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Dialogo interreligioso: un punto di vista ebraico

Dialogo interreligioso: un punto di vista ebraico

Tratto da: Adista Documenti n° 36 del 24/10/2026

Chi guarda al rapporto tra ebrei e Chiesa cattolica dal punto di vista ebraico non può leggere il pontificato di Francesco come un episodio a sé. Va collocato dentro un arco più lungo, aperto sessant’anni fa dalla Nostra Aetate del 1965, il documento con cui il Concilio Vaticano II ruppe con secoli di insegnamento del disprezzo, scagionò collettivamente il popolo ebraico dall’accusa di deicidio e riconobbe la radice mai reciso del legame tra le due fedi. Ogni pontefice, da allora, viene misurato su come custodisce e fa avanzare quella svolta. Francesco l’ha fatto, ma non in linea retta: la sua eredità, vista da qui, è più complessa e più vera di quanto i coccodrilli agiografici o le polemiche di segno opposto lascino intendere.

Va detto con chiarezza cosa ha funzionato. Francesco arrivava al soglio pontificio con un’amicizia già rodata: quella con il rabbino Abraham Skorka, costruita a Buenos Aires quando era ancora arcivescovo, culminata nel libro a quattro mani Sobre el Cielo y la Tierra. Non era diplomazia, era prossimità vissuta, e si è vista nel modo in cui da Papa ha continuato a cercare gli ebrei: la visita alla Sinagoga di Roma nel 2016, i pellegrinaggi a Yad Vashem, le condanne ripetute e senza ambiguità dell’antisemitismo, ultima delle quali nel febbraio 2024, quando ha definito l’odio verso gli ebrei “un peccato contro Dio”. Ha accelerato l’apertura degli archivi vaticani, rinominando l’Archivio Segreto in Archivio Apostolico e permettendo finalmente, dal 2020, alla ricerca storica di lavorare sui documenti dell’epoca di Pio XII: un atto di trasparenza che la comunità ebraica attendeva da decenni, anche se non tutti i risultati sono stati letti come pienamente soddisfacenti. E nel novembre 2022, per la prima volta nella storia del dialogo, una grande organizzazione ebraica ha potuto tenere un proprio incontro dentro le mura vaticane.

Ma un bilancio onesto, quale la tradizione ebraica pretende anche quando è scomodo, non può fermarsi qui. Con l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente dopo il 7 ottobre 2023, la relazione si è incrinata. Molti nella comunità ebraica hanno registrato un’asimmetria nel linguaggio di Francesco: la fermezza nel condannare Hamas come “malvagio” non ha mai avuto lo stesso peso pubblico delle accuse ripetute a Israele di “sproporzione” e “immoralità”, fino alla parola “genocidio” usata in un libro del novembre 2024, ritirata poi solo parzialmente. Il rifiuto iniziale di incontrare le famiglie degli ostaggi, la premura quotidiana per la piccola comunità cristiana di Gaza contrapposta al silenzio sugli anni in cui quella stessa comunità era stata perseguitata da Hamas, la sosta di preghiera davanti a un muro imbrattato di scritte anti-israeliane a Betlemme: sono episodi che hanno pesato, e che rabbini e osservatori non hanno esitato a segnalare pubblicamente. Anche sul piano teologico non sono mancate ombre: nel 2017 l’allora rabbino capo di Milano, Giuseppe Laras, scrisse una lettera aperta lamentando che i gesti di apertura del Papa venissero “quotidianamente contraddetti” da omelie che tornavano a descrivere i farisei, cioè gli antenati dell’ebraismo rabbinico, con toni denigratori mai davvero superati nonostante le correzioni richieste dallo stesso Francesco ai teologi cattolici nel 2019.

Questa doppiezza non va rimossa né va lasciata cancellare i gesti autentici di vicinanza: va tenuta insieme, perché è la fotografia più fedele di un pontificato lungo, umano, e perciò contraddittorio. Il rispetto per la memoria di Francesco, da un punto di vista ebraico, passa proprio per questa onestà: non santificarlo, non liquidarlo, ma restituirgli la complessità che gli spetta.

