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LIBERTÀ RELIGIOSA SÌ, PARITÀ RELIGIOSA NO. BETORI ISTRUISCE I PARLAMENTARI SUI CONFINI DELLA NUOVA LEGGE

Tratto da: Adista Notizie n° 55 del 28/07/2007

33992. ROMA-ADISTA. Tutte le religioni sono uguali, ma quella cattolica è più uguale delle altre. Parafrasando un celebre passo della Fattoria degli animali di Orwell, si potrebbero sintetizzare così le ragioni del no della Chiesa cattolica al disegno di legge sulla libertà religiosa attualmente in discussione presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera. Il testo (su cui hanno lavorato Valdo Spini dei Ds, Marco Boato dei Verdi e Roberto Zaccaria della Margherita), nella sua più recente versione contiene infatti due principi che alla gerarchia cattolica non vanno proprio giù: il primo, l'idea che lo Stato debba trattare nello stesso modo le diverse confessioni religiose; l'altro, che il principio di laicità sia la base della libertà concessa a tutte le fedi. Rimostranze su questi e su altri aspetti del ddl sono state fatte ai componenti della Commissione direttamente dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Betori, nel corso di una audizione tenutasi l'11 luglio scorso. Betori, per la verità, era già stato chiamato dalla Commissione ad esprimere un giudizio sul ddl il 9 gennaio scorso. La bozza allora in discussione prevedeva però che nei rapporti tra lo Stato e le diverse confessioni religiose si stabilisse una gerarchia "a tre piani". Valdo Spini così la descriveva alla nostra agenzia (v. Adista n. 9/07): "In alto, i rapporti con la Chiesa cattolica regolati dal Concordato in forma di trattato internazionale; al primo piano, le Intese con chi vuole o può stipularle; al piano terra, invece, i culti 'riconosciuti', regolati appunto dalla legge sulla libertà religiosa". Insomma, sei mesi fa il ddl aveva un impianto che non toccava i tradizionali privilegi della Chiesa cattolica. E infatti, Betori aveva chiaramente specificato che il placet della Cei al testo era subordinato proprio al mantenimento di tale assetto.Solo che, nel frattempo, qualcosa è cambiato, e nel testo attualmente al vaglio della Commissione è ora prevista una sostanziale equiparazione della Chiesa cattolica alle altre confessioni religiose. Di qui gli strali lanciati da Betori l'11 luglio nel corso della sua seconda audizione: le nuove norme, ha detto Betori, "introducono per tutte le confessioni un regime giuridico sostanzialmente analogo, se non identico, a quello bilateralmente previsto per la Chiesa e per le confessioni diverse dalla cattolica", "regime che in talune ipotesi risulta persino migliorativo mediante il recepimento della normativa di diritto comune più favorevole". Questo non va bene perché porta ad una "omologazione" tra confessioni e religioni tra loro molto diverse che non è "coerente con la Costituzione" e con il "sentimento della popolazione" italiana.Non solo: "Nella tradizione giuridica italiana - ha rimarcato Betori - è specificato il riconoscimento della derivazione degli effetti civili dal matrimonio cattolico. In questo testo di legge questo aspetto del matrimonio cattolico viene assunto come paradigma di tutti i matrimoni religiosi". Non piace, insomma, ai vescovi italiani che con il nuovo testo ogni tipo di matrimonio religioso finisca per equivalersi anche negli effetti civili. Betori arriva fino ad agitare lo spauracchio della legalizzazione della poligamia, prevista da alcune religioni tra cui i musulmani. E incalza: "Come poter attribuire tout court un riconoscimento con effetti civili al loro matrimonio?". Altro punctum dolens, l'introduzione del principio della laicità a fondamento della libertà religiosa. Betori ha espresso ai deputati della Commissione tutta la "sorpresa e contrarietà" della Cei, sostenendo che quello della laicità è "un principio di recente acquisizione giurisprudenziale fino ad oggi estraneo al lessico normativo, che non risulta espressamente sancito né a livello costituzionale né a livello di legislazione ordinaria". Un approccio vicino quindi alla "tradizione giurisprudenziale non italiana ma piuttosto francese".Betori silura anche la proposta di creare un "registro delle confessioni e della relativa iscrizione, nonché dei 'diritti delle confessioni' iscritte in tale registro". "Si tratta di una novità - ha ammonito Betori - i cui esiti, per quel che si può prevedere al momento, potrebbero comportare un rischio di omologazione tra realtà religiose che rimangono invece fortemente differenziate". Ciò - ha detto - vale anche per l'accesso ai programmi televisivi o ai fini della destinazione del 5 per mille. "L'esigenza di favorire l'integrazione di nuovi gruppi e quindi la pacifica convivenza - ha avvertito il rappresentante della Cei - non deve tradursi in forme di ingiustificato cedimento di fronte a dottrine o pratiche che suscitano allarme sociale e che contrastano con principi irrinunciabili della nostra civiltà giuridica". Conclusione: durante l'audizione Betori ha precisato che "non qualsiasi intervento legislativo e probabilmente non questo intervento legislativo con queste modifiche può risultare adeguato rispetto all'esigenza" della tutela della libertà religiosa. Ma il de profundis della Chiesa cattolica al disegno di legge (che, se approvato, sanerebbe un vuoto legislativo che nel nostro Paese dura da oltre settant'anni, dando attuazione all'articolo 19 della Costituzione sulla libertà religiosa), lo ha comunque già di fatto pronunciato il 18 luglio ai microfoni di Radio Vaticana Venerando Marano, ordinario di Diritto ecclesiastico e coordinatore dell'Osservatorio giuridico-legislativo della Cei (sentito dalla Commissione Affari Costituzionali insieme a Betori): "Si tratta oggi di valutare se il testo così modificato non abbia complessivamente sbilanciato il delicato punto di equilibrio in precedenza raggiunto", tanto da determinare "la necessità di una profonda revisione o anche di una nuova impostazione". Se una sonora bocciatura del disegno di legge è arrivata dalla Chiesa cattolica, ad altre confessioni religiose (evangelici, avventisti, ebrei, testimoni di Geova e induisti) il testo al vaglio del Parlamento continua a sembrare valido. Lapidario il giudizio del pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), sentito anche lui in Commissione lo scorso 16 luglio: "L'affermazione che la legge sulla libertà religiosa trova il suo fondamento nel principio di laicità dello Stato va sostenuta senza alcuna incertezza". (valerio gigante)

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