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Brasile, 25 ottobre, ultimo giro: il timore che le manipolazioni vincano sulla realtà

Brasile, 25 ottobre, ultimo giro: il timore che le manipolazioni vincano sulla realtà

In attesa del ballottaggio per la presidenza in Brasile fra Flávio Bolsonaro (figlio di Jair Bolsonaro, condannato al carcere per il tentato golpe dell’8 gennaio 2023) e il presidente Luiz Inacio Lula da Silva che si svolgerà il prossimo 25 ottobre, vale la pena di riportare qualche lettura di persone che vivono nel più grande Paese latinoamericano su come sono andate le cose al primo turno, il 4 ottobre, quando il 49% dei voti è andato a Bolsonaro e il 45% a Lula, e quale verità ci sia dietro le cifre in numeri assoluti del risultato.

Forte delusione e critica esprime il vescovo di Santa Cruz do Sul (RS), dom Itacir Brassiani. Sul sito della Conferenza episcopale brasiliana il 9 ottobre, osserva: «Affinché la democrazia sia reale e non una mera formalità, essa deve soddisfare determinati prerequisiti. Il primo elemento che l'efficace esercizio della democrazia presuppone è la corretta comprensione di ciò che chiamiamo popolo e della sua volontà oggettiva. Il popolo non è un concetto fluido e indifferenziato, ma una maggioranza qualificata che si differenzia e si oppone a quelle che chiamiamo élite (economiche, culturali, finanziarie, politiche). Il potere emana da esso ed è al suo servizio. 

Riguardo alla volontà oggettiva e legittima del popolo – seguita –, non possiamo ingenuamente presumere che essa corrisponda a ciò che emerge dal risultato delle urne. Una cosa è la volontà oggettiva, che coincide con i bisogni e i diritti fondamentali del popolo (alla vita, alla libertà, al lavoro, alla salute, all'istruzione, alla sicurezza, al benessere, ecc.); un'altra è la volontà soggettiva, influenzata da paure (reali o indotte), ambizioni e dalle manipolazioni della cultura e dei media». 

Ne consegue, afferma il vescovo, che «i risultati elettorali riflettono questa volontà manipolata dai media mainstream e dalle grandi aziende tecnologiche. Oltre il 90% dei brasiliani deplora la corruzione, ma sono stati eletti coloro che sono coinvolti nello scandalo Mastercard [della Banca Master]! L'80% vuole la fine delle scommesse e il 70% vuole la fine della scala salariale 6x1, ma sono stati eletti i candidati che le difendono! Lavoratori e pensionati lottano per aumenti di stipendio e pensione, ma hanno eletto politici che sono contro di loro. Gli alberi nella foresta cadono uno ad uno, ma l'ascia li ha convinti che fosse uno di loro perché aveva un manico di legno...».

Dato che su 158 milioni di brasiliani aventi diritto al voto, al primo turno non si sono recati alle urne 33.428.584 persone, con un’astensione del 21,08%, un po’ di conti li fa Bruno Foneca di Agencia Pública. In una mail ci scrive: «Prima di tutto, va ripetuto: le elezioni presidenziali non sono definite. Il 4 ottobre, 56 milioni di persone hanno scelto il clan Bolsonaro, ma 71 milioni non l'hanno fatto. In questo resoconto ci sono i 53 milioni che hanno scelto Lula e altri 17 milioni che hanno votato per gli altri candidati, o che hanno annullato il voto, sia per scelta che per mancanza di conoscenza. Inoltre, 33,4 milioni di persone semplicemente non sono andate a votare (…). Il risultato è che 102 milioni di brasiliani, il 65% di coloro che avevano diritto di voto, non hanno votato per Flávio. Cioè, la maggioranza».

«Naturalmente – seguita Fonseca – questo non significa che il voto per Bolsonaro non sia significativo. Lo è, e molto. Non significa nemmeno che i voti di domenica possano essere trasformati in scommesse contro Flávio al secondo turno. Non è nemmeno possibile dire che siano un'espressione di valori democratici - molti non lo erano, in realtà. Tuttavia, si può dire che, tra questi 102 milioni di brasiliani, ce ne sono molti milioni che continuano a rinunciare al fatto che la presidenza del Paese meriti [di essere governati da] un gruppo di persone che per decenni ha usato la politica per minare i diritti umani e fare fortuna solo con i propri».

