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Da Francesco a Leone XIV, il dialogo con i buddhisti tiene

Da Francesco a Leone XIV, il dialogo con i buddhisti tiene

Tratto da: Adista Documenti n° 36 del 24/10/2026

Quando un papa muore e un altro viene eletto, chi si occupa di dialogo interreligioso si pone sempre la stessa domanda: quel filo intrecciato con tanta pazienza, negli anni, reggerà? È la domanda che mi sono fatta anch'io il 21 aprile 2025, quando è morto papa Francesco, e di nuovo l'8 maggio, quando è stato eletto papa Leone XIV. A più di un anno di distanza credo di poter dire qualcosa di più preciso: non c'è stata una cesura, ma nemmeno una semplice ripetizione. C'è stato, piuttosto, un consolidamento, con accenti in parte nuovi.

Prima di arrivare a Leone XIV, però, vale la pena fermarsi un momento su cosa significhi, per un buddhista, “dialogo”. Non è un optional, né uno strumento diplomatico: è pratica costitutiva. Da secoli. Il riferimento più immediato resta il Tevijja Sutta, uno dei discorsi più antichi tramandati in lingua pāli. Racconta di due giovani brahmani che litigano su quale sia la vera via – magga – che conduce al brahman, ciascuno convinto di avere ragione perché così gli ha insegnato il proprio maestro: un dialogo tra sordi, in pratica, perché nessuno dei due riesce a smuovere l'altro. Decidono allora di rivolgersi a Gotama, il Buddha, che invece di dar loro una risposta li spinge a interrogarsi non sulle conclusioni ma sui presupposti da cui partono.

Trovo che sia un'immagine bellissima, perché fotografa esattamente cosa dovrebbe essere il dialogo interreligioso oggi: non uno scambio di certezze, ma un esercizio – quasi una disciplina – in cui ciascuno impara a interrogare le proprie convinzioni prima di pretendere di convincere l'altro. Non per annullare le differenze, ma per trasformarle in qualcosa da cui imparare. È con questo sguardo che ho seguito gli ultimi due anni di rapporti tra Vaticano e mondo buddhista.

Il lascito di Francesco, va detto subito, resta enorme: il Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi nel 2019, l'enciclica Fratelli tutti, gli incontri diretti con leader buddhisti, l'attenzione costante – nei messaggi per il Vesak – a temi come compassione, interdipendenza, cura della casa comune. Il nuovo Dicastero per il Dialogo Interreligioso, guidato dal cardinale George Jacob Koovakad e dal segretario monsignor Indunil Kodithuwakku, ha scelto fin da subito di raccogliere quell'eredità, non di archiviarla.

Il segnale più chiaro, per me, sono stati proprio i due messaggi per il Vesak pubblicati sotto Leone XIV. Quello del 2025, “Buddisti e cristiani in dialogo di liberazione per il nostro tempo”, richiamava esplicitamente la Nostra Aetate nell'anno del suo sessantesimo anniversario, ribadendo che la Chiesa cattolica «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre tradizioni. Quello del 2026, “Buddisti e cristiani per una pace ‘disarmata e disarmante’”, va oltre: mette in dialogo diretto le parole dello stesso Leone XIV – «la pace esiste, vuole abitare in noi» – con la ricerca buddhista di una pace che nasce prima di tutto da una trasformazione interiore, non semplicemente dall'assenza di conflitto.

E non è solo questione di documenti. Fin dal discorso alle delegazioni ecumeniche e interreligiose del 19 maggio 2025 – il giorno stesso in cui iniziava il suo ministero come vescovo di Roma – Leone XIV ha scelto la continuità in modo esplicito, ricordando la fratellanza universale voluta da Francesco e ringraziando il Dicastero per il lavoro paziente sui rapporti fraterni, richiamando Abu Dhabi come testo-chiave. Tra le delegazioni presenti quel giorno, anche una rappresentanza buddhista.

C'è poi un momento che, da studiosa prima ancora che da rappresentante di UBI, mi ha colpita particolarmente: la catechesi che Leone XIV ha dedicato, il 29 ottobre 2025, al sessantesimo anniversario di Nostra Aetate, invitando ad aprirsi «con sincerità, ascolto attento e arricchimento reciproco», parole rivolte esplicitamente anche ai rappresentanti del buddhismo. Non è passato inosservato: il patriarca supremo dei buddisti di Thailandia, Somdet Phra Ariyavongsagatayana, ha definito Leone XIV «un pilastro spirituale della pace». Segno, credo, che il canale aperto da Francesco con il buddhismo Theravada del Sud-est asiatico tiene bene, anche nel passaggio di consegne.

Il messaggio per il Vesak 2026, pubblicato l'11 maggio a firma del cardinale Koovakad, conferma questa linea in modo ancora più netto: mette fianco a fianco un detto del Dhammapada – «l'odio non è mai placato dall'odio; solo con il non-odio l'odio viene placato» – e il discorso della montagna – «amate i vostri nemici». Non è un semplice collage di auguri di circostanza: è un testo costruito con cura, che prova a tenere insieme la specificità dottrinale di ciascuna tradizione e una reale convergenza etica, senza appiattire l'una sull'altra.

Anche negli incontri pubblici, il registro di Leone XIV mi pare in continuità con quello di Francesco, con in più un accento personale sulla compassione come terreno condiviso. Nell'udienza dell'11 maggio 2026 con i partecipanti all'VIII Colloquio tra il Dicastero e il Royal Institute for Inter-Faith Studies di Amman, ha parlato di una missione comune: ravvivare l'umanità dove si è raffreddata, trasformare l'indifferenza in solidarietà – riprendendo un tema già caro a Francesco, quello dell'abitudine alla sofferenza altrui che il flusso continuo di immagini mediatiche rischia di produrre in noi.

