ultima del rifiuto di Mayr-Nusser di prestare servizio nelle SS naziste. […]
*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza
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