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L’estate nelle carceri italiane tra sovraffollamento ed emergenze

L’estate nelle carceri italiane tra sovraffollamento ed emergenze

Tratto da: Adista Documenti n° 30 del 12/09/2026

Qui l'introduzione a questo testo. 

Nelle carceri 64.741 detenuti in 46.343 posti. il tasso medio di affollamento è dunque ormai al 139,7%. in ben sei istituti i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili al 28 luglio erano 64.741 in totale le persone detenute nelle nostre carceri, a fronte di una capienza regolamentare di 51.220 posti, che però ignora il fatto che ci sono alla stessa data 4.877 posti non disponibili. I posti effettivamente disponibili sono dunque 46.343, e il tasso medio di affollamento reale del sistema è dunque ormai al 139,7%. Tasso medio, come dicevamo. Ma sono ben 5 le regioni in cui il tasso di affollamento è in effetti oltre il 150%. Si tratta di Puglia (180,4%), Molise (165,9%), Basilicata (162,5%), Lombardia (157,9%) e Friuli-Venezia Giulia (152%). E la situazione è ancora più critica in alcuni istituti. In ben sei i detenuti sono ormai più del doppio dei posti disponibili: Lucca (256,8%); Milano San Vittore (223,6%); Latina (220,8%); Foggia (219,9%); Lodi (209,3%); Brescia Canton Monbello (202,7%). E gli istituti in cui l’affollamento supera il 180% sono ormai 25. Sono numeri altissimi, da far tremare i polsi. Numeri che non si vedevano dal 2013, anno della condanna all’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per condizioni di detenzione inumane e degradanti. Numeri che, come vedremo sotto, rendono impossibile la vita in carcere, sia per chi è detenuto che per chi ci lavora. E in alcuni casi, la vita, la troncano. (…)

Le proposte governative

Tra populismo penale, promesse e realtà alla continua ricerca di un nemico, il sovraffollamento carcerario è l'effetto diretto di un governo che crea nuovi reati e inasprisce le pene.

Rispondendo sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale, l'attuale esecutivo ha moltiplicato le fattispecie di reato e intensificato l'uso della custodia cautelare. Il risultato è un inevitabile e drammatico aggravamento del sovraffollamento carcerario, le cui conseguenze continuano a colpire in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili della popolazione. Tra i provvedimenti più significativi del Governo Meloni si annoverano:

- Decreto Rave (ottobre 2022).

- Decreto Cutro (marzo 2023)

- Decreto Giustizia (agosto 2023)

- Decreto Caivano (settembre 2023)

- Legge sull'omicidio stradale (settembre 2023)

- Legge sulla cyber sicurezza (giugno 2024)

- Decreto Carceri e introduzione del Peculato per distrazione (Agosto 2024)

- Disegno di legge sulla maternità surrogata (novembre 2024)

- Decreto Sicurezza (giugno 2025)

- Decreto Sicurezza (febbraio 2026)

La gravità delle due riforme in materia di “sicurezza”, si pensi all’introduzione del delitto di rivolta penitenziaria e alla possibilità per gli agenti di operare sotto copertura all'interno degli istituti penitenziari, lascia supporre che l'articolato programma di riforme governative panpenaliste sia ben lontano dal concludersi, rappresentando soltanto il preludio di un'ulteriore stretta punitiva. Ciò che ci attende è stato chiaramente delineato nei comunicati del Consiglio dei Ministri n. 181 e 182. Nel primo, il Governo ha annunciato un ulteriore inasprimento normativo che introdurrà nuove aggravanti comuni, la procedibilità d'ufficio per le lesioni agli agenti di polizia, l'arresto in flagranza differita per i danneggiamenti di gruppo e nuovi strumenti di prevenzione legati all'ordine pubblico. Nel secondo, l'intervento si sposta sul sistema minorile, modificando l'articolo 98 del codice penale con l'introduzione di una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per i giovani tra i 14 e i 18 anni. Questo intervento segna l'ennesima accelerazione verso un modello securitario che, anziché prevenire il disagio sociale o contrastare una reale emergenza criminale, preferisce anticipare e allargare il perimetro della punizione penale ai danni di soggetti giovanissimi. Si compie così una netta inversione di rotta che rischia di sostituire il principio costituzionale della funzione rieducativa con un mero automatismo punitivo, trattando il disagio giovanile come una questione d'ordine pubblico anziché come un percorso evolutivo da tutelare.

La task force per le misure alternative: che fine ha fatto?

I risultati di svuotamento promessi a partire da settembre 2025 sono stati completamente disattesi. Si era già rilevato come si trattasse di una misura del tutto fuori fuoco rispetto allo scopo annunciato, vale a dire combattere il caldo estivo con l’uscita di circa 10.000 persone con pene residue sotto i 24 mesi.