Da un punto di vista buddhista, questo passaggio di consegne è quasi un caso di scuola. La dottrina dell'anicca, l'impermanenza, insegna che ogni fenomeno – comprese le istituzioni – è per natura transitorio. Ma insegna anche qualcosa di più sottile: che il mutamento non implica necessariamente rottura, se la continuità è sorretta da qualcosa di più profondo della singola persona che la incarna in un dato momento. Nel caso del dialogo cattolico-buddhista, quel “qualcosa” mi sembra risiedere nell'istituzione stessa del Dicastero, nella sua memoria documentale, e nelle relazioni personali coltivate nel tempo, non ultima quella con l'Ufficio Europeo per il Buddhismo Sōtō Zen e con le federazioni buddhiste nazionali, tra cui l'Unione Buddhista Italiana.

C'è un secondo concetto che trovo utile per leggere questa fase: pratityasamutpada, la produzione condizionata, l'idea che tutti i fenomeni siano interdipendenti. Aiuta a capire perché il dialogo interreligioso, lungi dall'essere un'attività accessoria, sia diventato negli ultimi anni sempre più centrale, tanto per il Vaticano quanto per le organizzazioni buddhiste europee. Le crisi di oggi – conflitti armati, migrazioni forzate, polarizzazione sociale – non riconoscono confini confessionali. E questo rende l'azione comune tra tradizioni religiose non un'opzione fra le tante, ma, in termini buddhisti, una condizione necessaria perché la pace, anch'essa un fenomeno condizionato, possa sorgere.

Sul piano nazionale, questa stessa convergenza ha trovato un'espressione molto concreta: il Patto “La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”, firmato il 25 giugno 2026 all'Auditorium dell'Ara Pacis di Roma da quindici confessioni e tradizioni religiose presenti in Italia – inclusa la componente buddhista – al termine di un percorso avviato nel 2023 nell'ambito del Cammino sinodale delle Chiese in Italia e promosso dalla CEI sotto la guida del cardinale Matteo Zuppi. Il documento, consegnato lo stesso pomeriggio al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, impegna i firmatari a scegliere sempre l'opzione del dialogo, anche quando le posizioni divergono, a contrastare pregiudizio e discriminazione religiosa – islamofobia e antisemitismo compresi – e a istituire un fondo interreligioso comune per iniziative di utilità sociale. È la prima volta che un testo di questa portata colloca le comunità buddhiste, alla pari delle altre tradizioni storiche, tra i soggetti che contribuiscono alla coesione sociale del Paese.

Se guardo dunque a questi due anni di passaggio – da Francesco a Leone XIV – con gli strumenti concettuali del Buddhismo, l'impressione che ne ricavo non è quella di un'eredità sospesa, ma di un processo che continua a co-produrre le proprie condizioni di possibilità, dentro una traiettoria lunga che risale al Concilio Vaticano II e a Nostra Aetate. Resta però da vedere se questa continuità istituzionale saprà tradursi, nei prossimi anni, in una collaborazione altrettanto solida sul terreno molto più esigente delle scelte pubbliche – pace, migrazioni, cura dell'ambiente – dove le parole condivise dovranno prima o poi misurarsi con l'azione comune.

Non voglio però dare un quadro troppo irenico, perché non renderebbe giustizia alla realtà. Da parte cattolica, il richiamo costante alla singolarità della rivelazione cristiana convive, non senza tensione, con l'idea che le altre tradizioni riflettano «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Una formula, questa, che il magistero post-conciliare ha mantenuto quasi inalterata, ma che teologi di sensibilità diverse continuano a interpretare in modo differente quanto al suo reale peso dottrinale. Da parte buddhista, specularmente, il rischio è di aderire al linguaggio del dialogo appiattendo differenze reali tra visioni del mondo teiste e non teiste, in nome di una convergenza etica sulla compassione che, per quanto preziosa, non colma affatto la distanza tra gli impianti dottrinali su temi come la natura del sé, il senso della sofferenza, o il destino ultimo dell'essere umano.

Il merito dei documenti pubblicati in questi due anni, dal messaggio di Vesak alla firma dell'Ara Pacis, mi sembra proprio questo: non nascondere questa distanza dietro formule di circostanza, ma trattarla come terreno di lavoro comune, non come ostacolo.

In questo senso, credo che la nozione di “engaged Buddhism” – il Buddhismo impegnato reso popolare da maestri come Thich Nhat Hanh e ripreso da pensatori come David Loy – offra oggi la chiave più utile per leggere questa fase. Non si tratta di armonizzare le dottrine: quello è compito di teologi e comparatisti. Si tratta piuttosto di verificare se comunità di fede diverse sappiano tradurre la propria saggezza in pratiche condivise di cura del mondo, dai conflitti alle migrazioni, fino alla crisi climatica. È su questa strada, più che su quella strettamente dottrinale, che il dialogo interreligioso nell'epoca di Leone XIV mi pare voler avanzare: non un'unica voce, ma una pluralità di voci capaci di riconoscersi reciprocamente come autentiche, e di agire insieme, là dove l'urgenza del presente non lascia più spazio all'attesa. Come ammoniva Raimon Panikkar, che del dialogo interreligioso ha fatto la propria vita di pensiero, «non c'è dialogo fecondo se non si riesce a mettere tutto sul tavolo». 

Rev. Elena Seishin Viviani è monaca buddhista a Torino; vicepresidente dell’Unione Buddhista Italiana. Nell’UBI si occupa di Dialogo Intra-religioso e Interreligioso.

*Foto presa da Unsplash, immagine oriigna e licenza 

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