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La sfida interreligiosa interroga la Chiesa cattolica

La sfida interreligiosa interroga la Chiesa cattolica

Tratto da: Adista Documenti n° 36 del 24/10/2026

Il dialogo tra le religioni non è un capitolo accessorio della vita della Chiesa, né un esercizio di buona educazione diplomatica. In un mondo attraversato da guerre, nazionalismi, migrazioni e nuove forme di intolleranza, riguarda il modo in cui le comunità di fede intendono la propria verità e la propria presenza nella società. Da Francesco a Leone XIV c’è un unico filo conduttore: il tentativo di sottrarre la religione alla logica dello scontro e di riconoscerla come possibile risorsa di fraternità. Ma il passaggio dalle dichiarazioni ai comportamenti resta la prova decisiva: le religioni possono contribuire alla pace soltanto se sanno interrogare anche le proprie chiusure, le proprie responsabilità e l’uso politico del sacro.

“Nostra aetate”, una svolta ancora incompiuta

Sessant’anni dopo la promulgazione di Nostra aetate, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, la sua portata è tutt’altro che esaurita. Nel 1965 il testo segnò una discontinuità importante: invitò i cattolici a riconoscere nelle altre tradizioni religiose «ciò che in esse vi è di vero e santo», a respingere ogni discriminazione e a promuovere comprensione e collaborazione.

Particolarmente decisivo fu il passaggio sul popolo ebraico, che pose le basi per un cambiamento profondo nei rapporti ebraico-cristiani, in un dialogo che investiva la memoria della persecuzione, le radici ebraiche del cristianesimo e il contrasto alle nuove forme di antisemitismo. E riconosceva, allo stesso tempo, che musulmani, induisti, buddhisti ecc. cercano risposte alle domande fondamentali dell’esistenza e custodiscono patrimoni spirituali e morali. L’eredità di Nostra aetate sta proprio nella possibilità di imparare dall’incontro, non rinunciando alla propria identità ma distruggendo i muri di incomprensione.

Francesco: dalla tolleranza alla fraternità

Francesco ha posto il dialogo interreligioso tra le priorità della sua azione, legandolo alla pace, alla cura dei poveri e alla critica di un’economia che scarta le persone, e privilegiando gli incontri personali, i gesti simbolici e la ricerca di impegni condivisi. L’obiettivo era affermare che nessuna religione può giustificare la violenza e che la fede, quando è autentica, deve tradursi in responsabilità verso l’altro.

Una tappa fondamentale è stata la visita negli Emirati Arabi Uniti nel febbraio 2019 e la firma, insieme al grande imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb, del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Il testo afferma l’uguaglianza di tutti gli esseri umani in diritti, doveri e dignità e invita credenti e persone di buona volontà a lavorare insieme per la pace. Non si trattava di un appello unilaterale del pontefice, ma di un impegno sottoscritto da due autorità religiose appartenenti a tradizioni diverse. Un documento dal forte valore simbolico, che non cancellava le divergenze né le tensioni politiche e religiose che attraversano i mondi cristiano e musulmano.

Nel 2020 l’enciclica Fratelli tutti ha ampliato questa prospettiva. Francesco scrive che il dialogo tra persone di religioni differenti «non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza», ma mira a costruire amicizia, pace e armonia, condividendo valori ed esperienze morali e spirituali. Le religioni, dunque, non sono chiamate soltanto a convivere senza tensioni: possono concorrere al bene comune, alla difesa della dignità umana e alla costruzione di società più giuste. Nell’enciclica trovano spazio anche la libertà religiosa, la necessità di dare voce alle tradizioni spirituali nel dibattito pubblico e il rifiuto di usare il nome di Dio per alimentare odio e guerra, il tutto con un lessico che sposta l’attenzione dalle sole relazioni tra istituzioni alla responsabilità verso ogni persona, soprattutto chi è povero, perseguitato o costretto a fuggire. L’incontro interreligioso, insomma, non è un fine in sé: è credibile se produce cooperazione concreta, protegge la libertà di coscienza e rende più difficile ricorrere all’identità religiosa contro un nemico. I gesti di Francesco hanno contribuito a rendere visibile questa possibilità, ma la loro eredità dipende dalla capacità delle comunità di tradurli in prassi quotidiana.