Gran parte delle posizioni analizzate ha scontato questo approccio propagandistico. Non solo non è uscito nessuno, anche a causa dell’assenza di domicilio o difficoltà economiche di vario tipo, e le misure alternative sono per la prima volta in calo, ma le presenze in carcere nel corso dell’ultimo anno sono notevolmente aumentate. Ma la retorica governativa non cambia.

A maggio dell’anno corrente il ministro della Giustizia Nordio è tornato a ripetere come le misure governative consentiranno di portare a casa oltre 5.000 persone detenute.

Stato di attuazione del c.d. decreto carceri: le strutture residenziali

Durante la conferenza stampa tenutasi lo scorso 21 maggio, il guardasigilli Nordio ha presentato l’elenco nazionale delle strutture esterne disponibili per le persone detenute prive di domicilio. Ha, in particolare, illustrato i contenuti del “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti” (D.M. n. 128/2025), attuativo dell’articolo 8 del c.d. Decreto Carceri. L’iniziativa viene illustrata come potenzialmente coinvolgente tra le 2.000 e le 3.000 persone recluse cui si promette, oltre all’alloggio, anche un’attività lavorativa o formativa. Un primo problema attiene alle tempistiche: stando all’apertura delle candidature e all’arco temporale entro cui procedere alla relativa valutazione, il provvedimento potrebbe produrre risultati non prima del 2027. In aggiunta, sono poche le strutture ad aver fornito una disponibilità e si rischia di ricadere nel problema dell’insufficienza di spazi e risorse rispetto alle esigenze. Come se non bastasse, non può ignorarsi il pericolo che aprire ai privati la possibilità di accogliere persone in detenzione domiciliare, e cui erogare attività volte al reinserimento, possa di fatto possa tradursi in forme di privatizzazione della detenzione, con il rischio di forti disparità di trattamento e che si affermi un’idea dell’esecuzione penale come bacino da sfruttare per questioni meramente economiche. Nel decreto carceri era stata, inoltre, introdotta una radicale riforma del beneficio della liberazione anticipata, sotto il profilo del procedimento di concessione. Ebbene la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità della norma come modificata in quanto ritenuta contrastante con il principio rieducativo della pena. Insomma, si conferma il fallimento del Decreto Carceri, pensato nel 2024 per risolvere il problema del sovraffollamento penitenziario e per incrementare i percorsi di reinserimento.

A due anni dalla sua entrata in vigore nessuno degli scopi prospettati è stato conseguito. Infatti, al 30 giugno 2024 erano 61.480 le persone detenute, al 30 giugno 2025 erano 62.728 e al 28 luglio 2026 erano 64.741, con un aumento di 2.013 persone rispetto allo scorso anno e di 3.261 rispetto al 2024.

A che punto siamo con il trattamento delle dipendenze

Nell’estate del 2025 era stato approvato un ddl governativo volto a introdurre la detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti con un residuo pena fino a otto anni (quattro nel caso di persone con reato compreso nell’elenco di cui all’art. 4-bis o.p.). Lo scorso 10 giugno 2026 il testo – in sei articoli – è stato approvato dal Senato; il 29 luglio 2026 il testo è passato anche all’esame della Camera con 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astensioni. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di 10.000 persone che potrebbero uscire dalle carceri e la norma è stata presentata come risolutiva del problema del sovraffollamento. Una narrazione che non trova riscontro nella realtà. Le persone con problemi legati alla tossicodipendenza nelle carceri italiane sono quasi 20.000. Di queste, quasi la metà potrebbero accedere alle misure previste dalla nuova legge. Tuttavia i fondi stanziati per implementare l’iniziativa sono circa 19 milioni l’anno, cifra del tutto insufficiente per far fronte alle esigenze di tante persone e delle comunità che dovrebbero accoglierle. Considerando infatti che una persona in comunità costa circa 100 € al giorno, con la copertura finanziaria attuale, meno di 600 persone ogni anno potranno accedere a questa forma di detenzione (e considerato che le pene massime per accedervi possono arrivare fino ad 8 anni, queste persone potranno rimanere in comunità per diverso tempo e senza un aumento dei fondi, nel medio periodo a questi 600 potrebbero non aggiungersene altre).