Entra maggiormente nell’analisi del processo elettorale l’articolo di Teresa Isenburg su Volere la luna (8 ottobre). «In teoria – scrive – si può pensare che gli elettori abbiano scelto il proprio candidato in base al programma depositato da ciascuno di loro presso il Tribunale Superiore Elettorale/TSE, un documento vincolante al di là di semplici promesse di campagna. Scorrere tali programmi consente di cogliere la divergenza insanabile fra i due percorsi proposti. Probabilmente pochi elettori hanno avuto conoscenza di questi testi, che tuttavia si può immaginare che saranno presenti nel confronto delle prossime settimane. (…). Il progetto di Lula ha come filo conduttore la difesa attiva della sovranità e delle risorse naturali e la riduzione delle diseguaglianze, che in Brasile sono enormi e radicate in tutti i versanti, economico, culturale, sanitario, razziale, religioso, di genere e di età. Giustizia tributaria, reindustrializzazione, durata e qualità della giornata lavorativa, programmi sociali per alimentazione, casa, educazione, impegno instancabile per la salute pubblica universale sono i temi dominanti».

Quello di Flávio è un progetto «molto tecnologico nel senso che prevede ricorso all’informatizzazione per risolvere nodi fiscali, catastali, amministrativi nei servizi pubblici, sanitari, del ciclo scolastico obbligatorio» e i cui «punti centrali sono equilibrio fiscale, controllo del costo del lavoro e “resistenza alla Repubblica sindacale”, ordine pubblico attraverso repressione primitiva (castrazione chimica, abbassamento dell’età penale a 14-16 anni, riconoscimento facciale capillare, omologazione fra criminalità organizzata e terrorismo)».

Va sottolineato che, scrive Isenburg, «anche i luoghi nei quali i due schieramenti svolgono la propria campagna elettorale sono diversi. La compagine di sinistra/centro sinistra si rende visibile soprattutto con comizi, manifestazioni (l’ultima molto partecipata a San Paolo il 3 ottobre), incontri nei luoghi di lavoro, nelle piazze ecc. L’alleanza di destra/centro destra ha i suoi canali di organizzazione in buona parte attraverso le infinite parrocchie neopentecostali che controllano in modo severo non solo il comportamento dei propri aderenti, ma anche, e forse soprattutto, le loro opzioni e azioni politiche (…). Potente è la capacità della destra di usare le reti e gli influencer, spesso giovani violenti urlanti e vuoti e quindi facilmente assimilabili, che drenano milioni di voti. Non è novità, poi, che la stampa di proprietà di grandi gruppi privati appoggia sempre le posizioni meno o niente democratiche e sociali».

E poi se «gli aventi diritto al voto sono i cittadini e le cittadine brasiliane», in realtà «altri si prendono la libertà di partecipare. Mi riferisco ovviamente agli Stati Uniti e in scala minore all’Europa nella sua espressione UE. Il Governo Trump intende dominare in modalità coloniale l’intera America Latina e ha delegato la funzione all’imbroglione maniacale Marco Rubio. Il sequestro di Maduro è stato il lancio di tale progetto, ma interferenze più discrete si sono ripetute nelle elezioni degli stati affacciati al Pacifico (Perù, Colombia, Equador, Honduras) e anche nella continentale Bolivia. Tuttavia lo sforzo maggiore di condizionamento è stato ed è applicato al Brasile per il suo peso regionale. Qui la campagna elettorale statunitense contro il Governo è iniziata a luglio 2025 con dazi alle stelle, sanzioni ad personam contro alti magistrati, minacce intorno ai processi contro i golpisti, sospensione di visti (cose tutte documentabili con date, numeri, attori). Una seconda ondata di misure similari è stata lanciata a distanza di un anno nel luglio agosto 2026. Per tutto il periodo il Governo Trump/Rubio ha coltivato rapporti privilegiati e di protezione con il gruppo di autoesiliati variamente golpisti rifugiati negli stati del sud degli Usa e ha promosso continui inviti e incontri ad alto livello con Flavio, vassallo portatore di promesse di fedeltà e tributi. Senza questa quinta colonna interna al Brasile il gioco statunitense sarebbe ben difficile. Per completare venerdì 2 ottobre, a meno di 48 ore dall’apertura delle urne, il Dipartimento di Stato con grandi annunci ha chiuso le sedi diplomatiche in Brasile dichiarando la situazione pericolosa». Come potrebbe non vincere Bolsonaro, verrebbe da dire, ma... “c’è ancora lunedì”, il 25 ottobre.

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