Con Leone XIV, Robert Francis Prevost, si apre un capitolo ancora largamente da scrivere, e questo per la comunità ebraica è insieme un motivo di cautela e di speranza vigile. A differenza di Francesco, il nuovo papa non porta con sé decenni di relazioni dirette con comunità ebraiche: la sua strada missionaria si è svolta soprattutto in Perù, in contesti dove la presenza ebraica era minima. Ma non è un terreno vergine. Negli anni di formazione alla Catholic Theological Union di Chicago studiò sotto la guida di padre John Pawlikowski, tra le figure più autorevoli del dialogo ebraico-cristiano del dopoguerra, che lo ha descritto come uno studente “brillante” e profondamente permeato dello spirito della Nostra Aetate. È un dato che conta, anche se da solo non basta a fare previsioni.

I primi segnali, comunque, incoraggiano. Nel suo discorso di inizio pontificato, a maggio 2025, Leone XIV ha rivolto un saluto esplicito a ebrei e musulmani, affermando che il dialogo teologico con l’ebraismo “resta sempre importante” anche “in questi tempi difficili segnati da conflitti e incomprensioni”. Il 29 ottobre 2025 ha dedicato un’intera udienza generale al sessantesimo anniversario della Nostra Aetate, ripercorrendone davanti a rappresentanti di altre fedi le origini e il debito verso la riflessione ebraica che ne rese possibile la stesura: un rappresentante del World Jewish Congress presente in piazza ha definito “commovente” ascoltare quelle parole dalla viva voce del Papa. Nel giugno 2026 ha ricevuto una delegazione della United Jewish Appeal-Federation di New York, riconoscendone pubblicamente l’opera umanitaria. Sono passi concreti, non solo dichiarazioni di intenti.

Cosa ci si attende, dunque, da qui in avanti? Anzitutto continuità sulla sostanza: la Nostra Aetate non è negoziabile, e nessun passo indietro sarebbe tollerabile. In secondo luogo, e con più urgenza, un linguaggio più equilibrato sul conflitto mediorientale, capace di tenere insieme, senza sconti reciproci, la condanna del terrorismo di Hamas e il riconoscimento del diritto di Israele a difendersi, evitando l’asimmetria che ha logorato gli ultimi anni del pontificato precedente. In terzo luogo, gesti che parlino da soli: il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha già pubblicamente invitato Leone XIV a visitare la Sinagoga della capitale, sulla scia di quanto fecero i suoi predecessori. Sarebbe il segno più semplice e più eloquente di continuità con ciò che ha funzionato, senza ereditarne le fratture.

Vale la pena ricordare perché, dal lato ebraico, questo dialogo non è mai stato percepito come un esercizio di cortesia diplomatica. La Nostra Aetate non si limitò a condannare l’antigiudaismo: affermò che il popolo ebraico resta “carissimo a Dio” e che i doni e la chiamata di Dio, secondo le parole poi riprese da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, “sono irrevocabili”. È un’affermazione teologica precisa, non un gesto di buona volontà: significa che, per la Chiesa stessa, l’alleanza con Israele non è stata sostituita né superata. Ogni pontefice eredita questa affermazione come un vincolo, non come un’opzione. Da qui l’attenzione, quasi clinica, con cui la comunità ebraica ha sempre ascoltato le omelie e i discorsi di ogni Papa: non per cercare il passo falso, ma perché su quel punto specifico non esistono sfumature accettabili, e ogni ambiguità – anche involontaria, anche di linguaggio – riapre ferite che si credevano rimarginate da sessant’anni di lavoro comune.

Da un punto di vista ebraico, il dialogo con la Chiesa cattolica non si esaurisce e non si rifonda a ogni cambio di pontefice: è un patto che si rinnova, generazione dopo generazione, tra due comunità che condividono la stessa radice e devono continuamente reimparare a fidarsi l’una dell’altra. Francesco ha lasciato un’eredità mista, fatta di ponti costruiti e di ponti incrinati. A Leone XIV tocca ora decidere se consolidare i primi o lasciare che i secondi si allarghino. La comunità ebraica osserva, come sempre ha fatto, con la pazienza di chi conosce il valore del tempo lungo – e con la speranza, non ingenua, che le parole di questi primi mesi trovino conferma nei fatti. 

Stefania Mazzone è professoressa ordinaria di Storia del Pensiero Politico presso l’Università di Catania.

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

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