Inoltre le esclusioni contenute nella Legge, tra cui la recidiva, comporteranno una riduzione della platea che potrebbe potenzialmente usufruire del beneficio, in quanto spesso le persone con reati legati alla dipendenza tendono a reiterare determinati comportamenti, soprattutto in assenza di un’adeguata rete di supporto. Nella relazione illustrativa del ddl si fa riferimento a circa 13.000 posti disponibili in strutture che nella quasi totalità (97%) sono del privato sociale. Attualmente di questi posti, oltre 4.000 sono occupati da persone in affidamento terapeutico seguiti dagli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna (UEPE). Altri centinaia da soggetti inviati da altre istituzioni.

Quindi, anche al di là degli aspetti finanziari, è chiaro che non esistono nel sistema posti per accogliere 10.000 persone. Non può ignorarsi infine il timore di affidare ai privati la gestione di una grande fetta del sistema penale, con il rischio di mercificarne il lavoro e di perdere di vista la finalità di cura. Allo stesso modo le comunità temono di vedersi attribuire un ruolo – quello della gestione di una detenzione di fatto – che non rispecchia la finalità con la quale sono state istituite.

Maggiori assunzioni nella magistratura di sorveglianza

Tra le altre proposte avanzate dal Governo per assicurare la riuscita del proprio piano di intervento vi è quella di implementare gli organici dei Tribunali di Sorveglianza. Occorre tenere presente che la buona riuscita di uno sfollamento che si pretende passi dal riconoscimento di un più agevole accesso a benefici e misure alternative alla detenzione, richiede in ultima battuta una pronuncia della Magistratura che effettuerà le verifiche sulla sussistenza dei presupposti per la concessione. In tal senso, il ministro Carlo Nordio (parliamo oramai di un anno fa) ha introdotto il tema dell’incremento delle assunzioni sia di magistrati (almeno 58 unità) che di personale amministrativo di supporto, da implementare anche grazie alla stabilizzazione degli addetti all’Ufficio per il Processo.

A oggi non vi sono notizie certe sulle funzioni definitive attribuite a costoro né su implementi significativi di organico.

L’edilizia penitenziaria resta uno slogan privo di riscontro

Anche sotto tale profilo, le notizie sono poche e di scarso conforto. Non è ancora disponibile la relazione del 30 giugno che dovrebbe essere rilasciata dal Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria sull’andamento dei lavori. Per avere un quadro generale e completo dello stato di attuazione dei lavori, occorre risalire alla relazione del Commissario audito in Commissione Giustizia presso la Camera dei Deputati lo scorso 6 maggio 2026. Dalla medesima è emerso come, per ciò che concerne i posti la cui realizzazione ricade sotto la competenza del Commissario, si è in una fase di concreta realizzazione per 2.823 posti, cui vanno aggiunti 1.516 posti di originaria competenza del MIT e 776 posti nell’ambito degli interventi di manutenzione straordinaria (ancora in fase di definizione), per un totale di 5.115 posti. Le notizie più recenti rispetto all’andamento nel concreto dei lavori si rinvengono nella settima Cabina di Regia tenutasi a Palazzo Chigi lo scorso 30 luglio da cui è emerso che, nel primo semestre dell’anno corrente, sarebbero stati recuperati o realizzati oltre 960 posti detentivi attraverso interventi di manutenzione, sia ordinaria che straordinaria. Si parla di quasi 700 posti rientrati nella piena disponibilità dell’amministrazione penitenziaria. In generale, dagli ultimi interventi sul tema, emerge l’impegno a realizzare il piano straordinario entro il 2027. Ma guardando ai posti realmente disponibili si fatica a dar fiducia a quanto promesso.

A fine luglio 2026 i posti non disponibili hanno sfiorato le 5.000 unità

Al 28 luglio erano 64.741 in totale le persone detenute nelle nostre carceri, a fronte di una capienza regolamentare di 51.220 posti. Tale capienza risulta in calo rispetto allo scorso anno: al 31 luglio 2025 si dichiarava una capienza pari a 51.276 posti (56 posti in più rispetto al 28 luglio scorso). Nel ragionamento occorre poi considerare i numerosi posti non disponibili che devono essere detratti dal conteggio complessivo. Infatti, i posti realmente disponibili, ad oggi, sono 46.343. Se si guarda ai posti non disponibili questi sono passati dai poco più di 4.000 del 17 giugno 2024 ai 4.500 circa di fine giugno 2025, ai 4.877 di fine luglio 2026. Dunque la disponibilità reale del sistema penitenziario continua a diminuire. Da quando, con l’approvazione in Consiglio dei Ministri del programma triennale, è partito il piano carceri del governo (luglio 2025), che entro il 2027 dovrebbe produrre 10.000 nuovi posti, in realtà questi sono diminuiti di 424 unità. I posti effettivamente disponibili a fine luglio 2025 erano infatti 46.767. Sono oggi 46.343.

 

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