Leone XIV: custodire l’eredità, rinnovare il dialogo

Leone XIV si è inserito in questa linea, confermando il valore del dialogo come ascolto, incontro e ricerca della pace. Nel 2025, in occasione del sessantesimo anniversario di Nostra aetate, ha richiamato la necessità di «camminare insieme nella speranza» e ha indicato nell’ascolto sincero e nell’arricchimento reciproco elementi essenziali del dialogo autentico. Un richiamo al testo conciliare non soltanto celebrativo, ma un invito a considerare l’incontro tra le religioni come un compito ancora aperto, da rinnovare in un contesto segnato da conflitti e polarizzazioni.

Leone chiede di restare radicati nella propria tradizione senza chiudersi a chi proviene da un’altra storia religiosa o culturale. Un equilibrio delicato, in cui l’identità non deve essere abbandonata, ma neppure trasformata in una frontiera invalicabile. L’ascolto, per essere reale, deve ammettere che l’altro non è soltanto destinatario di una testimonianza cristiana, ma interlocutore capace di porre domande, offrire conoscenze e contribuire alla comprensione dei problemi comuni.

La continuità con Francesco è evidente: le religioni hanno una responsabilità pubblica e non possono restare indifferenti davanti alle guerre, alle disuguaglianze e alle persecuzioni. La sfida per Leone XIV è dare stabilità a questa impostazione, oltre la forza dei singoli gesti, consolidando il dialogo sul piano locale, ma promuovendo anche una riflessione critica sul rapporto tra fede e potere, laddove la religione può diventare strumento di legittimazione politica.

L’Italia e «la via del dialogo»

A livello locale, un passaggio significativo è il Patto «La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale», sottoscritto a Roma il 25 giugno 2026 dalla CEI e da numerose comunità religiose: cattolici, ebrei, musulmani, ortodossi, evangelici, buddhisti, induisti, sikh e bahá’í, tra gli altri. Riconosce nella pluralità religiosa una risorsa per la coesione sociale, il bene comune e la prevenzione dei conflitti.

Si tratta di promuovere una presenza pubblica delle religioni rispettosa della convivenza democratica, capace di contrastare pregiudizi e discriminazioni. Per diventare una «via italiana» effettiva, il dialogo dovrà coinvolgere anche le comunità meno organizzate, le donne e i giovani, misurandosi con questioni concrete come l’accesso ai luoghi di culto e le discriminazioni a scuola e sul lavoro, senza tacere differenze e ingiustizie, e affrontando il conflitto senza trasformare l’altro in un nemico.

Le contraddizioni da affrontare

L’approccio cattolico al dialogo interreligioso conserva però nodi critici. Da un lato riconosce il valore delle altre tradizioni e promuove la collaborazione; dall’altro, continua a parlare da una posizione di superiorità sul piano salvifico. È una tensione che può essere risolta solo chiedendosi se esiste una vera reciprocità, se si è disposti a modificare il proprio modo di leggere il mondo.

C’è poi la questione dell’uso politico della religione. I leader possono sottoscrivere appelli alla pace mentre governi e movimenti invocano Dio o l’identità religiosa per giustificare esclusioni e conflitti. Le comunità di fede non possono limitarsi a condannare la violenza altrui, ma interrogare i discorsi che, al proprio interno, alimentano razzismo, antisemitismo e islamofobia.

Un ulteriore rischio è la retorica dell’armonia. In nome della fraternità si può essere tentati di evitare le questioni più divisive, dalla libertà religiosa ai diritti delle donne. Ma il silenzio non costruisce fiducia, e il riconoscimento non è scambio di concessioni. Un dialogo maturo dà al dissenso uno spazio in cui le persone possano parlare senza essere umiliate o minacciate.

Dall’incontro alla responsabilità

Da Francesco a Leone XIV, la linea di fondo è chiara: nessuna religione può essere considerata estranea alla ricerca della pace e nessuna può rivendicare il diritto di usare Dio contro gli esseri umani. Nostra aetate aveva aperto una porta; il Documento sulla fratellanza umana, Fratelli tutti e, su un piano locale il Patto italiano, hanno dato a quella intuizione forme diverse, dal confronto tra leader alla responsabilità civile delle comunità. È certo che Leone raccoglie questa eredità in una fase in cui la polarizzazione rende l’ascolto più difficile e il linguaggio religioso viene spesso arruolato nelle battaglie identitarie. Ma è anche certo che la promozione del dialogo con le altre religioni si scontra con questioni irrisolte nella stessa comunità cattolica: il ruolo subordinato delle donne nei processi decisionali, la difficoltà di riconoscere pienamente la libertà di coscienza e le tensioni tra pluralismo e uniformità dottrinale. Una Chiesa che chiede ascolto all’esterno deve essere disponibile all’ascolto anche al proprio interno. 

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

 

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